L'ISTANTE IN CUI (Certe emozioni restituiscono il valore in un punto della vita. Giusto il tempo di dire: «Ecco, qui sono io». E subito dopo, di non esserlo più. Ma è bastato)
È come quelle cose che senti dentro, che ci sono e non ci sono. Le senti fortissimo, ma se provi a toccarle, a definirle, svaniscono. Però ci sono, eccome. Fanno parte della vita.
Come certi ricordi che quando provi a fissarli si spalmano, però se li lasci lì, nel loro posto, ti restituiscono tutto il sapore di un momento.
Certe emozioni restituiscono il valore in un punto della vita. Giusto il tempo di dire: «Ecco, qui sono io». E subito dopo, di non esserlo più. Ma è bastato
Come quando pensi a una persona, e in mezzo a tutti i discorsi, a tutti i giorni confusi, all’improvviso ti appare un attimo chiaro, netto. Quell’attimo era lì, sepolto sotto il tempo, e qualcosa l’ha tirato fuori.
Se prendi il nucleo essenziale di qualcosa, e lo fai scorrere attraverso una storia, quella storia rimane sé stessa, ma forse più vera, più riconoscibile. È come se ci fosse un modo per toccare l’identità senza rovinarla.
Una persona può essere definita da come si specchia negli occhi di chi la guarda. Non esisti da solo, esisti nelle trasformazioni naturali, nei modi in cui gli altri significativi ti vedono.
Alle volte, in mezzo a tante relazioni, capita di puntare il dito su un elemento preciso e dire: “ecco, qui sono io, in questo momento”.
È un po’ come la coscienza che osserva sé stessa attraverso gli occhi degli altri. Alle volte c'è un momento in cui l'osservazione diventa netta, precisa, anche se per un istante solo.
L'amore lo fa ogni volta che ti fissa e dice: «Eccoti. Qui. Adesso». Un attimo di caffè sul tavolo, una tua risata che si riconosce tra mille; quello è il punto preciso. Quello è il valore estratto dai chicchi dei giorni.
Ed è proprio in quell’attimo che si annida il senso della finitezza. Perché quell’«eccoti» è un evento singolare, puntuale, un’apparizione che subito si ritrae nel flusso della vita. Lo chiami, e non c’è più. Come quando cerchi di afferrare l’esatta tonalità di azzurro del cielo in un pomeriggio d’infanzia: se ci pensi, si smarrisce; se lo lasci essere, ti riempie.
L’amore è il riconoscimento di questa epifania fugace nell’altro. È accettare che l’identità dell’amato non è un oggetto solido, ma una risonanza. Una vibrazione che si modifica attraverso il tuo sguardo.
Senza quel senso di fine, senza l’ombra del nulla che si allunga, quegli attimi netti non avrebbero sapore. Sarebbero piatti. Invece sono carichi, perché sai che passeranno. Come il ricordo del profumo di pelle, dopo. Esiste solo perché non c’è più.
Il rapporto esistenziale con il nulla è la consapevolezza che ogni «io» è un fenomeno temporaneo, una funzione che assume valore solo in relazione a un altro. L’amore è il tentativo di prendere il tuo sé, lo fai scorrere attraverso la storia di un altro, e miracolosamente, anziché dissolversi, diventa più sé stesso. Più riconoscibile. Più vero. È toccare l’identità senza distruggerla, perché la si accarezza attraverso il filtro di un’altra coscienza.
Ma attenzione: questa operazione è possibile solo se si accetta il vuoto di fondo. Noi siamo potenzialità. Siamo l’insieme di tutte le possibilità di come possiamo essere visti.
È quella stretta di mano troppo lunga con un vecchio amico in cui non dici niente, ma tutto è detto. È il gesto di riordinare una libreria e fermarsi su una fotografia sbiadita, e per un secondo -netto, preciso- essere lì, quindici anni prima. Poi la risposta al telefono, la vita che richiama, e l’attimo torna perduto ai suoi ranghi. Ma il sapore resta. L’amore è la forza che tira fuori, ogni tanto, quei sapori. Il senso di finitezza è il retrogusto amaro che li accompagna.
Giusto il tempo di dire: «Ecco, qui sono io». E subito dopo, di non esserlo più. Ma è bastato.
E mi è sufficiente. Perché in quell’istante si è toccata l’eternità. Non un’eternità lineare, ma puntiforme. Un singolo punto nell’asse del tempo, di valore infinito.
(A. Battantier, Memorie di un amore, 12/25. Art by Stephen Stadif)
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