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IL MOSTRO IN SALOTTO: LA GENERAZIONE RESET PRESENTA IL CONTO

Ti fissano con occhi storditi, pollice che scorre su uno schermo che vale come niente mille o duemila euro. Hanno smesso di parlare, emettono grugniti e monosillabi, come se il vocabolario fosse un'app a pagamento che si rifiutano di scaricare. Guai a staccargli la spina. Letteralmente. Perché il giorno in cui gli togli il caricabatterie, il caro pargolo che hai cresciuto a suon di "tutto per lui" si trasforma in uno psicopatico da film di serie B. Sono risucchiati dal digitale. O meglio, siamo stati noi a parcheggiarli davanti a un tablet all'età di due anni per poter guardare una serie in santa pace. E adesso piangiamo perché il mostro ci morde la mano. La società ha creato dei piccoli imperatori analfabeti emotivi, convinti che la realtà sia un videogioco con il tasto "reset". Se la maestra gli dà un brutto voto, è colpa della maestra. Se il padre alza la voce, è violenza domestica. Ma se loro sfasciano una porta a calci perché la connessione lagga, è ...
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HAI FATTO UN FIGLIO CON UN'ALTRA?

C'era una volta, e c'è ancora, un esemplare mascolino con il testosterone al posto del lobo frontale. Uno che quando dice "ti amo" intende "firmami la ricevuta di proprietà". Lei l'ha capito, ha fatto un passo laterale e l'ha lasciato lì, con la sua erezione dell'ego in mano. Passano mesi. Lei pubblica una foto con un bebè in braccio. Apriti cielo. Il Nostro risorge dal letamaio dell'orgoglio ferito: "Lo sapevo brutta trota! Ti sei rifatta una vita con un altro!" Peccato che il piccolo sia figlio di un'amica. Peccato per lui, che non concepisce una donna senza un uomo che la definisca. Peccato per lui, che misura il valore di una donna dalle ombre maschili che la coprono. La gelosia è il sentimento dei proprietari, non certo di chi è innamorato. È il rancore del padrone che scopre la casa vuota. La fabbrica del maschio medio produce questo: un individuo che non sa amare, sa solo sorvegliare. Quando la sorvegliata se ne va...

BULLISMO INFANTILE E ADOLESCENZIALE: QUAL È IL RUOLO DELLA FAMIGLIA E DELLA SOCIETÀ?

Il cortile della scuola è un laboratorio di personalità. Tra uno spintone e un selfie, si impara la grammatica del potere. Il maschio bullo alza la voce, usa il corpo, sfida l’autorità. La femmina bulla abbassa la voce, usa lo sguardo, l’esclusione, il pettegolezzo: una strategia di avvelenamento sociale. Entrambi hanno un ego che scambia la crudeltà per grandezza. Il narcisismo è la radice: un’immagine di sé gonfiata come un pallone, che non tollera spilli. Per questo (solitamente) rifiutano lo sport: lì il punteggio è oggettivo, l’arbitro non si corrompe, la sconfitta è pubblica. Meglio il branco, dove si può essere re senza corona. Dietro ogni piccolo tiranno c’è un adulto che applaude. Il padre che dice “mio figlio sa farsi rispettare”, la madre che giustifica “è solo un ragazzino”. La società è il suo specchio deformante. Premia l’arroganza, il successo a ogni costo, la bellezza come merce. I ragazzi non inventano nulla: copiano. L’arroganza intellettuale è un’altra faccia:...

I GRANDI AMORI SONO SEMPRE IN CAMMINO… (finché l’io resta la misura di tutte le cose, l’altro è solo un’immagine da esporre)

Alda Merini diceva che i grandi amori sono sempre in movimento. Certo, dipende in quale direzione si sta andando.  In certe coppie il movimento è diventato un galleggiamento: non si litiga più (o troppo malamente), non ci si bacia più, si sta insieme per non restare soli.  La solitudine in due è la peggiore, perché non ha nemmeno il coraggio di chiamarsi con il suo nome. La noia è un rancore educato; il rancore è una noia che ha perso le buone maniere. C’è poi la trappola dell’io. Quando il legame diventa una contrattazione utilitaristica, un contratto di mutuo soccorso senza soccorso, l’altro non è una soggettività, ma un mezzo per soddisfare bisogni personali. Lo si trasforma in un oggetto di consumo.  Ci si ripiega su sé stessi per paura dell’incertezza e si cerca nella relazione una garanzia di protezione egoistica.  Ma finché l’io resta la misura di tutte le cose, l’altro è solo un’immagine da esporre. L’amore autentico richiede il superamento dell’egocentrismo....

FACCIAMOLI DUE CONTICINI

Importanti riunioni aveva sempre da fare mio padre.  Diceva: "C'è un pezzo che è molto difficile trovare" ed io cercavo il tassello di un puzzle. Non l'ho ancora trovato.   Nonno era fragoroso ed ampolloso. Mi parlava dei suoi tempi d'oro ma almeno mi amava. Lo ricordo sporcarsi di fuliggine accanto alla sua stufa, accarezzare la testa del segugio. Mi narrava di mirabolanti possedimenti d'oltre mare.  A me oggi basterebbe uno scoglio, starmene ammassato in un ambiente ristretto con me stesso.   Ed invece in un cerchio dantesco sono immerso, schiacciato da una massa di cialtroni che chiede entusiasta il bis di un indegno spettacolino che a me invece fa cacare.   Da piccolo credevo di essere immortale ed altre cose strane.   (Andrea Battantier, Memorie di un adolescente, Memorie di un amore, Mip Lab, 2004, EdoT) #memoriediunadolescente  #memoriediunamore  #MIPLab  #stephenstadif 

IL SOLE DI MIA NONNA

La verità sta nel mezzo, diceva mia nonna. Chi demonizza il sole dimentica la vitamina D; chi lo cerca senza filtri rischia ustioni e tumori. Le creme chimiche proteggono ma contengono sostanze discutibili; quelle fisiche (ossido di zinco) sono più sicure. Le magliette UV in acqua sono ottime, specie per bambini (le uso anch'io), ma non bastano per il viso (a meno che nuoto contrario al sole). Il buon senso? Esporsi gradualmente, evitare le ore 11-16, e usare la protezione adatta al fototipo. Alternare barriere, magliette, creme e ombra, soprattutto ascoltando la pelle, è scelta saggia. (Didier Doutest: Lao in the company knows the formula, Mip Lab, 2016) #didierdoutest #MIPLab

QUANDO L’INQUILINO DEL TERZO PIANO ERO IO (come persi la mia identità e come la ritrovai)

Quando ho visto “L'inquilino del terzo piano” per la prima volta, ho provato un brivido di gelida immedesimazione. Il protagonista, stritolato dall'invisibile e giudicante sguardo dei vicini fino a perdere la propria identità e a lanciarsi dalla finestra, era la trascrizione clinica della mia disintegrazione interiore. Sono cresciuto in una “small town” di provincia, proprio come quella cantata dai Bronski Beat. Un microcosmo claustrofobico dove la diversità è una colpa da espiare. In casa, la trappola aveva due volti: quello di mia madre, un affetto iperprotettivo e soffocante che mi limitava per la paura di vedermi soffrire, e quello di mio padre, che mi demoliva con spietata continuità. Per lui non ero un figlio, ma un "omuncolo" con le "chiappe chiacchierate", un'evirazione simbolica continua che squalificava la mia esistenza. Per sopravvivere ho fatto esattamente come il protagonista del film di Polanski: ho indossato la maschera che gli altri ave...