Cercavo il suono dell’applauso di una sola mano. Lo cercavo da quel pomeriggio, da quando avevo chiuso la porta della stanza e mi ero seduta, con una certa goffaggine, su un cuscino.
La consegna del maestro era stata semplice: ascolta. Ma per me, che ho un braccio solo, ascoltare è sempre stata una cosa semplice. I guai cominciano quando si tratta di fare. Tipo allacciarsi le scarpe. O aprire un barattolo. O, per l’appunto, applaudire.
Il maestro, con la sua tunica color zafferano e quell’aria perennemente seccata, doveva aver visto qualcosa di patetico nel mio tentativo di battere le mani l’anno prima, a una sua conferenza. Avevo fatto un rumorino sordo, come un colpo di tosse soffocato.
“Tu,” mi aveva detto poi, “devi trovare il suono di una mano sola. È il tuo koan.”
All’inizio, il silenzio non era silenzio. Era un pandemonio. Il brontolio del mio stomaco. Il ticchettio dell’orologio di mio padre sul comodino. Il rombo di una moto, probabilmente la stessa che passava ogni pomeriggio alle cinque meno un quarto per svegliare tutto il quartiere. Ho sempre avuto l'orecchio troppo fine. I rumori, per me, non sono mai stati solo rumori: hanno forma, peso, a volte un colore. Sarà che con un braccio solo impari presto ad affidarti a quel che ti resta. E a me, di sensi, è rimasto soprattutto l'udito. Così, quando ascolto, ascolto davvero. Scompongo.
Ma pensavo: “Questi non sono applausi. Questi sono casini”. E mi innervosivo. Come faccio a trovare l’applauso se non ho le mani per farlo? Era un paradosso. Fosse che sto maestro mi stava pigliando per il culo?
Passarono minuti, forse ore. La luce cambiò, divenne scura. La schiena cominciava a farmi male. Lo stomaco brontolò di nuovo. Poi, per un attimo, successe.
Nel gran calderone di rumori senza senso -il rubinetto che gocciolava nell’appartamento accanto, i passi del vicino del piano di sopra, il mio stesso respiro- si creò come una pausa. Un attimo di silenzio. Un vuoto.
In quello spazio, per un attimo, ci finii dentro anch’io.
E in quel vuoto, con una chiarezza sconcertante, sentii un suono. Non era forte. Era un clap. Netto, secco, deciso. Il suono di due mani che battono l’una contro l’altra.
Mi guardai il moncherino, poi la mano sinistra. Era immobile. Non avevo mosso un muscolo. Eppure l’avevo sentito. Forte e chiaro.
Poi il momento passò, risucchiato dal brontolio dello stomaco.
Corsi fuori dalla stanza, verso il maestro. Era in giardino, con un innaffiatoio, e guardava una rosa ammosciata con un’aria vagamente accusatoria.
“Maestro! Maestro! Ce l’ho fatta! Ho sentito il suono!”
Lui non si voltò. Continuò a fissare la rosa. “Ah sì? E com’era?”
Aprii la bocca per descriverglielo. Il clap. Il vuoto. La sensazione stranissima. Poi mi bloccai.
Non potevo dirgli che avevo sentito due mani. Era il suono di una mano sola che cercavo. Avevo fallito di nuovo. Avevo barato. Il mio cervello, per farmi contenta, aveva inventato l’unico applauso che conoscevo.
Rimasi lì, in silenzio, con la bocca aperta. Lui continuò ad innaffiare, con una calma esasperante.
Dopo un po’, un goccio d’acqua cadde dalla rosa e finì sulla sua pantofola di tela. Lui guardò la macchia scura che si allargava, poi alzò gli occhi su di me. Io guardai la macchia, poi alzai gli occhi su di lui. I nostri sguardi si incrociarono. Lui sorrise. Io sorrisi.
In quel sorriso, nel momento esatto in cui capii che lui aveva capito il mio fallimento, sentii distintamente qualcosa battere dentro il petto.
Ma stavolta non erano due mani.
Era una mano sola. La mia. Che batteva forte, forte sul cuore, come per richiamare l’attenzione. Come per dirmi: “Ehi, sono qui. Anche io posso fare rumore.”
