Adrianina aveva inventato un gioco. Si correva dallo scivolo all’altalena, poi al castello e infine al genitore con il cronometro. "Pronti, partenza, via!" urlava lei. I suoi genitori, seduti sulla panchina, sorridevano lontani, chiacchierando tra di loro del più e del meno. "Tempo!" chiedeva Adrianina, arrivando trafelata. "Quanto ho fatto? Dai, dai, quanto c'ho messo!?" "Brava…60 secondi!" diceva il papà senza guardare l’orologio. "Ma non è vero!" scoppiava lei. "Non avete nemmeno fatto partire il tempo!" Un giorno Adrianina decise di contare da sola, mentalmente: uno, due, tre… Al traguardo annunciò: "Ho fatto trentasette secondi!" La mamma annuì: "Quasi quaranta, va bene". Ma Adrianina si accorse che i numeri non tornavano mai. Era come se i grandi inventassero il tempo a piacere. Si arrabbiò, saltellò, poi smise di chiedere. Mesi dopo, mentre faceva la pipì, si mise a contare i secondi per no...
Ricordo da ragazzino un ginocchio sbucciato. Il dolore che brucia lo conosciamo tutti: arriva, fa male, dopo una notte se ne va. Esce e non lo vedi più. L’orologio di nonno è fermo sulle dieci e dieci. Non fa male come l’asfalto. Fa male diverso: non se ne va. Lao Bu-Shem diceva che “bisogna osservare chi esce, chi entra, ma soprattutto chi resta.” Il ginocchio esce. L’orologio resta. Non è questione di tempo ma di cosa il dolore fa dentro di te. Quando si ruppe l’orologio - il gatto, il salto sul tavolo, il vetro in frantumi- pensai “finalmente”. Poi mi sentii stupido. Avevo scambiato restare con essere rotto. Ma quel quadrante non è un dolore che resta. È un dolore che diventa. Ci sono dolori che entrano, fanno un po’ di casino e poi escono dalla porta: il ginocchio, un temporale d’estate. Ci sono dolori che entrano e non se ne vanno più. Ma i dolori che cambiano sono quelli che entrano, si siedono, e poi si alzano e aprono la finestra. Restano lì a pesare, per un po’, ma anche a sug...