La sveglia suona. Il sogno arretra come una marea, depositando sulla battigia della coscienza un volto che non vedevi da tempo. Un ex. Un ricordo, ma non è nostalgia. È un appuntamento con una parte di te che hai chiuso in una stanza sul retro, senza finestre. Quella figura non è una persona, ma un’immagine dell’anima che torna ad interrogarti. Sognare un trauma non è solo rivivere il dolore; è la mente che cuce di notte ciò che il giorno ha strappato. Senza anestesia. La mente non butta niente. Accumula fotogrammi, frasi, silenzi. E quando dormi, li mette in ordine, un archivista paziente senza scadenze. Forse perché il passato non esiste finché non lo si è guardato davvero. I sogni ripetuti tornano soprattutto per ricordarti che un accordo è rimasto sospeso, una parola non detta. Siediti accanto a quel sogno come fai con un ospite inatteso. Non cacciarlo. Non aggrappartici. Offrigli una tazza di tè. La via d’uscita è attraverso. Ogni ferita vuole diventar...
“Come stai?” Ho risposto “dai…bene”. Bene, una bugia da quattro soldi. Dopo un lutto, un dolore grande, una malattia, non siamo più attaccati al mondo. Siamo caduti. E gli altri pretendono che ce ne stiamo lì, per terra, a brillare come se niente fosse. La fragilità è la fatica di reggere un copione scritto da altri. Il lutto, fedelmente che ti segue, ma tu devi andare in ufficio e dire che il tempo è bello. Lo dici perché altrimenti la gente si spaventa. Ogni “bene” pronunciato dopo una perdita è un piccolo crimine contro se stessi. Ma un crimine necessario, come rubare il pane quando hai fame. In società si fa così, tu non mi mostri il tuo baratro, io non ti mostro il mio. E così si va avanti. Il guaio è che il baratro, nel frattempo, si allarga. Il dolore non si racconta. Si indossa. Stamattina sono uscito. Il sole era un ostaggio del cielo. La portiera ha detto: “Vedrai, il tempo aggiusta tutto”. Le ho sorriso a mezzo. Avrei voluto dirle che il tempo non aggiusta n...