Cinquant’anni dopo lo dico, tanto ormai ho l’età in cui certe cose si possono confessare senza che ti prendano per scemo. Avevo nove anni. Mia madre era ricoverata a Cagliari, in coma farmacologico dopo un’operazione complicata. Mio padre stava là, io ero rimasto dagli zii a Carloforte. La notte in cui successe, non dormivo da tre giorni. Mi alzai, scavalcai la finestra bassa e andai alla Caletta. Ero triste e non sapevo pregare, andai in spiaggia, come se il mare fosse un orecchio. Il cielo era nero e pulito, ma la luna non c’era. Alzai gli occhi e niente. Assenza precisa, quasi scortese. Camminai sulla sabbia fredda fino alla riva. E lì la vidi. Stava sulla battigia, appoggiata come una conchiglia gigante. La luna. Non il suo riflesso: proprio lei, scesa. Uno spicchio opalescente, leggermente inclinato, emanava una luce fioca, educata, come se chiedesse scusa di essere lì. Mi sembrava fragile e stanca. La toccai. Era tiepida, liscia, un po’ umida. La sabbia intorno brillava. Mi sedet...
Secondo dei modelli durante il big bang si è creato simmetricamente al nostro universo un antiuniverso formato di antimateria. Come siamo sicuri che quello che noi chiamiamo materia non sia antimateria? Se avessimo scambiato i nomi da bambini, lo zucchero sarebbe amaro e il sale dolce. Nessuno se ne accorgerebbe. Continueremmo a metterlo nel caffè o nel sugo, a dire com’è buono. Il mondo non cambierebbe di un grammo. Solo la nostra lingua sarebbe un’altra. Materia e antimateria sono la stessa coppia di etichette. Dopo il botto iniziale erano pari, simmetriche, gemelle. Poi una ha prevalso sull’altra per una frazione di miliardesimo che ancora ci sfugge. Quella rimasta la chiamiamo materia perché è la stoffa delle nostre magliette, dei fegati, delle mani. Ma se a sopravvivere fosse stata l’altra? Destra e sinistra: la destra è la mano dalla parte del fegato, la sinistra dal lato del cuore. Hai mai visto una targhetta su un elettrone con scritto ciao, sono materia? È solo burocrazia...