La speranza non sta nell’armadio, appesa a una gruccia. Non la si riceve in eredità come un orologio da taschino. Di primo mattino vedi persone indaffarate, impastano un futuro con briciolette di presente, aggiungono acqua, aspettano che lieviti. È un lavoro duro. Nessuno paga. Siamo fragili, qualcuno finge di avere un piano in compagnia di benedetta speranza: anch’essa ha le scarpe bucate, eppure cammina. O forse è una questione di decenza: provare speranza è come tenere la schiena dritta durante un terremoto. Ridicolo, eppure quel gesto contiene una sua astrusa dignità. Sperare è svegliarsi, bere un bicchiere d’acqua, aprire la porta quando bussa la paura; per scoprire che se ti alzi per aprire, fuori non c’era nessuno. La speranza è una leva che alle volte si spezza. Eppure proviamo ancora a sollevare il mondo, almeno un centimetro, per salvarci. Salvarci da cosa? Dalla noia, dalla morte, dal prossimo lunedì? Forse la speranza non è un ombrello, ma la strana abitudine di uscire senz...
Ci può essere tanta violenza nei silenzi, negli sguardi. Noi lo chiamavamo “un attimo di stanchezza”. Ma se la stanchezza lasciasse ematomi, gli psicologi avrebbero liste d’attesa da Pronto Soccorso. Abbiamo imparato l’arte sottile di ferire senza lasciare traccia. Un silenzio è una bomba a orologeria che esplode senza rumore, lasciando crateri nella fiducia. Ti ho guardato, e in un secondo ho vissuto tutte le tue partenze. Il silenzio è un paese straniero dove si parla una lingua che conosci, ma nessuno risponde. Ciò che lo rende violento è una domanda mai posta, il peso di uno sguardo che sa tutto e tace. Il silenzio non è un’assenza, è un gesto, può accarezzare o schiaffeggiare, senza mai toccare. Ci può essere tanta violenza nei silenzi, negli sguardi. Ho imparato che certi sguardi sono interruttori che spengono il mondo. E adesso navigo in un universo di spine, con le tasche piene di ‘mi dispiace’ mai detti. ...