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QUANDO L’INQUILINO DEL TERZO PIANO ERO IO (come persi la mia identità e come la ritrovai)

Quando ho visto “L'inquilino del terzo piano” per la prima volta, ho provato un brivido di gelida immedesimazione. Il protagonista, stritolato dall'invisibile e giudicante sguardo dei vicini fino a perdere la propria identità e a lanciarsi dalla finestra, era la trascrizione clinica della mia disintegrazione interiore. Sono cresciuto in una “small town” di provincia, proprio come quella cantata dai Bronski Beat. Un microcosmo claustrofobico dove la diversità è una colpa da espiare. In casa, la trappola aveva due volti: quello di mia madre, un affetto iperprotettivo e soffocante che mi limitava per la paura di vedermi soffrire, e quello di mio padre, che mi demoliva con spietata continuità. Per lui non ero un figlio, ma un "omuncolo" con le "chiappe chiacchierate", un'evirazione simbolica continua che squalificava la mia esistenza. Per sopravvivere ho fatto esattamente come il protagonista del film di Polanski: ho indossato la maschera che gli altri ave...
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ERA MEGLIO NON ADOTTARTI (Quando ti senti sola al mondo, cerchi qualsiasi anestetico per non sentire quel vuoto divorante)

Preferisco il silenzio della mia stanza alle parole che feriscono. Quando mi chiudo dentro è  per isolarmi, per proteggermi da chi non sa più accogliermi. Non mi sento capita, mi sento sola, nessuno crede in me. È una sensazione sempre uguale, uno sfondo grigio che accompagna ogni mia giornata. Poi arriva la frase che polverizza ogni fragile difesa, pronunciata da chi avrebbe dovuto rappresentare il mio porto sicuro: «Era meglio non adottarti». In quelle quattro parole si è concentrato il peso di un rifiuto profondo, che parte direttamente dalla mia infanzia. Ci sono rimasta malissimo, con un vuoto nello stomaco che fa male quasi fisicamente. Lo so, non sono una santa. Ho commesso i miei errori, ho camminato lungo strade buie e tortuose. Mia madre oggi mi accusa di rubarle i soldi, sospetta di me ad ogni gesto, ma non è vero. La fiducia si è spezzata e ricostruirla sembra un'impresa impossibile quando l'unica lente attraverso cui vengo vista è quella del sospetto. Ho avuto ...

FIN DA PICCOLO NON AMAVO LE ARMI GIOCATTOLO (quanti soldi tolti alle scuole, agli ospedali e all’aiuto alle famiglie in difficoltà)

Sento parlare sempre più spesso di guerra, armi e spese militari. Dicono che per essere sicuri bisogna comprare, vendere armi, combattere e fare combattere. Il governo ha chiesto un prestito gigantesco, quasi 15 miliardi di euro, tutto a debito: quei soldi saranno tolti alle scuole, agli ospedali e all’aiuto alle famiglie in difficoltà. Chi pagherà davvero? Noi ragazzi di oggi, e quelli di domani. Anche la segretaria del più grande partito che si dice di sinistra ha assicurato che continuerà a mandare armi in Ucraina senza fermarsi mai, accontentando chi produce e vende strumenti di morte. Intanto i capi che contano -politici, banchieri, fabbricanti di armi e giornaletti amici- sono d’accordo tra loro. Insieme spingono per una pace sempre più lontana, mentre chi sogna un mondo senza bombe viene preso in giro o messo da parte. La voce più limpida arriva da persone di fede, come Papa Francesco e il presidente di Pax Christi, monsignor Giovanni Ricchiuti: le armi non portano mai la pace, ...

