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UN ELETTRICISTA AL MUSEO

MEMORIE DI UN LAVORO: ELETTRICISTA AL MUSEO. "Non so bene come è andata. Che vi devo dire? Me ne stavo al museo di arte moderna, per finire alcuni lavoretti. Sapete, io sono un elettricista, servivano delle prese e delle lampade speciali per l'installazione di un artista tedesco. Bè, insomma, fatto sta che ero stanco, sapete, quando ci serve una pausa a metà mattinata. Io mi sveglio alle 5 tutti i giorni, e comunque ho 61 anni. Ecco, esco a farmi un panino ed un caffè, e, neanche 1 minuto, mi accorgo di aver dimenticato gli occhiali dentro, sul parquet della sala dell'immaginario. Cavolo, quelli costano, appena pagato la prima rata, allora rientro di corsa, ma trovo la sala affollata. Non riuscivo a passare, ho pensato: 'qualcuno si sarà sentito male, porello'. Ma io dovevo prendere gli occhiali. Arrivo agli occhiali, che stavano ancora in terra. E tutti a guardarli, a rimirarli, a scattargli foto. 'Ma che sono tutti matti qua dentro?', ho pensato. Mi inchino per recuperarli, ma mi guardano malissimo come fossi un folle, spingendomi via. Ma vi rendete conto? Una folla inferocita mi ha allontanato dai miei occhiali. 'Aoo ma sono miei, sono i miei occhiali, costano 238 euro!!!'. Per fortuna che è arrivato Pietro, l'amico custode. Ha detto: 'Fate passare, ecco l'artista', indicando me. La folla a questo punto si sposta e mi guarda in modo diverso. Io mi abbasso, inforco gli occhiali, un tizio mi dice: "Quale il titolo di questa opera?". Ed io: "Sguardo sul nulla". E me sono andato a finire le prese, lasciandoli lì a non capire un cazzo che è un cazzo". (Memorie di un lavoro, A. Battantier, 2007).

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Me ne sono andato pensando all'errore di lasciare solo mio padre, Antonio Gennaro Battantier, nato a San Casciano dei Bagni, agricoltore, uomo retto e gran lavoratore. Ho cercato per anni la perfezione, seminando errori, che poi ho coltivato, cucinato e mangiato. Mio padre da me si aspettava ben altri raccolti.
Mi chiamo Andrea Giovanni Battantier, psicologo in un Consultorio, e sono ossessionato da mio padre, che un bel giorno lascia tutto in campagna e si mette a cercarmi, finendo barbone. E' stata mia la colpa? Io me ne partii per rinascere uomo. Lui per morire da bambino che non fu. Mio padre che non mi parlava, e mi scriveva belle lettere con la sua penna antica. Io leggevo quei pesanti fogli e sì, mi commuovevo, ma mai una volta poi trovai il coraggio di rispondere. Io parlavo bla bla bla, e lui scriveva ccccccccccc.
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"Uno psicopatico, un'illusionista, la mediocrità incarnata, un evaporato, un sottone ubbidiente...e tra l'altro pure un cornuto". "Ehhh quanto spreco di parole, quanti neuroni in moto!!! Ne basta una: UN COGLIONE!!". (T. Bergen, Era lei, 2009).

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UN ANGELO CADUTO IN VOLO. "Ahimè quando mi cimenterò con i mortali? Quando varcherò l'arena della vita? Ho paura di non essere accettato e, paradossalmente, questo mio disagio mi protegge dalle perigliose critiche esterne. Quel mio studiar da solo con la mente, solo contro il mondo, scardinare i binari, ricollocarli in una landa mia, sempre più desolata. L'isolamento nacque come autodifesa, ma divenne il mio peggior nemico, stringendo le idee fino a soffocarle, una ad una. Volavo alto nei cieli, continuando a scorgere errori oggettivi, quando invece meglio sarebbe stato assaporare le piccole gioie del cammin facendo, tuffandosi nella sublime imperfezione dell'essere finito". (A. Battantier, Piccoli Dei caduti in volo sulla terraferma, 2007).

OGNUNO DI NOI È UN'OPERA D'ARTE MA...

"Ognuno di noi è un'opera d'arte. Non sarà mai amata da tutti, ma per chi ne coglierà il senso avrà un valore inestimabile. Certo però figlio mio, se te la tiri troppo, st'opera d'arte te la guardi da solo allo specchio".  (A. Battantier).