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FACCIAMOLI DUE CONTICINI

Importanti riunioni aveva sempre da fare mio padre.  Diceva: "C'è un pezzo che è molto difficile trovare" ed io cercavo il tassello di un puzzle. Non l'ho ancora trovato.   Nonno era fragoroso ed ampolloso. Mi parlava dei suoi tempi d'oro ma almeno mi amava. Lo ricordo sporcarsi di fuliggine accanto alla sua stufa, accarezzare la testa del segugio. Mi narrava di mirabolanti possedimenti d'oltre mare.  A me oggi basterebbe uno scoglio, starmene ammassato in un ambiente ristretto con me stesso.   Ed invece in un cerchio dantesco sono immerso, schiacciato da una massa di cialtroni che chiede entusiasta il bis di un indegno spettacolino che a me invece fa cacare.   Da piccolo credevo di essere immortale ed altre cose strane.   (Andrea Battantier, Memorie di un adolescente, Memorie di un amore, Mip Lab, 2004, EdoT) #memoriediunadolescente  #memoriediunamore  #MIPLab  #stephenstadif 
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IL SOLE DI MIA NONNA

La verità sta nel mezzo, diceva mia nonna. Chi demonizza il sole dimentica la vitamina D; chi lo cerca senza filtri rischia ustioni e tumori. Le creme chimiche proteggono ma contengono sostanze discutibili; quelle fisiche (ossido di zinco) sono più sicure. Le magliette UV in acqua sono ottime, specie per bambini (le uso anch'io), ma non bastano per il viso (a meno che nuoto contrario al sole). Il buon senso? Esporsi gradualmente, evitare le ore 11-16, e usare la protezione adatta al fototipo. Alternare barriere, magliette, creme e ombra, soprattutto ascoltando la pelle, è scelta saggia. (Didier Doutest: Lao in the company knows the formula, Mip Lab, 2016) #didierdoutest #MIPLab

QUANDO L’INQUILINO DEL TERZO PIANO ERO IO (come persi la mia identità e come la ritrovai)

Quando ho visto “L'inquilino del terzo piano” per la prima volta, ho provato un brivido di gelida immedesimazione. Il protagonista, stritolato dall'invisibile e giudicante sguardo dei vicini fino a perdere la propria identità e a lanciarsi dalla finestra, era la trascrizione clinica della mia disintegrazione interiore. Sono cresciuto in una “small town” di provincia, proprio come quella cantata dai Bronski Beat. Un microcosmo claustrofobico dove la diversità è una colpa da espiare. In casa, la trappola aveva due volti: quello di mia madre, un affetto iperprotettivo e soffocante che mi limitava per la paura di vedermi soffrire, e quello di mio padre, che mi demoliva con spietata continuità. Per lui non ero un figlio, ma un "omuncolo" con le "chiappe chiacchierate", un'evirazione simbolica continua che squalificava la mia esistenza. Per sopravvivere ho fatto esattamente come il protagonista del film di Polanski: ho indossato la maschera che gli altri ave...

ERA MEGLIO NON ADOTTARTI (Quando ti senti sola al mondo, cerchi qualsiasi anestetico per non sentire quel vuoto divorante)

Preferisco il silenzio della mia stanza alle parole che feriscono. Quando mi chiudo dentro è  per isolarmi, per proteggermi da chi non sa più accogliermi. Non mi sento capita, mi sento sola, nessuno crede in me. È una sensazione sempre uguale, uno sfondo grigio che accompagna ogni mia giornata. Poi arriva la frase che polverizza ogni fragile difesa, pronunciata da chi avrebbe dovuto rappresentare il mio porto sicuro: «Era meglio non adottarti». In quelle quattro parole si è concentrato il peso di un rifiuto profondo, che parte direttamente dalla mia infanzia. Ci sono rimasta malissimo, con un vuoto nello stomaco che fa male quasi fisicamente. Lo so, non sono una santa. Ho commesso i miei errori, ho camminato lungo strade buie e tortuose. Mia madre oggi mi accusa di rubarle i soldi, sospetta di me ad ogni gesto, ma non è vero. La fiducia si è spezzata e ricostruirla sembra un'impresa impossibile quando l'unica lente attraverso cui vengo vista è quella del sospetto. Ho avuto ...

