Il corpo tende all’equilibrio, lo sanno i sassi, le pozzanghere, certi acrobati stanchi. È una questione d’orecchio che capta. Se inclini la testa di scatto, il mondo non cade: si sposta appena, e torna a posto da solo. Arrivano le interferenze, stress, inciampi, un amore vuoto scambiato per vertigine. Il corpo annota, trattiene, rilascia: è un allievo diligente. A volte basta una notte di sonno, un cucchiaino di magnesio, ti svegli e l’asse del mondo è di nuovo perpendicolare al tuo buongiorno. A volte. Da ammirare, questa ostinazione, questo rammendare la tela mentre la trama cede. Ma c’è un punto in cui le riparazioni diventano bozze, appunti a margine di un corpo che non smette di chiedere fiducia. Ciò che era acuto si fa cronico, impara a restare. Non è ancora resa, intendiamoci: è un accomodamento, un baratto tra il fuoco e l’estintore scarico. Il corpo, generoso ti concede una tregua in cambio di tutte le tue attenzioni. Lo curi, lo misuri, gli parli come a un vecchio a...
È una strana estate, quella che stiamo vivendo in campagna. Il silenzio di monte Aguzzo, solitamente interrotto solo dal canto delle cicale e dalle pecore, è stato invaso da un vocabolario che sembra provenire da un altro pianeta, dove la grammatica è un accessorio obsoleto. Cerco di fare del mio meglio. Mio marito Caio, invece, vive in una beata isola di sordità parziale. Quando i nostri tre nipoti –nove, dieci e dodici anni– iniziano a parlare, Caio inclina la testa, si aggiusta l’apparecchio acustico e mi guarda con l'aria di chi cerca di decifrare un codice Enigma, alzando sovente le spallucce. "Nonno, hai perso tutta la tua aura," esclama il più piccolo, guardando Caio che inciampa nel tubo dell’irrigazione. Caio, ignaro, sorride. "Che ora ora è? Sono le sette, caro mio." I ragazzini ridono. Non è una risata maligna, è una risata di chi si sente parte di una loggia segreta. Per loro, la vita si misura in "punti aura": se cadi in modo goffo, perdi ...