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COM'È CAMBIATO IL MONDO DEL LAVORO (Cosa è migliorato? Quali garanzie? Quali possibilità?)

La confessione della mia amica Doriana Goracci non è un semplice ricordo aneddotico; è un reperto archeologico di una civiltà del lavoro che il capitalismo ha seppellito sotto le macerie della precarietà. La frase che mi ha colpito non è il dato tecnico della pensione a 57 anni, ma quella sensazione quasi di "vergogna" provata nel raccontare la propria uscita. In un sistema bacato che oggi santifica la fatica infinita e malpagata, chi ha beneficiato del residuo storico del compromesso keynesiano si sente quasi un ladro, un privilegiato immeritevole. Ciò che è cambiato è la natura stessa del patto sociale. Nel 1973, quando Doriana entrava alla Banca Commerciale Italiana, vigeva ancora l'idea che il lavoro fosse un percorso di accumulazione di diritti e non di mera sopravvivenza. La possibilità di scegliere il part-time non era, come lo è oggi, una trappola di sotto-occupazione e povertà pensionistica, ma uno strumento di conciliazione vitale in un quadro normativo rispetta...
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BELLO MANGIARE QUALCOSA E NON QUALCUNO

Recentemente un mio amico mi ha criticato (in maniera ironica) per aver proposto ad un aperitivo salame e formaggio vegano (tra l'altro uno fatto da me con mandorle, anacardi ed erbette della mia campagna). Io più o meno gli ho risposto con una lista meravigliosa di Dissonanza Cognitiva. Perché chi ama contestare i nomi di un salame o in genere una carne veg, una bevanda, mozzarella o formaggio senza latte, un tiramisù, o una lasagna con besciamella veg, o una cotoletta vegetale o un arrosto vegetariano o di un burger, o della carbonara con seitan,   affermando che questi nomi sono impropri. A me sta bene, epperò, o tutti o nessuno: La colomba pasquale non vola. I frutti di mare non sono di frutta. Il salame di cioccolato non è un insaccato. Le uova di Pasqua sono di cioccolato. Le lingue di gatto sono biscotti che non hanno gatti né  lingue. Un motore non ha cavalli veri dentro. La lana di vetro non è lana. Gli spaghetti allo scoglio non hanno lo scoglio. La ...

PERCHE’? (Il suicidio, la maschera, il vuoto. C'era solo la stanchezza di dover essere sempre "qualcuno" per gli altri, e il terrore di rivelare di non essere "nessuno" per se stessi)

Una ragazza di ventitré anni ha detto ai genitori, arrivati apposta da lontano, che si sarebbe laureata. Peccato che non fosse iscritta all’università da due anni. Poche ore dopo l’annuncio, il corpo è stato trovato nell’abisso di una tromba delle scale. Non è la storia di una bugia. È la storia di una sopravvivenza, portata avanti fino all’ultimo respiro utile del Falso Io. Quella ragazza aveva costruito un personaggio così convincente, "solare e determinato" -come la descrivevano gli amici, i parenti- da incantare tutti. Era la figlia perfetta, la studentessa modello, quella che "la vita è tosta ma tu lo sei di più".  Questo era il suo Falso Io: una fortezza di cartapesta eretta per compiacere lo sguardo altrui, per difendere la famiglia dalla delusione e, soprattutto, per difendere se stessa dal giudizio. Ma dietro la maschera, cosa c'era? C'era il Vero Io, svuotato, impoverito, non iscritto a nessun esame da tempo. Un’identità segreta e fallimentare che ...

L’ULTIMO GESTO DI PROPRIETÀ (La cultura che trasforma l’omicida in una vittima della propria incapacità di gestire l’abbandono)

La butta giù, poi si butta lui. Mai il contrario. Patrizia, 54 anni. Luigi, 61. Un volo dal quinto piano. Due figli, venticinque anni di matrimonio, una separazione in corso. Subito scatta la ricerca dell’attenuante emotiva: “Era depresso?”, “Non ce la faceva a stare senza di lei?”. È il riflesso condizionato di una cultura che trasforma l’omicida in una vittima della propria incapacità di gestire l’abbandono.  Si può tentare di riconoscere la matrice culturale dietro l’orrore individuale. Qui non si muore d’amore. Si muore perché nella testa di certi uomini -a venti come a settant’anni- resiste l’idea tossica che il corpo e la vita di una donna siano un'estensione del proprio patrimonio. In questo copione di potere lui percepisce la decisione di lei di esistere altrove come un’insubordinazione ontologica.  La violenza privata è un pilastro del sistema pubblico. Fa paura perché questo signore non era un mostro conclamato con denunce alle spalle; era il vicino della ferramenta....

