“Come stai?” Ho risposto “dai…bene”. Bene, una bugia da quattro soldi. Dopo un lutto, un dolore grande, una malattia, non siamo più attaccati al mondo. Siamo caduti. E gli altri pretendono che ce ne stiamo lì, per terra, a brillare come se niente fosse. La fragilità è la fatica di reggere un copione scritto da altri. Il lutto, fedelmente che ti segue, ma tu devi andare in ufficio e dire che il tempo è bello. Lo dici perché altrimenti la gente si spaventa. Ogni “bene” pronunciato dopo una perdita è un piccolo crimine contro se stessi. Ma un crimine necessario, come rubare il pane quando hai fame. In società si fa così, tu non mi mostri il tuo baratro, io non ti mostro il mio. E così si va avanti. Il guaio è che il baratro, nel frattempo, si allarga. Il dolore non si racconta. Si indossa. Stamattina sono uscito. Il sole era un ostaggio del cielo. La portiera ha detto: “Vedrai, il tempo aggiusta tutto”. Le ho sorriso a mezzo. Avrei voluto dirle che il tempo non aggiusta n...
Si chiama Sofia ma poteva chiamarsi in un altro modo, e forse, da qualche parte, si chiama ancora in un altro modo. È adottata. Me lo dice con tranquillità. I suoi genitori adottivi sono “le persone che mi hanno voluta, ho preso con loro la mia strada”, si vede che ci crede. Però stanotte non dormiva. “Perché mi chiedevo se conta di più il sangue o la fatica”, mi spiega, e intanto muove nervosamente le scarpe da ginnastica. Sofia ha voluto immaginare che i suoi genitori biologici abbiano avuto “problemi di droga, se loro fossero stati diversi, magari sarei rimasta là e non saprei nemmeno che esiste un’altra vita”. Lo dice senza rabbia, provando a far quadrare i conti. I figli sono di chi li ama, non di chi li fa. Non si diventa genitori procreando. Ci vuole responsabilità. E l’altruismo, quando è quotidiano, vale più di qualunque esame del DNA. Lei annuiva, ma teneva lo sguardo basso, a verificare la tenuta dei lacci. Poi ha tirato fuori una frase: “Io lo so che questo è un moment...