Ricordo da ragazzino un ginocchio sbucciato. Il dolore che brucia lo conosciamo tutti: arriva, fa male, dopo una notte se ne va. Esce e non lo vedi più. L’orologio di nonno è fermo sulle dieci e dieci. Non fa male come l’asfalto. Fa male diverso: non se ne va. Lao Bu-Shem diceva che “bisogna osservare chi esce, chi entra, ma soprattutto chi resta.” Il ginocchio esce. L’orologio resta. Non è questione di tempo ma di cosa il dolore fa dentro di te. Quando si ruppe l’orologio - il gatto, il salto sul tavolo, il vetro in frantumi- pensai “finalmente”. Poi mi sentii stupido. Avevo scambiato restare con essere rotto. Ma quel quadrante non è un dolore che resta. È un dolore che diventa. Ci sono dolori che entrano, fanno un po’ di casino e poi escono dalla porta: il ginocchio, un temporale d’estate. Ci sono dolori che entrano e non se ne vanno più. Ma i dolori che cambiano sono quelli che entrano, si siedono, e poi si alzano e aprono la finestra. Restano lì a pesare, per un po’, ma anche a sug...
L’amico mio giardiniere lo chiamavano “il chirurgo delle piante. Un giorno guardò un olivo in un vaso troppo piccolo e disse: “Il sottovaso trattiene l’acqua. Per l’olivo è come tenere i piedi in una pozzanghera per mesi. Non muore subito. Soffre piano piano, poi è troppo tardi. Poi mi spiegò che l’olivo, quando sta male, sacrifica i rami. Li lascia seccare per tenere in vita il resto. “Lo fanno anche le persone”, disse. “Lasciano andare pezzi di sé. Ma non lo chiamano coraggio. Lo chiamano ‘tanto ormai’.” Lo trapiantammo. Terra asciutta, niente ristagni. Lui tagliò le radici marce senza pietà. “Meglio un taglio netto che marciume poco a volta”, disse. Poi lo mise fuori. “L’olivo non è pianta da salotto. Sta bene dove l’aria si muove. Anche se fa freddo.” Per mesi non successe niente. Poi un giorno spuntò un germoglio alla base. “Vedi”, disse. “Non era fragile. Era solo nel posto sbagliato.” Mi chiesi: quanta gente sta morendo in un vaso decorativo, con un sottovaso pieno di...