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LAVORI INFAMI PER UNA VITA INFAME

LAVORI INFAMI PER UNA VITA INFAME. "Lo so, faccio un lavoro infame, con i polli ed i pulcini in catena di montaggio. Prima lavoravo dentro ad una farmaceutica, alla bollinatura, poi mi sono arrangiata come capitava. Pure a me fa schifo dare calci in culo ai polli che non finiscon subito nel tritacarne industriale. Ma devo farlo, altrimenti, il capo mi càzzia. Dobbiamo pulirli bene bene, con le mascherine e tutto. Qui è tutto igienizzato e controllato, ma mi sento pure io in difficoltà quando i volatili li sento cigolare dietro a me, e col camice mi sudo a immaginarli nudi e senza l'anima. Sono come me, sacrificati ad una vita insulsa e già segnata. Eppure, morti, respirano comunque più di me. Non sono ancora pronta a ribellarmi, vorrei provare a liberarli tutti, portare a casa da mio figlio cento e cento mila di pulcini e poi lasciarli andare, chissà dove poi. Ma io non sono ancora pronta. Ho il mutuo da pagare, rate, una vita che mi aspetta inesorabile e cattiva, cattiva come me che nulla faccio per la libertà di quella ch'io un tempo chiamavo DIGNITÀ. È l'industria questa macchina di merda che ti annulla con scienziata ipocrisia. E quando tu hai le rate ti riduci ad accettare tutto come un tossico la dose di beltà ed il miraggio si riduce a rimangiare carne che tu stesso hai seviziato, svendendo per quei soldi la tua dignità. In casa tengo un cagnolino, sai si chiama Tino, e l'incubo peggiore che pervade la mia mente nella notte lunga, è che finisca in quella fabbrica di carne maciullata dove io ho svenduto l'anima per un paio di blues jeans stile, e l'hi-fi". (Un racconto di A. Battantier, Memorie di un lavoro, 2007). 

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Mi chiamo Andrea Giovanni Battantier, psicologo in un Consultorio, e sono ossessionato da mio padre, che un bel giorno lascia tutto in campagna e si mette a cercarmi, finendo barbone. E' stata mia la colpa? Io me ne partii per rinascere uomo. Lui per morire da bambino che non fu. Mio padre che non mi parlava, e mi scriveva belle lettere con la sua penna antica. Io leggevo quei pesanti fogli e sì, mi commuovevo, ma mai una volta poi trovai il coraggio di rispondere. Io parlavo bla bla bla, e lui scriveva ccccccccccc.
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"Uno psicopatico, un'illusionista, la mediocrità incarnata, un evaporato, un sottone ubbidiente...e tra l'altro pure un cornuto". "Ehhh quanto spreco di parole, quanti neuroni in moto!!! Ne basta una: UN COGLIONE!!". (T. Bergen, Era lei, 2009).

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"Ognuno di noi è un'opera d'arte. Non sarà mai amata da tutti, ma per chi ne coglierà il senso avrà un valore inestimabile. Certo però figlio mio, se te la tiri troppo, st'opera d'arte te la guardi da solo allo specchio".  (A. Battantier).

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UN ANGELO CADUTO IN VOLO. "Ahimè quando mi cimenterò con i mortali? Quando varcherò l'arena della vita? Ho paura di non essere accettato e, paradossalmente, questo mio disagio mi protegge dalle perigliose critiche esterne. Quel mio studiar da solo con la mente, solo contro il mondo, scardinare i binari, ricollocarli in una landa mia, sempre più desolata. L'isolamento nacque come autodifesa, ma divenne il mio peggior nemico, stringendo le idee fino a soffocarle, una ad una. Volavo alto nei cieli, continuando a scorgere errori oggettivi, quando invece meglio sarebbe stato assaporare le piccole gioie del cammin facendo, tuffandosi nella sublime imperfezione dell'essere finito". (A. Battantier, Piccoli Dei caduti in volo sulla terraferma, 2007).