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DEI E FALSI PROFETI (Memorie di un adolescente)

Il mondo che ci circonda è un mosaico di innumerevoli credenze, un panorama sterminato di fedi e di divinità. Si contano a migliaia, forse di più. Ognuno possiede la sua verità, il suo dio, il suo testo sacro. E in questo possesso, c'è la radice del conflitto. Ognuno è convinto che la propria credenza sia superiore, l'unica via, l'unica luce, mentre tutte le altre sono tenebre o, peggio, eresie.

Questa è la follia dell'uomo. Migliaia di voci che gridano in cori diversi, ognuna proclamando di possedere la melodia assoluta. 

Immaginiamo un mondo in cui queste fedi, così profonde e personali, rimangano un fatto privato. Come l'amore per un colore, come il piacere per un certo sapore. Qualcosa che vive nel cuore dell'individuo, che lo ispira, che lo conforta, ma che non si riversa nelle piazze per dettare legge, per imporre costumi, per limitare la mente altrui. Che spazio, che libertà respirerebbe la società! Le decisioni collettive sarebbero prese non in nome di un dio rivelato a pochi, ma in base alla ragione, all'evidenza, al desiderio condiviso di ridurre la sofferenza umana.

Invece, cosa vediamo? Vediamo che la religione, questa presunta ricerca della verità ultima, diventa quasi inevitabilmente uno strumento, una copertura. Dietro il suo velo sacro, si nasconde il potere nella sua forma più cruda e brutale.

È l'illusione più antica e meglio riuscita. Una volta che un gruppo di uomini si arroga il diritto di parlare a nome dell'infinito, di possedere la mappa del cielo, il passo è breve per pretendere di governare la terra. Il sacerdote, il mullah, il rabbino che inizia come guida spirituale, ben presto scopre che la paura della dannazione e la promessa della salvezza sono moneta più potente di qualsiasi esercito. La fede diventa obbedienza, e l'obbedienza diventa potere. Il potere di tassare, di giudicare, di punire, di dichiarare guerra santa a chi non si inginocchia allo stesso altare.

Non è un caso che i troni e gli altari siano sempre stati così vicini. Il potere temporale ha bisogno di una legittimazione divina per apparire inattaccabile; il potere spirituale ha bisogno della spada del principe per rendere le sue minacce credibili. È una simbiosi perfetta. L'uno offre l'alone del sacro, l'altro offre la forza bruta. Entrambi prosperano sulla paura e sull'ignoranza, entrambi hanno bisogno di greggi obbedienti, non di uomini liberi e pensanti.

E così, la molteplicità degli dei, che potrebbe essere una celebrazione della diversità del pensiero umano, si trasforma in una bandiera di divisione. Il mio dio è vero, il tuo è falso, e questa differenza, questa convinzione incrollabile, diventa la giustificazione perfetta per ogni forma di sopraffazione. La storia è un sanguinoso testamento di questa verità.

Si può evitare di scegliere un dio giusto tra i tanti? Il potere risiede nella mente dell'uomo che accetta di essere governato dalla paura. La liberazione non è pregare il dio giusto, ma liberarsi dall'idea stessa di possedere una verità che deve essere imposta agli altri. È capire che la fede, quando diventa certezza assoluta, è il più grande ostacolo alla comprensione. È un fatto privato, e come tale dovrebbe rimanere, se non vogliamo che la nostra sete di infinito continui a generare mostri terreni. 

La società non ha bisogno di dei; ha bisogno di uomini e donne che usino la loro intelligenza per costruire un mondo più giusto e libero, senza aspettare ricompense o temere punizioni in un aldilà inventato.

(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 3/26. Vitto kii, Lucre, Valedac, Brunori, Edo Montagnola)


#memoriediunadolescente  
#MIPLab 



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