FIN DA PICCOLO NON AMAVO LE ARMI GIOCATTOLO (quanti soldi tolti alle scuole, agli ospedali e all’aiuto alle famiglie in difficoltà)

Sento parlare sempre più spesso di guerra, armi e spese militari. Dicono che per essere sicuri bisogna comprare, vendere armi, combattere e fare combattere. Il governo ha chiesto un prestito gigantesco, quasi 15 miliardi di euro, tutto a debito: quei soldi saranno tolti alle scuole, agli ospedali e all’aiuto alle famiglie in difficoltà. Chi pagherà davvero? Noi ragazzi di oggi, e quelli di domani. Anche la segretaria del più grande partito che si dice di sinistra ha assicurato che continuerà a mandare armi in Ucraina senza fermarsi mai, accontentando chi produce e vende strumenti di morte. Intanto i capi che contano -politici, banchieri, fabbricanti di armi e giornaletti amici- sono d’accordo tra loro. Insieme spingono per una pace sempre più lontana, mentre chi sogna un mondo senza bombe viene preso in giro o messo da parte. La voce più limpida arriva da persone di fede, come Papa Francesco e il presidente di Pax Christi, monsignor Giovanni Ricchiuti: le armi non portano mai la pace, ...

LA SPERANZA

La speranza non sta nell’armadio, appesa a una gruccia. Non la si riceve in eredità come un orologio da taschino. Di primo mattino vedi persone indaffarate, impastano un futuro con briciolette di presente, aggiungono acqua, aspettano che lieviti. È un lavoro duro. Nessuno paga. Siamo fragili, qualcuno finge di avere un piano in compagnia di benedetta speranza: anch’essa ha le scarpe bucate, eppure cammina. O forse è una questione di decenza: provare speranza è come tenere la schiena dritta durante un terremoto. Ridicolo, eppure quel gesto contiene una sua astrusa dignità. Sperare è svegliarsi, bere un bicchiere d’acqua, aprire la porta quando bussa la paura; per scoprire che se ti alzi per aprire, fuori non c’era nessuno. La speranza è una leva che alle volte si spezza. Eppure proviamo ancora a sollevare il mondo, almeno un centimetro, per salvarci. Salvarci da cosa? Dalla noia, dalla morte, dal prossimo lunedì? Forse la speranza non è un ombrello, ma la strana abitudine di uscire senz...

I SILENZI (Il silenzio non è un’assenza, è un gesto)

Ci può essere tanta violenza nei silenzi, negli sguardi. Noi lo chiamavamo “un attimo di stanchezza”. Ma se la stanchezza lasciasse ematomi, gli psicologi avrebbero liste d’attesa da Pronto Soccorso.   Abbiamo imparato l’arte sottile di ferire senza lasciare traccia. Un silenzio è una bomba a orologeria che esplode senza rumore, lasciando crateri nella fiducia.   Ti ho guardato, e in un secondo ho vissuto tutte le tue partenze. Il silenzio è un paese straniero dove si parla una lingua che conosci, ma nessuno risponde. Ciò che lo rende violento è una domanda mai posta, il peso di uno sguardo che sa tutto e tace.   Il silenzio non è un’assenza, è un gesto, può accarezzare o schiaffeggiare, senza mai toccare. Ci può essere tanta violenza nei silenzi, negli sguardi.   Ho imparato che certi sguardi sono interruttori che spengono il mondo.   E adesso navigo in un universo di spine, con le tasche piene di ‘mi dispiace’ mai detti.   ...