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GLI ERRORI (Avere tutto senza niente è un trucco di prestigio che si impara solo perdendo)

I tuoi errori ti hanno condotto a te. Uno si sforza, la  chiama crescita ma costa tanta fatica e un pizzico di fantasia. Ho sentito un guru: “Se non hai niente hai tutto”. Ecco, qui non basta un pizzico di fantasia, serve tanta ma tanta immaginazione. Chi non ce la fa compra felicità a termine, quelli del corso mindfulness dicevano che la felicità iniziava da noi. Ci sono errori che non te ne accorgi subito, si depositano come sassolini nella scarpa. A furia di camminare impari a chiamarli esperienza. La crescita personale è costellata di aggettivi: resiliente (argh!?), centrato, consapevole. Alle volte il luogo dove arrivi, quel “te” che ti sei sudato, è un vicolo cieco. Costa fatica solo ad ammetterlo, e molta umiltà.   Davanti all’ennesimo fallimento servirebbe un’immaginazione da funamboli per non cadere. Al corso di mindfulness l’insegnante sorrideva: “La felicità comincia da voi”. In sala quindici persone annuivano, pensando al parcheggio scaduto. Forse la f...

UNA VITA DA CAMALEONTE (ragazzi che studiano Pirandello)

Tutti abbiamo un ruolo, il mondo è un palcoscenico dove la maschera aderisce al volto così bene che poi non si stacca più. C’è chi fa l’avvoltoio - e lo fa con dolo, con intenzione- o la jena, ridendo della carcassa altrui. Io no. Io ho scelto il camaleonte. Non per viltà, ma per un’intuizione chimica: l’identità è un precipitato instabile. Cambio colore, aderisco allo sfondo, divento il ramo, la foglia, la corteccia di chi mi sta accanto. Sparisco. E in questo sparire scopro la libertà di non esserci del tutto. Proprio il camaleonte, quello che sembra non avere un centro, forse è l’unico che di centri ne ha mille, e li attraversa con la leggerezza di chi sa che ogni ruolo è un prestito. Prendere sul serio una sola maschera è la via più rapida per l’infelicità. Qual è il nostro ruolo nel mondo? Utile è imparare l’arte di cambiare pelle senza strapparsi. Sapersi adattare è comprensione profonda che il sé è un’ipotesi, mai una tesi. Qualcuno lo chiama opportunismo. Il camaleonte ma...

SE L'È CERCATA (un caso di bullismo adolescenziale. L'importanza di parlare. Il silenzio è il terreno di coltura del bullismo, la paura è un seme annaffiato dall’omertà)

Roma, un pomeriggio qualunque, Edoardo, un ragazzino di dodici anni, capelli lunghi e ricci castano chiaro. Poco prima, un gruppetto di sei o sette coetanei l’ha preso di mira, non lontano da un circolo con i tappeti elastici. I bulli arrivano in autobus da zone limitrofe, portano il branco come un accessorio, e scelgono corpi su cui esercitare sopraffazione. Edoardo ora ha ecchimosi sulla schiena, e dentro qualcosa di più silenzioso: la vergogna di essere stato scelto, il terrore di raccontare, quella ragnatela che dice «se l’è cercata» mentre lui non ha cercato niente, se non tornare a casa. Il bullismo non potrebbe esistere senza un gruppo che si costruisce un «noi» per annientare qualcun altro. È un’ebbrezza da branco che dura poco e poi si sgonfia, lasciando gli aggressori vuoti, perché hanno assaggiato l’illusione del potere e ne resteranno dipendenti. Edoardo però, con la sua innocenza, compie un gesto, parla. Si confida con un adulto che ascolta. Più tardi i genitori lo portera...

