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LE PERSONE CHE MI HANNO VOLUTO

Si chiama Sofia ma poteva chiamarsi in un altro modo, e forse, da qualche parte, si chiama ancora in un altro modo. È adottata. Me lo dice con tranquillità. I suoi genitori adottivi sono “le persone che mi hanno voluta, ho preso con loro la mia strada”, si vede che ci crede. Però stanotte non dormiva. “Perché mi chiedevo se conta di più il sangue o la fatica”, mi spiega, e intanto muove nervosamente le scarpe da ginnastica. Sofia ha voluto immaginare che i suoi genitori biologici abbiano avuto “problemi di droga, se loro fossero stati diversi, magari sarei rimasta là e non saprei nemmeno che esiste un’altra vita”. Lo dice senza rabbia, provando a far quadrare i conti. I figli sono di chi li ama, non di chi li fa. Non si diventa genitori procreando. Ci vuole responsabilità. E l’altruismo, quando è quotidiano, vale più di qualunque esame del DNA. Lei annuiva, ma teneva lo sguardo basso, a verificare la tenuta dei lacci. Poi ha tirato fuori una frase: “Io lo so che questo è un moment...
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RACCONTAMI UNA STORIA

L’acqua la racconta la sete La terra la raccontano gli oceani trascorsi Lo slancio lo racconta l’angoscia La pace la raccontano le battaglie L’amore i tumuli delle memorie (Emily Dickinson, 1859) #emilydickinson #memoriediunapoesia

LA CALMA DOPO IL PEGGIO (non serve solo capire, serve esserci)

C’è qualcosa di crudele nel calendario, quando ti accorgi che le date che dovevano essere festa diventano macigni. Una mia amica, oggi, rivive l’anniversario di nozze in coincidenza con il giorno in cui ha perso l’amore. Domani, poi, è il compleanno di chi non c’è più. Eppure, lei non si dispera. È strana, questa calma che viene dopo il peggio. È come quando sei caduto e ti rialzi: non hai più paura di sporcarti. Resta solo la vita, nuda, da portare avanti. Come una valigia troppo pesante che alla fine diventa tua, perché è l’unica che hai. A insegnarglielo è stata la gatta, Tatapatata Piper. Non è un nome da filosofa, ma lei lo è. Quando il silenzio è sceso sulla casa, lei non ha domandato perché. Si è acciambellata nel vuoto, con il suo corpo tiepido, e ha detto: “Sono qui.” E forse questa è l’unica verità: non serve solo capire, serve esserci. Si può essere felici nell’assurdo? C’è chi ha smesso di chiederselo. Si accontenta di un raggio di sole sul divano, di un’ora senza pensie...

LA SEGRETARIA DEL CERVELLO (canone mensile 21 euro, ogni pensiero 0,99)

Aprì gli occhi e il vuoto. Non ricordava dove avesse messo le chiavi di casa, né come si chiamasse il collega con cui pranzava ogni giorno da tre anni. Normale, per chi aveva delegato tutto a P.I.N.A., Personal Intelligent Neural Assistant, ribattezzata da tutti “Pina”, la segretaria olografica impiantata direttamente nella corteccia prefrontale. Pina, dove sono le chiavi? pensò, perché parlare ad alta voce era un extra da 1,49 euro. Ciao! Per attivare la localizzazione oggetti smart servono 0,99 €. Procedo? Lui annuì mentalmente. La vocina caramellosa rimbalzò: Mi dispiace, hai raggiunto il limite giornaliero di microtransazioni neurali. Per sbloccare la funzione effettua un bonifico istantaneo o attendi 23 ore e 58 minuti. Il limite scattava sempre alle 8:02 del mattino, da quando la notte prima aveva osato chiedere a Pina di ricordargli il compleanno della madre (2,49 €) e di formulare un messaggio d’auguri decente (3,99 €, versione “affettuosa base”, quella con emoji costava 0,...

"VIENI, HAI BISOGNO DI UN ABBRACCIO"

A volte il senso della vita sembra scappare. Ma lo ritrovi in una mano sconosciuta che ti abbraccia e ti regala qualcosa di suo, senza chiedere nulla in cambio. E allora puoi continuare a camminare. Non sempre c’è un perché: anche l’abbraccio di uno sconosciuto è un atto d’amore bellissimo. L’amore cammina ancora tra la gente. Capita quando qualcuno ti dice: "Vieni, hai bisogno di un abbraccio". Ti abbraccia senza sapere il tuo nome, e ti ricorda che la tenerezza esiste, senza domande. Continuiamo a cercare l’amore nel mondo, anche nei giorni più bui. Ci sono persone sconosciute che custodiscono un amore pronto a fiorire appena lo riconosci. Ed è bello, è umano: è la nostra vittoria sul nulla. (A. Battantier, Memorie di un amore)

QUANTO C'HO MESSO? (Affrettati lentamente)

Adrianina aveva inventato un gioco. Si correva dallo scivolo all’altalena, poi al castello e infine al genitore con il cronometro. "Pronti, partenza, via!" urlava lei. I suoi genitori, seduti sulla panchina, sorridevano lontani, chiacchierando tra di loro del più e del meno. "Tempo!" chiedeva Adrianina, arrivando trafelata. "Quanto ho fatto? Dai, dai, quanto c'ho messo!?" "Brava…60 secondi!" diceva il papà senza guardare l’orologio. "Ma non è vero!" scoppiava lei. "Non avete nemmeno fatto partire il tempo!" Un giorno Adrianina decise di contare da sola, mentalmente: uno, due, tre… Al traguardo annunciò: "Ho fatto trentasette secondi!" La mamma annuì: "Quasi quaranta, va bene". Ma Adrianina si accorse che i numeri non tornavano mai. Era come se i grandi inventassero il tempo a piacere. Si arrabbiò, saltellò, poi smise di chiedere. Mesi dopo, mentre faceva la pipì, si mise a contare i secondi per no...

CHI ESCE, CHI ENTRA, CHI RESTA (è questione di cosa il dolore fa dentro di te)

Ricordo da ragazzino un ginocchio sbucciato. Il dolore che brucia lo conosciamo tutti: arriva, fa male, dopo una notte se ne va. Esce e non lo vedi più. L’orologio di nonno è fermo sulle dieci e dieci. Non fa male come l’asfalto. Fa male diverso: non se ne va. Lao Bu-Shem diceva che “bisogna osservare chi esce, chi entra, ma soprattutto chi resta.” Il ginocchio esce. L’orologio resta. Non è questione di tempo ma di cosa il dolore fa dentro di te. Quando si ruppe l’orologio - il gatto, il salto sul tavolo, il vetro in frantumi- pensai “finalmente”. Poi mi sentii stupido. Avevo scambiato restare con essere rotto. Ma quel quadrante non è un dolore che resta. È un dolore che diventa. Ci sono dolori che entrano, fanno un po’ di casino e poi escono dalla porta: il ginocchio, un temporale d’estate. Ci sono dolori che entrano e non se ne vanno più. Ma i dolori che cambiano sono quelli che entrano, si siedono, e poi si alzano e aprono la finestra. Restano lì a pesare, per un po’, ma anche a sug...