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LA CALMA DOPO IL PEGGIO (non serve solo capire, serve esserci)

C’è qualcosa di crudele nel calendario, quando ti accorgi che le date che dovevano essere festa diventano macigni. Una mia amica, oggi, rivive l’anniversario di nozze in coincidenza con il giorno in cui ha perso l’amore. Domani, poi, è il compleanno di chi non c’è più. Eppure, lei non si dispera. È strana, questa calma che viene dopo il peggio. È come quando sei caduto e ti rialzi: non hai più paura di sporcarti. Resta solo la vita, nuda, da portare avanti. Come una valigia troppo pesante che alla fine diventa tua, perché è l’unica che hai. A insegnarglielo è stata la gatta, Tatapatata Piper. Non è un nome da filosofa, ma lei lo è. Quando il silenzio è sceso sulla casa, lei non ha domandato perché. Si è acciambellata nel vuoto, con il suo corpo tiepido, e ha detto: “Sono qui.” E forse questa è l’unica verità: non serve solo capire, serve esserci. Si può essere felici nell’assurdo? C’è chi ha smesso di chiederselo. Si accontenta di un raggio di sole sul divano, di un’ora senza pensie...
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LA SEGRETARIA DEL CERVELLO (canone mensile 21 euro, ogni pensiero 0,99)

Aprì gli occhi e il vuoto. Non ricordava dove avesse messo le chiavi di casa, né come si chiamasse il collega con cui pranzava ogni giorno da tre anni. Normale, per chi aveva delegato tutto a P.I.N.A., Personal Intelligent Neural Assistant, ribattezzata da tutti “Pina”, la segretaria olografica impiantata direttamente nella corteccia prefrontale. Pina, dove sono le chiavi? pensò, perché parlare ad alta voce era un extra da 1,49 euro. Ciao! Per attivare la localizzazione oggetti smart servono 0,99 €. Procedo? Lui annuì mentalmente. La vocina caramellosa rimbalzò: Mi dispiace, hai raggiunto il limite giornaliero di microtransazioni neurali. Per sbloccare la funzione effettua un bonifico istantaneo o attendi 23 ore e 58 minuti. Il limite scattava sempre alle 8:02 del mattino, da quando la notte prima aveva osato chiedere a Pina di ricordargli il compleanno della madre (2,49 €) e di formulare un messaggio d’auguri decente (3,99 €, versione “affettuosa base”, quella con emoji costava 0,...

"VIENI, HAI BISOGNO DI UN ABBRACCIO"

A volte il senso della vita sembra scappare. Ma lo ritrovi in una mano sconosciuta che ti abbraccia e ti regala qualcosa di suo, senza chiedere nulla in cambio. E allora puoi continuare a camminare. Non sempre c’è un perché: anche l’abbraccio di uno sconosciuto è un atto d’amore bellissimo. L’amore cammina ancora tra la gente. Capita quando qualcuno ti dice: "Vieni, hai bisogno di un abbraccio". Ti abbraccia senza sapere il tuo nome, e ti ricorda che la tenerezza esiste, senza domande. Continuiamo a cercare l’amore nel mondo, anche nei giorni più bui. Ci sono persone sconosciute che custodiscono un amore pronto a fiorire appena lo riconosci. Ed è bello, è umano: è la nostra vittoria sul nulla. (A. Battantier, Memorie di un amore)

QUANTO C'HO MESSO? (Affrettati lentamente)

Adrianina aveva inventato un gioco. Si correva dallo scivolo all’altalena, poi al castello e infine al genitore con il cronometro. "Pronti, partenza, via!" urlava lei. I suoi genitori, seduti sulla panchina, sorridevano lontani, chiacchierando tra di loro del più e del meno. "Tempo!" chiedeva Adrianina, arrivando trafelata. "Quanto ho fatto? Dai, dai, quanto c'ho messo!?" "Brava…60 secondi!" diceva il papà senza guardare l’orologio. "Ma non è vero!" scoppiava lei. "Non avete nemmeno fatto partire il tempo!" Un giorno Adrianina decise di contare da sola, mentalmente: uno, due, tre… Al traguardo annunciò: "Ho fatto trentasette secondi!" La mamma annuì: "Quasi quaranta, va bene". Ma Adrianina si accorse che i numeri non tornavano mai. Era come se i grandi inventassero il tempo a piacere. Si arrabbiò, saltellò, poi smise di chiedere. Mesi dopo, mentre faceva la pipì, si mise a contare i secondi per no...