È MORTO JOVANOTTI, IL CIELO IN UNA STANZA (2 racconti di erbette aromatiche)

È MORTO JOVANOTTI Il salotto di nonna era pieno di nebbia dorata,  io me ne stavo sprofondato sul divano di velluto, viaggiavo tra dimensioni parallele dopo la seconda bocciatura in 3 anni. La nonna entrò con la solita espressiobe di rimprovero, mi guardò scuotendo la testa: "Ancora a fumare quella roba? Ehh…i giovanotti, oramai, sono proprio morti". Il mio cervello, annebbiato da diverse sostanze aromatiche, ebbe un corto circuito emotivo. Non sentì un giudizio sui giovani d'oggi, ma la condanna definitiva del mio idolo, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti. Passai le successive sei ore in un pianto disperato, con "A te" a palla nelle cuffie e il viso rigato di lacrime, convinto di aver perso l'unica bussola della mia perduta giovinezza. Uscii di casa solo verso sera, trascinandomi verso il solito ritrovo. Non appena mi videro, gli altri scoppiarono a ridere. "Ma quale morto, Lorenzo sta per salire sul palco, sei completamente fuori di testa...

QUANDO LA PORTA DIVENTÒ FINESTRA (questione di punti cardinali)

C'è chi costruisce la sua vita intorno ad un'altra persona. Alle volte va bene, alle volte meno. Per anni la casa resta in piedi, abitabile, con le finestre che danno su un giardino curato insieme. Poi una mattina ti accorgi che la chiave gira con uno scatto diverso. Il tempo non frana tutto in una notte. Lavora di cesello o, meglio, di carta abrasiva: leviga gli spigoli della paura, assottiglia la dipendenza fino a farci vedere attraverso. La paura di cambiare è tenera superstizione, come credere che i giochi di una volta restino nel cassetto ad aspettarci. Invece i bambini crescono, e noi con loro. Mi sono accorto una notte, per un lampione sfarfallante, di  questo lieve disallineamento: la coppia è un orologio a due meccanismi che ogni tanto si guardano e scoprono di segnare minuti diversi. Non è un difetto di fabbrica. Una coppia di merli qualche mese fa aveva costruito il nido sul cornicione. L’anno scorso il nido era altrove. Il merlo sembrava disorientato, per qualc...

I RICORDI BRUTTI (Perché intossicarsi l’anima con i veleni che già conosciamo?)

Un pensiero leggero, una stanza con le finestre aperte.  Perché intossicarsi l’anima con i veleni che già conosciamo? I ricordi brutti arrivano lo stesso, senza bussare, ospiti non invitati. Ma almeno non ravviviamoli andando di proposito nel punto esatto del dolore.  Certi luoghi fisici hanno fauci insaziabili, certi luoghi mentali sono scantinati senza interruttore.  La memoria va saputa curare.  (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 7/26) #memoriediunamore  #MIPLab  #stephenstadif 

SUL CONCERTO DI ULTIMO: CARO PAPÀ… (Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. Strano, perché il Sistema sembra sempre in splendida forma)

Caro papà, ho cercato di capire il tuo pensiero. Che ti devo dire, sembra il verbale dell'autopsia di un concerto. Tu vai a cercare l'imperialismo tra gli accendini dei cellulari, il neoliberismo tra i cori, il genocidio dentro un bis. Io, invece, ero semplicemente lì. A cantare. Poi su molte cose la penso come te, e lo sai. Voi avete avuto il Sessantotto (che poi nonno, nemmeno te!). Noi abbiamo TicketOne. Ci chiedi perché Ultimo non parla delle guerre, del capitalismo, degli algoritmi, delle oligarchie. Io ti rispondo con una domanda: e dopo cinquant'anni di editoriali, manifestazioni, rivoluzioni annunciate, libri, dibattiti, festival dell'impegno, conferenze sulla pace e cortei contro tutto, come siamo arrivati fin qui? Con più guerre, più disuguaglianze, più precarietà, più sorveglianza e perfino un pianeta che sembra avviato all'Apocalisse. Forse non siamo noi quelli che devono rendere conto. Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. St...