Verso la fine di ottobre nonno arrivò dall'Albania. Mia madre aveva preparato la stanza vicino alla cucina, quella con il letto di ferro e la finestra che dava sul cortile dei vicini, ma lui non la usò mai. Dormiva sul divano, in salotto, come se volesse stare al centro della casa, come se avesse paura di perdersi qualcosa.
I primi giorni erano stati difficili. Si alzava alle cinque, quando ancora non era giorno, e camminava avanti e indietro con le pantofole consumate.
A mio padre sembrava un animale in gabbia, e in effetti era così. Andava alla finestra, guardava fuori, tornava indietro. Toccava un mobile, lo ritoccava; lo stesso faceva con le sedie: le spostava nervosamente da una parte all'altra del tavolo. Si sedeva, si rialzava. Non c'era verso di farlo stare fermo.
Poi verso la fine di novembre, accadde qualcosa. Era saltata la luce per un paio d'ore e mia madre aveva messo delle candele sui mobili. Quando la corrente tornò, lei le spense tutte, ma il nonno ne aveva presa una e l'aveva portata in salotto. La teneva accesa su un piattino e la guardava.
Non era più quell'uomo irrequieto che camminava senza meta. Era come se qualcosa, dentro di lui, si fosse improvvisamente chetato.
Da quel giorno le candele diventarono la sua ossessione, o gioia, chissà.
All'inizio ne chiedeva una alla sera. Poi due. Poi voleva averne sempre una accesa, anche di giorno. Mia madre gliele dava, perché pensava che lo facesse star meglio. Poi cominciò a preoccuparsi: le fiamme vive in casa, un vecchio che si addormenta, si sa come vanno queste cose.
Ma il nonno non si addormentava. Restava lì, immobile, per ore. Lo sguardo fisso sulla fiamma, le mani incrociate sulla pancia, e non parlava. Non parlava quasi con nessuno.
Se gli rivolgevi la parola, ci metteva tanto a rispondere, come se dovesse tornare da molto lontano, e poi diceva sempre le stesse cose: sì, no, va bene, sarà così, mbè mbè mbè, come vuoi tu.
Poi successe il fatto della chiesa. Mia madre era credente, a differenza di nonno. Lui non era era mai voluto venire a messa ma quella volta accettò. Si mise in fondo, vicino alla porta (con un giornale, questo mi fece ridere, in chiesa a leggere un giornale!) e stette lì fermo, assorto nella lettura per tutta la funzione (mia madre si vergognava ma non poteva alzarsi, si limitava a fulminarlo con gli occhi!).
Ad un tratto nonno, mise da parte il giornale, si spostò in avanti ed iniziò a guardare le fiamme dei ceri davanti all'altare.
Quando uscimmo faceva freddo. Lui camminava dietro di noi, lento. Solo a casa, quando si tolse il cappotto, gli scorgemmo qualcosa di voluminoso in tasca. Mia madre frugò e rinvenne una ventina di candelini, di quelli che si accendono davanti alle statue. Ne aveva piene le tasche. Mio padre si arrabbiò. Disse che era una cosa da matti, che ci faceva fare brutta figura con don Giuseppe, che se se qualcuno ci aveva visti? Il nonno non disse niente. Prese i candelini, li posò sul tavolo con gesti ieratici e di compostezza, ne accese uno. Poi un altro. E rimase lì a guardarli.
Io non capivo. Nessuno capiva. Mia madre diceva che era la vecchiaia, che avremmo dovuto portarlo via prima dall’Albania, che la solitudine in campagna ormai gli aveva dato alla testa. Mio padre scrollò le spalle e andò a lavorare.
Io certe sere restavo lì, nella stessa stanza, a fare i compiti sul tavolo della cucina. Lui era in salotto. La luce della candela gli faceva delle ombre strane sul viso, gli scavava le rughe, gli ingrandiva gli occhi.
Una sera mi alzai e andai a sedermi accanto a lui. Non dissi niente. Restai lì, a guardare la fiamma anch'io. Per molto tempo non successe nulla. Poi, senza voltarsi, parlò.
«La stufa. Quando si chiudeva lo sportello, il fuoco si vedeva da un buchino. Un buco piccolo così.» Fece un cerchio con pollice ed indice. La mano gli tremava un poco.
«D'inverno, io e mio padre ci mettevamo davanti. Lui fumava, io guardavo il fuoco. Si poteva stare delle ore. Non serviva parlare.»
