Ho parlato con l’organista stamattina. Gli ho chiesto se quel brano fosse di Bach. Lui ha sorriso e mi ha detto che no, non è Bach. O meglio: lo è, se serve dirlo, ma in realtà lo inventa lui. Mi ha raccontato che viene qui ogni mattina, quando la chiesa è ancora mezza vuota. Si siede all’organo e lascia andare le mani, senza programma, senza partitura, come se la musica gli passasse attraverso invece di uscire da lui. Al prete, per quieto vivere, dice che è Bach. Il prete annuisce, rassicurato dall’ordine delle cose, e questo basta a tutti. Ma la verità è che non è Bach. È qualcosa di vivo, che accade lì per lì e poi sparisce. Io l’ho guardato mentre parlava, e c’era una felicità semplice nel suo modo di stare al mondo, come se avesse trovato un accordo segreto tra quello che è e quello che fa. E senza accorgermene, mi sono sentito felice anch’io, come quando riconosci una libertà possibile e, per un attimo, ti sembra anche tua. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 4/26...
Sono solo in questa stanza. Mi ronzano in testa vespe impazzite. Prendo farmaci per spegnere scintille. La felicità fa paura. Quando arriva, sembra una visita di controllo. Aspetti che se ne vada, che torni il solito buio. Ho detto a mia madre che sono tanto felice. Le bugie a volte tengono in piedi i muri. Mi serve un martello per sbriciolare i pensieri. Oppure la pilloletta per non cadere nel baratro. Siamo malati di attesa. Aspettiamo che qualcosa o qualcuno ci salvi. La salvezza è un miraggio. Quello che resta è il tentativo di mettere un piede davanti all’altro mentre dentro hai un uragano. La rabbia è onesta, la depressione è stanca. La pilloletta ti rende un robottino ma almeno non sanguini più. Ti fa dire “grazie” anche se vorresti spaccare tutto. L'inferno è il dolore accompagnato dalla sua anestesia. Quel sorriso finto che metti alla mattina mentre in gola hai un nodo scorsoio. Il dolore va guardato senza chiamarlo per nome: allora saremo la stessa cosa, e libero sarò. (A...