Dino guidava lungo il Muro Torto. Mani ferme sul volante. I lampioni sul parabrezza: lampo, buio, lampo, buio. Per anni aveva studiato il rigetto. Non come parola, ma come schema: riconoscere, attaccare, espellere. Fine. Aveva fatto lo stesso con tutto il resto. Persone comprese. Se qualcosa usciva dall’equilibrio, Dino si ritraeva. Se l’entropia saliva, tagliava. Aveva passato così tanto tempo a osservare corpi che accettano o rifiutano altri corpi, da rendere il proprio inabitabile. Sterile. Sicuro. «Il problema è il rumore di fondo», disse piano. Al lavoro lo eliminava. Dati puliti. Niente anomalie. A casa uguale. Discussioni: eliminate. Imprevisti: eliminati. Aveva trasformato tutto in qualcosa che tornasse. Non tornava niente. Aveva sempre pensato di lavorare per allungare la vita. Quella sera capì che sapeva solo misurarne la perdita. Accostò vicino a un chiosco chiuso. Neon intermittente. Il telefono in mano, aprì la rubrica. Nomi, titoli, reparti. Poi uno senza niente accanto. ...
Un ramo. Un giovane alberello vestito di foglie. Accanto, tre bambini di circa otto anni. Saltavano. Ridevano forte, un riso di rabbia. Volevano spezzarlo. Per gioco. Per noia. Mi sono avvicinato: “Fermatevi, l’albero si fa male”. Si sono bloccati un istante. Poi è arrivata la madre: “E lei chi è? Il guardiano del parco? Il parco è di tutti, i bambini giocano!”. Ha detto così. E i bambini, rianimati, hanno ripreso a saltare. Mi sono messo davanti al ramo, fisicamente. La madre all’amica: “Perché la gente non si fa gli affari suoi?”. No, signora. Non è un affare suo. È un affare di tutti. Questa Terra non è un supermercato dove entri, consumi e butti. È la casa. E la casa, quando la rompi, ti cade addosso. Quei bambini non odiano l’albero. L’hanno dimenticato. Non sanno che sotto la corteccia c’è linfa che sale, che quel ramo in primavera avrebbe fatto fiori, che un uccello ci avrebbe fatto il nido. Nessuno ha mai detto loro: “Tocca con cura, respira la foglia, ch...