Tacque per un lungo momento. La fiammella tremolava, gettava ombre sul muro.
«Là dentro c'era tutto» disse. «Il paese, la casa, la neve fuori, mia madre che preparava la cena. Tutto. Bastava guardare quel buchino e c'era tutto.»
Allungò una mano verso la candela, senza toccarla. Le dita quasi sfiorarono la fiamma ma lui non ritrasse la mano. Sentiva il calore.
«Qui» disse, «non c'è niente. Solo mura. Allora guardo questa. E ci vedo la stufa.»
Mi voltai a guardarlo. Aveva gli occhi lucidi ma non era per il pianto. Era per il riflesso della candela, nient'altro. O forse era anche altro.
«Ti manca nonno?» chiesi.
Lui non rispose subito. Restò lì, con lo sguardo fisso, per quello che mi parve un tempo lunghissimo.
«No,» disse alla fine. «Non mi manca «Non mi manca. Quando guardo la mia fiamma, ci sono, laggiù. Sono lì, con mio padre, davanti alla stufa. Non mi manca niente, perché io sono lì.»
Poi si zittì e non parlò per tutto il resto della sera.
Io rimasi ancora un poco poco. Guardavo la candela e cercavo di vedere quello che vedeva lui.
Fuori, il mondo aveva smesso di esistere. Theth era stata cancellata da un bianco sporco, una polvere di ghiaccio che premeva contro i vetri delle finestre piccole come feritoie. La neve non cadeva, assediava. All’interno, la Soba -quella stufa di ghisa nera che era il vero asse del mondo- sibilava piano. Era un rumore rassicurante, un respiro metallico che teneva a bada l’inverno. Vicino alla bocca del fuoco, la Guna di lana grezza era appesa a un gancio di ferro; esalava un vapore pesante, l'odore muschiato della pecora bagnata e del fumo di faggio che si infiltrava nelle narici con una familiarità stucchevole. Il padre di mio nonno non si muoveva. Se ne stava lì, una statua di rughe e silenzi, con la schiena curva verso il calore. Suo figlio, un uomo che sembrava fatto della stessa pietra delle cime circostanti, sedeva di fronte a lui. Tra di loro, sul tavolo di legno segnato dai coltelli, non c’erano parole, ma solo gesti necessari. Un piatto di ceramica sbeccata ospitava la Mizithra salata. Accanto, la Pite ancora tiepida mostrava i suoi strati di sfoglia dorata, sotto la luce fioca della lampada a olio. Il vecchio allungò una mano nodosa, le dita simili a radici, e prese una noce. La schiacciò nel palmo con un colpo secco che risuonò nella stanza come uno sparo. Poi, con una lentezza cerimoniale, versò il Raki nei due bicchierini di vetro spesso. Suo padre sollevò il bicchiere. Non ci fu brindisi, solo un cenno del capo. Il Raki scese bruciando, un filo di calore che risvegliava il sangue intorpidito. Il vecchio masticò il gheriglio di noce, il sapore amaro del frutto che lottava con la forza dell'alcol. Sulla piastra della stufa, un rimasuglio di Flija si scaldava lentamente, emanando un profumo dolce di burro fuso e pazienza. Erano uomini che conoscevano l'attesa. Sapevano che la neve avrebbe dettato le regole per mesi, e che l'unica cosa che contava, in quel momento, era il calore della Soba e quella tacita alleanza tra generazioni, sigillata dal fumo e dal sale.
Ecco, questo io vidi in quella candela. Non vedevo più solo una fiamma, un vecchio, una stanza di periferia, una sera qualunque di dicembre.
In quel momento, credo di aver capito qualcosa di mio nonno.
Forse la vita è fatta di questi buchi piccoli così, da cui guardi dentro e ci vedi tutto un mondo. Forse certe cose non non le perdi mai veramente finché hai un posto dove guardare per ritrovarle. Il senso della vita della vita è trovare una fiamma e restare lì a guardarla, finché dentro ci vedi tutto quello che hai amato.
Mia madre, dalla cucina, chiamò per cena. Io mi alzai. Lui no. Restò lì.
Lo lasciai con le sue venti candele rubate, con la sua stufa lontana, con suo padre che fumava davanti al fuoco in un inverno di settant’anni prima.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Memorie di un bambino, Mip Lab, 3/26. Art by Stephen Stadif)
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