Passa ai contenuti principali

Post

È MORTO JOVANOTTI, IL CIELO IN UNA STANZA (2 racconti di erbette aromatiche)

È MORTO JOVANOTTI Il salotto di nonna era pieno di nebbia dorata,  io me ne stavo sprofondato sul divano di velluto, viaggiavo tra dimensioni parallele dopo la seconda bocciatura in 3 anni. La nonna entrò con la solita espressiobe di rimprovero, mi guardò scuotendo la testa: "Ancora a fumare quella roba? Ehh…i giovanotti, oramai, sono proprio morti". Il mio cervello, annebbiato da diverse sostanze aromatiche, ebbe un corto circuito emotivo. Non sentì un giudizio sui giovani d'oggi, ma la condanna definitiva del mio idolo, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti. Passai le successive sei ore in un pianto disperato, con "A te" a palla nelle cuffie e il viso rigato di lacrime, convinto di aver perso l'unica bussola della mia perduta giovinezza. Uscii di casa solo verso sera, trascinandomi verso il solito ritrovo. Non appena mi videro, gli altri scoppiarono a ridere. "Ma quale morto, Lorenzo sta per salire sul palco, sei completamente fuori di testa...
Post recenti

QUANDO LA PORTA DIVENTÒ FINESTRA (questione di punti cardinali)

C'è chi costruisce la sua vita intorno ad un'altra persona. Alle volte va bene, alle volte meno. Per anni la casa resta in piedi, abitabile, con le finestre che danno su un giardino curato insieme. Poi una mattina ti accorgi che la chiave gira con uno scatto diverso. Il tempo non frana tutto in una notte. Lavora di cesello o, meglio, di carta abrasiva: leviga gli spigoli della paura, assottiglia la dipendenza fino a farci vedere attraverso. La paura di cambiare è tenera superstizione, come credere che i giochi di una volta restino nel cassetto ad aspettarci. Invece i bambini crescono, e noi con loro. Mi sono accorto una notte, per un lampione sfarfallante, di  questo lieve disallineamento: la coppia è un orologio a due meccanismi che ogni tanto si guardano e scoprono di segnare minuti diversi. Non è un difetto di fabbrica. Una coppia di merli qualche mese fa aveva costruito il nido sul cornicione. L’anno scorso il nido era altrove. Il merlo sembrava disorientato, per qualc...

I RICORDI BRUTTI (Perché intossicarsi l’anima con i veleni che già conosciamo?)

Un pensiero leggero, una stanza con le finestre aperte.  Perché intossicarsi l’anima con i veleni che già conosciamo? I ricordi brutti arrivano lo stesso, senza bussare, ospiti non invitati. Ma almeno non ravviviamoli andando di proposito nel punto esatto del dolore.  Certi luoghi fisici hanno fauci insaziabili, certi luoghi mentali sono scantinati senza interruttore.  La memoria va saputa curare.  (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 7/26) #memoriediunamore  #MIPLab  #stephenstadif 

SUL CONCERTO DI ULTIMO: CARO PAPÀ… (Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. Strano, perché il Sistema sembra sempre in splendida forma)

Caro papà, ho cercato di capire il tuo pensiero. Che ti devo dire, sembra il verbale dell'autopsia di un concerto. Tu vai a cercare l'imperialismo tra gli accendini dei cellulari, il neoliberismo tra i cori, il genocidio dentro un bis. Io, invece, ero semplicemente lì. A cantare. Poi su molte cose la penso come te, e lo sai. Voi avete avuto il Sessantotto (che poi nonno, nemmeno te!). Noi abbiamo TicketOne. Ci chiedi perché Ultimo non parla delle guerre, del capitalismo, degli algoritmi, delle oligarchie. Io ti rispondo con una domanda: e dopo cinquant'anni di editoriali, manifestazioni, rivoluzioni annunciate, libri, dibattiti, festival dell'impegno, conferenze sulla pace e cortei contro tutto, come siamo arrivati fin qui? Con più guerre, più disuguaglianze, più precarietà, più sorveglianza e perfino un pianeta che sembra avviato all'Apocalisse. Forse non siamo noi quelli che devono rendere conto. Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. St...

