9.4.16

QUANDO MIO PADRE PARTÌ PER LA CACCIA ALLA VOLPE

QUANDO MIO PADRE PARTÌ PER LA CACCIA ALLA VOLPE. "Quel gran condottiero di mio padre venne coinvolto in un progetto per la caccia alla volpe insieme ad altri amici suoi. Io avevo 12 anni e nessuna voglia di partire con lui. Ho sempre amato le volpi. È vero, sono furbe, "ma mettiamo le reti più spesse", dissi più volte al babbo. Ma lui voleva sgranchirsi le gambe ed il grilletto e se ne partì sulla collina del Mezzadro. Si erano divisi in gruppi da 5, coi cani e quei sorrisi cattivi che io ho visto solo ai grandi. Non ce l'hanno le iene quei sorrisi degli uomini grandi. Isolarono il bosco della Faraona, in lontananza i fragori delle bombette, e le urla. Dal limitar del bosco sentivo i rumori della fuga di migliaia di animali. Sembrava che venissero tutti a me: i cinghiali, un istrice, due daini, gli uccelli scurirono una quercia immensa in pieno giorno. E poi una piccola volpe. Non aveva paura. In fondo ero un bambino, silenzioso, e senza le armi. Ci guardammo per quasi un minuto. In vicinanza perigliosa giunsero passi concitati e latrati di cani. La volpe si voltò alla fuga, ma io, senza pensarci, scavalcai il cancelletto e volli seguirla in un disperato tentativo. Saltellava terrorizzata, così, senza criterio. Io a lei dietro, rapido come non mai, scorticato dai rovi, ma con in testa un motivo di orgoglio che mi teneva alto il cuore. Qualcuno gridò: "Attenti c'è un bambino!", "Cazzo ci fa qui?", "Ma è il figlio di Augusto". Io guadagnai ancora qualche decina di metri. La volpe trovò il passo bloccato dalla muta dei cani giù a valle, e si intrufolò dentro ad un buco piccino, nel tufo e radici. Tempo immantinente, i cani a braccare da sotto, i cacciatori da sopra. In mezzo, accanto alla tana, unico baluardo di salvezza un bambino. Non ci pensai mica tanto. Entrai di soppiatto, a fatica nel buio. Mi sentii mordere la mano e la faccia, ma non piansi e me ne restai lì accanto ad una massa di peli caldi. Non venni più morso, la volpe capì. Davanti alla tana i cani già pronti ad entrare, o forse i petardi, sentivo dei fumi. Qualcuno però avvisò il gruppo: "C'è un bambino qui dentro, è Giannino del sor Augusto", "Ma sarà matto!!?". Giunse mio padre, con la torcia mi vide: "Giannino che fai là dentro, ma sei fuori!!?". Io trovai una battuta: "Babbo mettiti d'accordo col cervello, o sto dentro o sto fuori!". Mio padre era incazzato come non mai, per la figura di merda coi suoi amici, che vi pensate. Lunghe furono le trattative, mi passarono pure un panino, ch'io divisi con la volpe. Quand'era il tramonto, portarono via i cani, i pochi rimasti se ne andarono alla spicciolata. Chiesi a mio padre di lasciare in pace la volpe e di tornarcene a casa senza le botte, altrimenti -giurai- avrei per sempre vissuto in quel buco. Mio padre mi diede la mano, solo sentii un borbottio malcelato: "Cammina, torniamo a casa che mi hai fatto fare una figura di merda". Mio padre avrà fatto la sua figura di merda -ve lo avevo detto- ma io almeno quel dì ci provai ad amare la vita". (Memorie del bosco, A. Battantier, 2016).