Secondo dei modelli durante il big bang si è creato simmetricamente al nostro universo un antiuniverso formato di antimateria. Come siamo sicuri che quello che noi chiamiamo materia non sia antimateria? Se avessimo scambiato i nomi da bambini, lo zucchero sarebbe amaro e il sale dolce. Nessuno se ne accorgerebbe. Continueremmo a metterlo nel caffè o nel sugo, a dire com’è buono. Il mondo non cambierebbe di un grammo. Solo la nostra lingua sarebbe un’altra. Materia e antimateria sono la stessa coppia di etichette. Dopo il botto iniziale erano pari, simmetriche, gemelle. Poi una ha prevalso sull’altra per una frazione di miliardesimo che ancora ci sfugge. Quella rimasta la chiamiamo materia perché è la stoffa delle nostre magliette, dei fegati, delle mani. Ma se a sopravvivere fosse stata l’altra? Destra e sinistra: la destra è la mano dalla parte del fegato, la sinistra dal lato del cuore. Hai mai visto una targhetta su un elettrone con scritto ciao, sono materia? È solo burocrazia...
La confessione della mia amica Doriana Goracci non è un semplice ricordo aneddotico; è un reperto archeologico di una civiltà del lavoro che il capitalismo ha seppellito sotto le macerie della precarietà. La frase che mi ha colpito non è il dato tecnico della pensione a 57 anni, ma quella sensazione quasi di "vergogna" provata nel raccontare la propria uscita. In un sistema bacato che oggi santifica la fatica infinita e malpagata, chi ha beneficiato del residuo storico del compromesso keynesiano si sente quasi un ladro, un privilegiato immeritevole. Ciò che è cambiato è la natura stessa del patto sociale. Nel 1973, quando Doriana entrava alla Banca Commerciale Italiana, vigeva ancora l'idea che il lavoro fosse un percorso di accumulazione di diritti e non di mera sopravvivenza. La possibilità di scegliere il part-time non era, come lo è oggi, una trappola di sotto-occupazione e povertà pensionistica, ma uno strumento di conciliazione vitale in un quadro normativo rispetta...