Cercavo il suono dell’applauso di una sola mano. Lo cercavo da quel pomeriggio, da quando avevo chiuso la porta della stanza e mi ero seduta, con una certa goffaggine, su un cuscino. La consegna del maestro era stata semplice: ascolta. Ma per me, che ho un braccio solo, ascoltare è sempre stata una cosa semplice. I guai cominciano quando si tratta di fare. Tipo allacciarsi le scarpe. O aprire un barattolo. O, per l’appunto, applaudire. Il maestro, con la sua tunica color zafferano e quell’aria perennemente seccata, doveva aver visto qualcosa di patetico nel mio tentativo di battere le mani l’anno prima, a una sua conferenza. Avevo fatto un rumorino sordo, come un colpo di tosse soffocato. “Tu,” mi aveva detto poi, “devi trovare il suono di una mano sola. È il tuo koan.” All’inizio, il silenzio non era silenzio. Era un pandemonio. Il brontolio del mio stomaco. Il ticchettio dell’orologio di mio padre sul comodino. Il rombo di una moto, probabilmente la stessa che passava ogni pomeriggio...
La fisica quantistica. Si parla di cose che se non le guardi sono in un posto e in un altro, come quando cerchi le chiavi di casa. Finché non le cerchi stanno lì, nel cassetto e in cucina, o in mezzo ai cuscini del divano. Poi appena le cerchi, puff, sono solo in un posto. E di solito è quello sbagliato. Per alcuni fisici la coscienza è una proprietà fondamentale, come la carica elettrica. Irriducibile, appunto. Faggin, ad esempio, afferma che il libero arbitrio è un postulato. Cioè, una di quelle cose che devi dare per scontate. Non c'è motivo, è così. Io a volte non riesco a decidere se prendere il gelato alla crema o al cioccolato. E lui dice che è una proprietà fondamentale dell'universo. Sarà. Ma allora l'universo è indeciso quanto me. La cosa che mi piace di più è quando parla dell'amore. Dice che tutto è fatto d'amore. Questa mi riconcilia con la fisica. Perché se un protone e un elettrone si attraggono, non sarà mica solo una questione di carica? Forse è...