UNA VACANZA INTERROTTA (Grazie mamma, grazie papà)

Il padre compra una granita alla fragola, la posa sul tavolino senza dire niente. Lei conta i cucchiaini: due. La madre ha già cominciato a parlare del traffico, degli asciugamani, di come il sale fa bene alla pelle, e intanto le accarezza la nuca con il palmo.  Nessuno ha detto aborto. Hanno detto interruzione, un blackout, un tram che salta la fermata. Lei, diciassette anni, ha pensato alle interruzioni pubblicitarie e al filo del film che si perdeva. Adesso il filo era lei, e il film era un altro. Sua madre ha pianto una volta sola, di nascosto, nel bagno dell’autogrill, tra il rumore della piadina scaldata e la macchinetta del caffè. Suo padre ha comprato un portachiavi con la Trinacria. A cena gliel’ha messo davanti, sul tovagliolo: «Tieni, per le chiavi di casa che avevi perso.»  Lei ha capito: qualsiasi casa sarà ancora sua. Un padre è questo: un pilastro che parla poco ma fa ombra nei pomeriggi siciliani. Sul balcone, di notte, il silenzio di là dalla porta sembrava un...

I BAMBINI NON DISCRIMINANO, A MENO CHE NON ABBIANO GENITORI CHE GLIELO INSEGNINO (sapevano già tutto: che l’altro esiste, ed è sufficiente)

Ho visto al parco due bambini che non si conoscevano. Uno aveva una pallina, l’altro un sasso che per lui era una rana. Non parlavano la stessa lingua, ma ridevano insieme. Poi si sono scambiati i giochi: il sasso diventava pallina, la pallina sasso. Nessuno ha detto “non vale”, nessuno ha chiesto “da dove vieni?”. Da dove nasce questa trasparenza? Non dall’innocenza, ma da un’attenzione che gli adulti perdono, distratti dal catasto delle differenze. Il bambino vede il colore della pelle come una variante della luce, la voce, l’accento come dati di un paesaggio senza mappe. La mappa la disegnano i grandi. I bambini discriminano: distinguono il dolce dal salato, ma senza valore morale. (Ricordo un educatore che, non riuscendo a leggere un nome indiano, disse: “Ma che sò sti nomi complicati… perché nun lo chiami Mario che stàmo in Italia!?”). Lo impariamo ascoltando: un genitore che arriccia la bocca, ed ecco il virus. È apprendimento sociale, polvere sullo specchio. Se non la togli, div...

IL TEMPIO (c'era un gatto che dormiva con un cagnolino che sembrava un pulcino)

Alessia, 16 anni, guidava il gruppo oltre il cancello arrugginito. «È solo la villa dei fricchettoni», disse Lorenzo, innamorato di lei senza averlo mai confessato Chiara, ragazzina leale ma fifona, stringeva un portafortuna. Il curiosissimo Tommaso, toccava già ogni stelo d’erba andando per la via sconosciuta del tempio. La campagna intorno vibrava di cicale. L’edificio color ocra sembrava assorto, immerso nel verde.   Un cartello all’ingresso: “Oggi iniziano i nove giorni sacri”.  «Navaratri?» lesse Chiara. «Mai sentito…che sarà?». Un’ombra bianca esplose dal frutteto: un pastore maremmano grosso come un vitello. «Corri!» urlò Lorenzo.  L’animale, nel suo slancio innocente, li spinse verso il portone aperto del tempio.  Entrarono inciampando, si tolsero le scarpe per non far rumore sul legno, come invitava un’insegna. La porta si chiuse alle loro spalle con un tonfo. Dentro, penombra e statue. Tommaso allungò subito la mano verso quella con la testa di elefante. «...