Sui binari che percorrevano Roma faceva il ferroviere da quarant'anni. Michele non possedeva quasi nulla, viveva in un bilocale a San Lorenzo, con i libri ammucchiati sui pavimenti come muri prima dei muri. I cani randagi che accoglieva per un po', finché non trovavano sistemazione, erano la sua famiglia.
C'era in lui una gioia di vivere che non dipendeva da ciò che aveva, ma da ciò che respingeva: la corsa, l'accumulo, l'ansia del domani.
La malattia l'aveva colto quasi di sorpresa, un anno prima. Un male ai polmoni. L'aveva accettata come accettava la pioggia o un turno di notte: un fatto. Senza cure particolari, senza lamenti. Continuava a lavorare, finché le forze glielo permisero.
Una giornata autunnale, la vide mentre camminava lentamente verso il deposito. Seduta su una panchina del piccolo giardino di Piazza Vittorio, con un foulard rosso nei capelli grigi. Il volto gli parve subito familiare. Si avvicinò, esitante.
“Scusi, ma lei… è di Genova? Delle elementari, scuola Dinegro?”
La donna alzò lo sguardo. I suoi occhi, azzurri e striati come vetro di mare, si fissarono su di lui. Poi un lampo. “Michele? Michele Tronchi?”
Era Anita. Avevano condiviso i banchi, le matite, i giochi in cortile per un anno, prima che la famiglia di lui partisse per Roma. 40 anni prima.
Da quel giorno, iniziarono a vedersi ogni pomeriggio, quando i turni di Michele lo permettevano. Si incontravano sempre in quel parco, o in altri giardini pubblici che diventarono il loro territorio. Non parlavano molto del presente.
Lui non le disse subito della malattia, lei non gli raccontò del marito morto, dei figli lontani. Parlavano di Genova, dell'odore del porto, del colore diverso del cielo. Parlavano di politica, scoprendo di aver mantenuto la stessa fede, la stessa rabbia contro le ingiustizie. Lei era stata una maestra, in pensione da poco.
La loro amicizia era un luogo tranquillo. Non c'era fretta, non c'era progetto. C'era solo la luce del pomeriggio che filtrava tra i pini, il rumore della città attutito dalle foglie, e le loro mani che, a volte, sfiorandosi per passarsi un thermos di tè, indugiavano un attimo in più.
La loro economia era fatta di ritrovamenti. Michele, per tutta la vita, aveva raccolto oggetti perduti per strada: bottoni di madreperla, monete, chiavi arrugginite, tantissimi lacci ed elastici. Anita faceva lo stesso: sassolini levigati, perline, frammenti di vetro colorato. Iniziarono a scambiarsi questi tesori insignificanti. Lei gli regalò una collana fatta con un pezzo di corda e un ciondolo di ottone a forma di ancora che aveva trovato su una spiaggia. Lui le donò un anello, un cerchietto di metallo liscio che aveva raccolto sui binari del tram, lucidato fino a farlo brillare.
Portavano questi doni come segni segreti, pegni di un'affinità che non osavano nominare.
L'attrazione che Michele provava per Anita riscaldava gli ultimi angoli della sua esistenza. La guardava mentre parlava, mentre rideva con una risata chiara, e vedeva la bambina di un tempo sovrapporsi alla donna anziana, in una bellezza che non aveva età. Era la bellezza della vita stessa, ostinata a fiorire anche sul ciglio del burrone.
Il bacio arrivò una sera di primavera inoltrata, al Parco Virgiliano. Un guardiano li aveva avvisati che avrebbe chiuso i cancelli. Si erano alzati dalla panchina, lentamente, come risvegliandosi da un sogno. Mentre camminavano verso l'uscita, nel silenzio del crepuscolo, si erano fermati. Senza una parola, Michele le aveva preso la mano. Lei si era voltata. I loro occhi si erano incontrati, e in quello sguardo c'era tutto: la consapevolezza del tempo rubato, la dolcezza di quei mesi, la tragedia imminente.
Si baciarono. Un bacio tenero, asciutto, carico di tutta la vita che non avevano vissuto insieme. Poi il fischio insistente del guardiano li separò. Uscirono dal parco da cancelli diversi.
Michele morì un anno dopo quel primo incontro. Passò gli ultimi mesi in modo più stanco, ma senza mai perdere quella serenità. Anzi, una nuova luce, calma e profonda, si era accesa in lui. Smise di lavorare, ma continuò a vedere Anita. Parlavano più del futuro, ora. Del futuro di lei. Lui le diceva: “Vivi, Anita. Vivi per due”.
Dopo il funerale, modesto e affollato di compagni di lavoro, vicini e qualche vecchio militante, suo nipote Marco, l’unico parente stretto, andò a svuotare il bilocale. Tra i libri, i pochi vestiti appesi, le ciotole dei cani, trovò un taccuino consumato. Sulle prime pagine, appunti per comizi, idee per volantini, citazioni di Gramsci e Malatesta. Sull’ultima pagina, scritta con una calligrafia tremula ma decisa, c’era una sola frase:
“L’ultimo anno è stato il più bell’anno della mia vita.”
Marco chiuse il taccuino. Guardò dalla finestra il binario del tram che scintillava al sole. Immaginò lo zio, nella sua divisa blu, fermare il convoglio con gesto preciso. Immaginò due anziani su una panchina, che si scambiano sassolini e silenzi. Capì, forse per la prima volta, che la leggerezza di cui tutti parlavano a proposito di Michele non era disimpegno o fuga. Era una forma di coraggio. Il coraggio di aver costruito un intero, immenso universo d’amore in dodici mesi, con nient’altro che la presenza, la memoria e un bacio rubato al calare della sera.
E per la prima volta in vita sua, Marco, ateo convinto, sperò che da qualche parte, in un al di là fatto di prati infiniti e tram che non arrivano mai a destinazione, suo zio Michele potesse camminare a fianco di una donna con un foulard rosso, con i suoi cani che correvano felici intorno a loro, in un meraviglioso pomeriggio di primavera.
(A. Battantier, 15 storie d'amore e la fiaba d’Hélène, 2002, Mip Lab. Art by Stephen Stadif)
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