Roma, un pomeriggio qualunque, Edoardo, un ragazzino di dodici anni, capelli lunghi e ricci castano chiaro. Poco prima, un gruppetto di sei o sette coetanei l’ha preso di mira, non lontano da un circolo con i tappeti elastici. I bulli arrivano in autobus da zone limitrofe, portano il branco come un accessorio, e scelgono corpi su cui esercitare sopraffazione. Edoardo ora ha ecchimosi sulla schiena, e dentro qualcosa di più silenzioso: la vergogna di essere stato scelto, il terrore di raccontare, quella ragnatela che dice «se l’è cercata» mentre lui non ha cercato niente, se non tornare a casa. Il bullismo non potrebbe esistere senza un gruppo che si costruisce un «noi» per annientare qualcun altro. È un’ebbrezza da branco che dura poco e poi si sgonfia, lasciando gli aggressori vuoti, perché hanno assaggiato l’illusione del potere e ne resteranno dipendenti. Edoardo però, con la sua innocenza, compie un gesto, parla. Si confida con un adulto che ascolta. Più tardi i genitori lo portera...
È MORTO JOVANOTTI Il salotto di nonna era pieno di nebbia dorata, io me ne stavo sprofondato sul divano di velluto, viaggiavo tra dimensioni parallele dopo la seconda bocciatura in 3 anni. La nonna entrò con la solita espressiobe di rimprovero, mi guardò scuotendo la testa: "Ancora a fumare quella roba? Ehh…i giovanotti, oramai, sono proprio morti". Il mio cervello, annebbiato da diverse sostanze aromatiche, ebbe un corto circuito emotivo. Non sentì un giudizio sui giovani d'oggi, ma la condanna definitiva del mio idolo, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti. Passai le successive sei ore in un pianto disperato, con "A te" a palla nelle cuffie e il viso rigato di lacrime, convinto di aver perso l'unica bussola della mia perduta giovinezza. Uscii di casa solo verso sera, trascinandomi verso il solito ritrovo. Non appena mi videro, gli altri scoppiarono a ridere. "Ma quale morto, Lorenzo sta per salire sul palco, sei completamente fuori di testa...