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ODE AL SOLDATO DIVENUTO PUPAZZO DI NEVE

Amo una poesia, scritta in onore di un soldato morto sulla neve 100 anni fa. La porto sempre con me. Quando pensano io preghi, la recito omaggiando i morti di tutte le età ma, soprattutto, i vivi che ancora non sanno d'esser vivi.

VIVERE, DOLCE FATICA
Ove è la vita accade che l'ovvio s'incarni nell'imprevedibile.
Si vive nei volti della gente, pur stando soli nel mondo.
Ove è la vita accade che un flebile filtro di vetro si crepi sotto le spinte di un'anima inquieta.
Le emozioni forti le vivi senza scordare i momenti più vili, e il livore.
Frivoli istanti rappresi nel ghiaccio di morsa, la morte che incombe serrando le fila.
Vi prego, vivete la dolce fatica, siate lievi e forti, non siate anzitempo già morti.
Cadaverici istanti attendono d'esser sommossi da imprevedibili voli.
I desii che cercavate vi attendono.
Lazzari alzatevi da quella cassa, non è ancora il tempo di prove,
le vite mal spese non tornano, e il certificato di morte può attendere.
Fiocca la neve sui volti e mi diverto a leccarla.
Ridevo pensando alla falciatrice, mi avrebbe ficcato nel buio con me che ridevo, in questo giorno d'inverno.
Ridere porta via smalto alla morte e rinfranca la sorte.
Orde di neri guerrieri mi osservano dalla collina. Osservano me, lentamente pupazzo di neve".
(M. Thompson Nati, Ode al soldato divenuto pupazzo di neve, 1970).

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