IL RIGETTO (Il problema è il rumore di fondo)

Dino guidava lungo il Muro Torto. Mani ferme sul volante. I lampioni sul parabrezza: lampo, buio, lampo, buio. Per anni aveva studiato il rigetto. Non come parola, ma come schema: riconoscere, attaccare, espellere. Fine. Aveva fatto lo stesso con tutto il resto. Persone comprese. Se qualcosa usciva dall’equilibrio, Dino si ritraeva. Se l’entropia saliva, tagliava. Aveva passato così tanto tempo a osservare corpi che accettano o rifiutano altri corpi, da rendere il proprio inabitabile. Sterile. Sicuro. «Il problema è il rumore di fondo», disse piano. Al lavoro lo eliminava. Dati puliti. Niente anomalie. A casa uguale. Discussioni: eliminate. Imprevisti: eliminati. Aveva trasformato tutto in qualcosa che tornasse. Non tornava niente. Aveva sempre pensato di lavorare per allungare la vita. Quella sera capì che sapeva solo misurarne la perdita. Accostò vicino a un chiosco chiuso. Neon intermittente. Il telefono in mano, aprì la rubrica. Nomi, titoli, reparti. Poi uno senza niente accanto. ...

DOVE ABBIAMO LASCIATO IL CUORE? (Dobbiamo essere tutti guardiani del parco)

Un ramo. Un giovane alberello vestito di foglie. Accanto, tre bambini di circa otto anni. Saltavano. Ridevano forte, un riso di rabbia. Volevano spezzarlo. Per gioco. Per noia. Mi sono avvicinato: “Fermatevi, l’albero si fa male”.  Si sono bloccati un istante.  Poi è arrivata la madre:  “E lei chi è? Il guardiano del parco? Il parco è di tutti, i bambini giocano!”.  Ha detto così. E i bambini, rianimati, hanno ripreso a saltare. Mi sono messo davanti al ramo, fisicamente. La madre all’amica: “Perché la gente non si fa gli affari suoi?”. No, signora. Non è un affare suo. È un affare di tutti. Questa Terra non è un supermercato dove entri, consumi e butti. È la casa. E la casa, quando la rompi, ti cade addosso. Quei bambini non odiano l’albero. L’hanno dimenticato. Non sanno che sotto la corteccia c’è linfa che sale, che quel ramo in primavera avrebbe fatto fiori, che un uccello ci avrebbe fatto il nido. Nessuno ha mai detto loro: “Tocca con cura, respira la foglia, ch...

NON ERA BACH (Ma che importa?)

Ho parlato con l’organista stamattina. Gli ho chiesto se quel brano fosse di Bach. Lui ha sorriso e mi ha detto che no, non è Bach. O meglio: lo è, se serve dirlo, ma in realtà lo inventa lui. Mi ha raccontato che viene qui ogni mattina, quando la chiesa è ancora mezza vuota. Si siede all’organo e lascia andare le mani, senza programma, senza partitura, come se la musica gli passasse attraverso invece di uscire da lui. Al prete, per quieto vivere, dice che è Bach. Il prete annuisce, rassicurato dall’ordine delle cose, e questo basta a tutti. Ma la verità è che non è Bach. È qualcosa di vivo, che accade lì per lì e poi sparisce. Io l’ho guardato mentre parlava, e c’era una felicità semplice nel suo modo di stare al mondo, come se avesse trovato un accordo segreto tra quello che è e quello che fa. E senza accorgermene, mi sono sentito felice anch’io, come quando riconosci una libertà possibile e, per un attimo, ti sembra anche tua. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 4/26...