La butta giù, poi si butta lui. Mai il contrario. Patrizia, 54 anni. Luigi, 61. Un volo dal quinto piano. Due figli, venticinque anni di matrimonio, una separazione in corso. Subito scatta la ricerca dell’attenuante emotiva: “Era depresso?”, “Non ce la faceva a stare senza di lei?”. È il riflesso condizionato di una cultura che trasforma l’omicida in una vittima della propria incapacità di gestire l’abbandono. Si può tentare di riconoscere la matrice culturale dietro l’orrore individuale. Qui non si muore d’amore. Si muore perché nella testa di certi uomini -a venti come a settant’anni- resiste l’idea tossica che il corpo e la vita di una donna siano un'estensione del proprio patrimonio. In questo copione di potere lui percepisce la decisione di lei di esistere altrove come un’insubordinazione ontologica. La violenza privata è un pilastro del sistema pubblico. Fa paura perché questo signore non era un mostro conclamato con denunce alle spalle; era il vicino della ferramenta....
Dino guidava lungo il Muro Torto. Mani ferme sul volante. I lampioni sul parabrezza: lampo, buio, lampo, buio. Per anni aveva studiato il rigetto. Non come parola, ma come schema: riconoscere, attaccare, espellere. Fine. Aveva fatto lo stesso con tutto il resto. Persone comprese. Se qualcosa usciva dall’equilibrio, Dino si ritraeva. Se l’entropia saliva, tagliava. Aveva passato così tanto tempo a osservare corpi che accettano o rifiutano altri corpi, da rendere il proprio inabitabile. Sterile. Sicuro. «Il problema è il rumore di fondo», disse piano. Al lavoro lo eliminava. Dati puliti. Niente anomalie. A casa uguale. Discussioni: eliminate. Imprevisti: eliminati. Aveva trasformato tutto in qualcosa che tornasse. Non tornava niente. Aveva sempre pensato di lavorare per allungare la vita. Quella sera capì che sapeva solo misurarne la perdita. Accostò vicino a un chiosco chiuso. Neon intermittente. Il telefono in mano, aprì la rubrica. Nomi, titoli, reparti. Poi uno senza niente accanto. ...