LA SPERANZA

La speranza non sta nell’armadio, appesa a una gruccia. Non la si riceve in eredità come un orologio da taschino. Di primo mattino vedi persone indaffarate, impastano un futuro con briciolette di presente, aggiungono acqua, aspettano che lieviti. È un lavoro duro. Nessuno paga. Siamo fragili, qualcuno finge di avere un piano in compagnia di benedetta speranza: anch’essa ha le scarpe bucate, eppure cammina. O forse è una questione di decenza: provare speranza è come tenere la schiena dritta durante un terremoto. Ridicolo, eppure quel gesto contiene una sua astrusa dignità. Sperare è svegliarsi, bere un bicchiere d’acqua, aprire la porta quando bussa la paura; per scoprire che se ti alzi per aprire, fuori non c’era nessuno. La speranza è una leva che alle volte si spezza. Eppure proviamo ancora a sollevare il mondo, almeno un centimetro, per salvarci. Salvarci da cosa? Dalla noia, dalla morte, dal prossimo lunedì? Forse la speranza non è un ombrello, ma la strana abitudine di uscire senz...

I SILENZI (Il silenzio non è un’assenza, è un gesto)

Ci può essere tanta violenza nei silenzi, negli sguardi. Noi lo chiamavamo “un attimo di stanchezza”. Ma se la stanchezza lasciasse ematomi, gli psicologi avrebbero liste d’attesa da Pronto Soccorso.   Abbiamo imparato l’arte sottile di ferire senza lasciare traccia. Un silenzio è una bomba a orologeria che esplode senza rumore, lasciando crateri nella fiducia.   Ti ho guardato, e in un secondo ho vissuto tutte le tue partenze. Il silenzio è un paese straniero dove si parla una lingua che conosci, ma nessuno risponde. Ciò che lo rende violento è una domanda mai posta, il peso di uno sguardo che sa tutto e tace.   Il silenzio non è un’assenza, è un gesto, può accarezzare o schiaffeggiare, senza mai toccare. Ci può essere tanta violenza nei silenzi, negli sguardi.   Ho imparato che certi sguardi sono interruttori che spengono il mondo.   E adesso navigo in un universo di spine, con le tasche piene di ‘mi dispiace’ mai detti.   ...

SONO IO, CI SONO (È l'amore che salva!)

Qualche volta mi siedo a guardare mia nonna e mi sembra che viva in un altro tempo, un posto tutto suo dove io non riesco ad entrare. È strano vederla confusa, fa male quando non ricorda il mio nome o ripete la stessa cosa dieci volte di fila. Ho imparato che per avvicinarmi a lei serve bussare al suo cuore. Quando entro nella sua stanza, invece di chiederle se sa chi sono, le dico semplicemente: "Sono io, ci sono". Se lei pensa che mio nonno -che non c’è più- stia per tornare a casa, io annuisco e glielo lascio credere. Non serve smontare il suo mondo; la verità non è importante quanto la sua serenità. A volte basta stringerle la mano in silenzio o far partire quella canzone che amava tanto, la canzone dei vecchi amanti. Essere lì con lei, senza aspettarmi che sia la persona di prima, mi ha fatto capire una cosa grande: l'amore non chiede nulla in cambio, non cerca di aggiustare le persone. L'amore resta accanto, a fare spazio alla fragilità e a dire, senza pa...

GLI ERRORI (Avere tutto senza niente è un trucco di prestigio che si impara solo perdendo)

I tuoi errori ti hanno condotto a te. Uno si sforza, la  chiama crescita ma costa tanta fatica e un pizzico di fantasia. Ho sentito un guru: “Se non hai niente hai tutto”. Ecco, qui non basta un pizzico di fantasia, serve tanta ma tanta immaginazione. Chi non ce la fa compra felicità a termine, quelli del corso mindfulness dicevano che la felicità iniziava da noi. Ci sono errori che non te ne accorgi subito, si depositano come sassolini nella scarpa. A furia di camminare impari a chiamarli esperienza. La crescita personale è costellata di aggettivi: resiliente (argh!?), centrato, consapevole. Alle volte il luogo dove arrivi, quel “te” che ti sei sudato, è un vicolo cieco. Costa fatica solo ad ammetterlo, e molta umiltà.   Davanti all’ennesimo fallimento servirebbe un’immaginazione da funamboli per non cadere. Al corso di mindfulness l’insegnante sorrideva: “La felicità comincia da voi”. In sala quindici persone annuivano, pensando al parcheggio scaduto. Forse la f...