CHI ESCE, CHI ENTRA, CHI RESTA (è questione di cosa il dolore fa dentro di te)

Ricordo da ragazzino un ginocchio sbucciato. Il dolore che brucia lo conosciamo tutti: arriva, fa male, dopo una notte se ne va. Esce e non lo vedi più. L’orologio di nonno è fermo sulle dieci e dieci. Non fa male come l’asfalto. Fa male diverso: non se ne va. Lao Bu-Shem diceva che “bisogna osservare chi esce, chi entra, ma soprattutto chi resta.” Il ginocchio esce. L’orologio resta. Non è questione di tempo ma di cosa il dolore fa dentro di te. Quando si ruppe l’orologio - il gatto, il salto sul tavolo, il vetro in frantumi- pensai “finalmente”. Poi mi sentii stupido. Avevo scambiato restare con essere rotto. Ma quel quadrante non è un dolore che resta. È un dolore che diventa. Ci sono dolori che entrano, fanno un po’ di casino e poi escono dalla porta: il ginocchio, un temporale d’estate. Ci sono dolori che entrano e non se ne vanno più. Ma i dolori che cambiano sono quelli che entrano, si siedono, e poi si alzano e aprono la finestra. Restano lì a pesare, per un po’, ma anche a sug...

IL CHIRURGO DELLE PIANTE

L’amico mio giardiniere lo chiamavano “il chirurgo delle piante. Un giorno guardò un olivo in un vaso troppo piccolo e disse: “Il sottovaso trattiene l’acqua. Per l’olivo è come tenere i piedi in una pozzanghera per mesi. Non muore subito. Soffre piano piano, poi è troppo tardi. Poi mi spiegò che l’olivo, quando sta male, sacrifica i rami.  Li lascia seccare per tenere in vita il resto. “Lo fanno anche le persone”, disse. “Lasciano andare pezzi di sé. Ma non lo chiamano coraggio. Lo chiamano ‘tanto ormai’.” Lo trapiantammo. Terra asciutta, niente ristagni.  Lui tagliò le radici marce senza pietà. “Meglio un taglio netto che marciume poco a volta”, disse. Poi lo mise fuori. “L’olivo non è pianta da salotto. Sta bene dove l’aria si muove. Anche se fa freddo.” Per mesi non successe niente. Poi un giorno spuntò un germoglio alla base. “Vedi”, disse. “Non era fragile. Era solo nel posto sbagliato.” Mi chiesi: quanta gente sta morendo in un vaso decorativo, con un sottovaso pieno di...

LA MAMMA E LA LUNA

Cinquant’anni dopo lo dico, tanto ormai ho l’età in cui certe cose si possono confessare senza che ti prendano per scemo. Avevo nove anni. Mia madre era ricoverata a Cagliari, in coma farmacologico dopo un’operazione complicata. Mio padre stava là, io ero rimasto dagli zii a Carloforte. La notte in cui successe, non dormivo da tre giorni. Mi alzai, scavalcai la finestra bassa e andai alla Caletta. Ero triste e non sapevo pregare, andai in spiaggia, come se il mare fosse un orecchio. Il cielo era nero e pulito, ma la luna non c’era. Alzai gli occhi e niente. Assenza precisa, quasi scortese. Camminai sulla sabbia fredda fino alla riva. E lì la vidi. Stava sulla battigia, appoggiata come una conchiglia gigante. La luna. Non il suo riflesso: proprio lei, scesa. Uno spicchio opalescente, leggermente inclinato, emanava una luce fioca, educata, come se chiedesse scusa di essere lì. Mi sembrava fragile e stanca. La toccai. Era tiepida, liscia, un po’ umida. La sabbia intorno brillava. Mi sedet...