Il terapeuta mi ha congedato con una frase: «Viva il presente, colga l'attimo». Esco, torno a casa, sul tavolo, c'è una fotografia. Mio padre. Non sorride; forse non era il suo mestiere. Ha una cravatta che odiava. Pavese scrive: «Si chiama nostalgia e ci ricorda che, per fortuna, siamo anche fragili». La nostalgia è il presente che si accorge di avere una qualche crepa ed io mi accorgo che, in alcuni casi, non voglio vivere l'attimo ma lo voglio sfogliare. Lo voglio, non sottilizziamo, mi preme così dalle viscere. Il terapeuta aveva ragione, ma a metà. Il presente ha bisogno di memoria e di perdita. Altrimenti è una sala d'attesa. In quella foto mio padre è giovane. Oggi ho l'età che lui aveva allora. Ci somigliamo come due errori di stampa. Mi manca. So che quella fotografia mi manca, cioè mi manca la possibilità di chiedergli: anche tu avevi paura? Anche tu hai amato senza capire? Lavo i piatti a mano meticolosamente, come mio padre (mamma e mia moglie usano...
«Papà, in Brasile i bambini stanno a testa in giù?» La domanda arrivò mentre mi allacciavo una scarpa. Io sorrisi con quella sicurezza che hanno i grandi quando credono di sapere le cose. «No, certo che no.» «E perché? Se noi siamo sopra e loro sotto…non dovrebbero cadere?» Mi fermai. Mmm. La scarpa rimase con un laccio in mano. Presi un’arancia dalla cucina. «Immagina che questa sia la Terra.» Maria Sole la girò subito. «Va bene. Ma dov’è il sopra?» «Be’…» cominciai, e mi accorsi che il “sopra” era appena scappato dalla finestra. Lei infilò due dita nell’arancia come fossero gambe. «Se io sono qui e un bambino è dall’altra parte, chi dei due è capovolto?» Ci pensammo insieme. Poi disegnai una freccia verso il centro del frutto. «Ecco il trucco! Non è la testa che decide dov’è il basso. È la gravità. Tutti hanno i piedi rivolti verso il centro della Terra.» Lei rimase in silenzio, serissima. «Quindi i bambini brasiliani guardano il cielo come me?» «Esattamente.» «E allora nessuno è a t...