La spiaggia era tutta infilzata di ombrelloni, e sotto gli ombrelloni c’erano pance, braccia, cosce, costumi che chiedevano pietà, bambini che urlavano e radio che si sfidavano a colpi di decibel: un cantante straziato da un altoparlante, un jingle che prometteva salsicce e salvagenti, una voce gridava “Wanda!” sopra un reggaeton, un tizio in tanga spalmava crema solare e sentenze sul meteo africano. Potevi chiuderti in te stesso, ma quel frastuono era un muro che entrava nei denti: non era un dettaglio, era il programma della giornata. Astolfo, detto Astò, si era presentato a Giulia come Astro: diciassette anni e una certa fiducia nelle metafore. Le parlò della luna, della poesia di Leopardi, del fatto che forse il cielo è solo un modo elegante per non guardarsi i piedi. Giulia ascoltava come si ascolta un ventilatore: utile, ma non decisivo. Poi Giulia, forse per toglierselo di torno, nominò Alex, ex più grande, studente di Fisica a Uppsala, futuro astrofisico; lui sì che ci capiva. ...
Qual è il momento in cui hai dimenticato cosa si provava ad amare qualcuno che hai amato molto? Il pane ammuffisce, l'acqua bolle, ribolle e si fredda, un matrimonio diventa abitudine, una madre diventa fotografia, un padre riprende la fisarmonica. Le cose cambiano. L'amore si distrae ma noi continuiamo a chiamarlo amore, perché non abbiamo un nome migliore, a-mo-re suona bene. L’amore ci pervade, ci possiede, poi ci lascia, poi torna sotto forma di tenerezza o rimpianto. Amare è accettare che l'altro cambi, e cambiare noi. È un lavoro lento, un'erosione, una ferita che non sanguina più. Resta la prova che abbiamo amato, anche male, anche poco, anche senza saperlo. Per fortuna non siamo sempre uguali a noi stessi. Altrimenti ameremmo una volta sola e poi basta. Invece cambiamo, dimentichiamo, ricordiamo. In questo traffico confuso tra perdita e stupore, si porta tenerezza (o rimpianto) a ciò che passa. Anche quando non sappiamo più come si chiamava. (A. Battantier...