Poi tornai ad ascoltare il gocciolio dell'acqua sul terriccio e ogni passo umido e strascicato della pantofola del maestro che si allontanava: Sfush, Sciàck… risucchiava la suola sul pavimento, interrotta da un paio di Gnacche gommosi, per poi spegnersi in un lontano, quasi impercettibile Fregn Fregn e, infine, un ultimo, definitivo Squash quando l'acqua gli arrivò presumibilmente alle dita.
Io presi a ridere, con il maestro che mi guardava peggio di come guardava poc'anzi la rosa. E me andai, lasciandolo lì a non capire un cazzo che era un cazzo.
(A. Battantier, Memorie di uno zen, Mip Lab, 3/26)
#memoriediunozen
#MIPLab
La consegna del maestro era stata semplice: ascolta. Ma per me, che ho un braccio solo, ascoltare è sempre stata una cosa semplice. I guai cominciano quando si tratta di fare. Tipo allacciarsi le scarpe. O aprire un barattolo. O, per l’appunto, applaudire.
Il maestro, con la sua tunica color zafferano e quell’aria perennemente seccata, doveva aver visto qualcosa di patetico nel mio tentativo di battere le mani l’anno prima, a una sua conferenza. Avevo fatto un rumorino sordo, come un colpo di tosse soffocato.
“Tu,” mi aveva detto poi, “devi trovare il suono di una mano sola. È il tuo koan.”
All’inizio, il silenzio non era silenzio. Era un pandemonio. Il brontolio del mio stomaco. Il ticchettio dell’orologio di mio padre sul comodino. Il rombo di una moto, probabilmente la stessa che passava ogni pomeriggio alle cinque meno un quarto per svegliare tutto il quartiere. Ho sempre avuto l'orecchio troppo fine. I rumori, per me, non sono mai stati solo rumori: hanno forma, peso, a volte un colore. Sarà che con un braccio solo impari presto ad affidarti a quel che ti resta. E a me, di sensi, è rimasto soprattutto l'udito. Così, quando ascolto, ascolto davvero. Scompongo.
Ma pensavo: “Questi non sono applausi. Questi sono casini”. E mi innervosivo. Come faccio a trovare l’applauso se non ho le mani per farlo? Era un paradosso. Fosse che sto maestro mi stava pigliando per il culo?
Passarono minuti, forse ore. La luce cambiò, divenne scura. La schiena cominciava a farmi male. Lo stomaco brontolò di nuovo. Poi, per un attimo, successe.
Nel gran calderone di rumori senza senso -il rubinetto che gocciolava nell’appartamento accanto, i passi del vicino del piano di sopra, il mio stesso respiro- si creò come una pausa. Un attimo di silenzio. Un vuoto.
In quello spazio, per un attimo, ci finii dentro anch’io.
E in quel vuoto, con una chiarezza sconcertante, sentii un suono. Non era forte. Era un clap. Netto, secco, deciso. Il suono di due mani che battono l’una contro l’altra.
Mi guardai il moncherino, poi la mano sinistra. Era immobile. Non avevo mosso un muscolo. Eppure l’avevo sentito. Forte e chiaro.
Poi il momento passò, risucchiato dal brontolio dello stomaco.
Corsi fuori dalla stanza, verso il maestro. Era in giardino, con un innaffiatoio, e guardava una rosa ammosciata con un’aria vagamente accusatoria.
“Maestro! Maestro! Ce l’ho fatta! Ho sentito il suono!”
Lui non si voltò. Continuò a fissare la rosa. “Ah sì? E com’era?”
Aprii la bocca per descriverglielo. Il clap. Il vuoto. La sensazione stranissima. Poi mi bloccai.
Non potevo dirgli che avevo sentito due mani. Era il suono di una mano sola che cercavo. Avevo fallito di nuovo. Avevo barato. Il mio cervello, per farmi contenta, aveva inventato l’unico applauso che conoscevo.
Rimasi lì, in silenzio, con la bocca aperta. Lui continuò ad innaffiare, con una calma esasperante.
Dopo un po’, un goccio d’acqua cadde dalla rosa e finì sulla sua pantofola di tela. Lui guardò la macchia scura che si allargava, poi alzò gli occhi su di me. Io guardai la macchia, poi alzai gli occhi su di lui. I nostri sguardi si incrociarono. Lui sorrise. Io sorrisi.
In quel sorriso, nel momento esatto in cui capii che lui aveva capito il mio fallimento, sentii distintamente qualcosa battere dentro il petto.
Ma stavolta non erano due mani.
Era una mano sola. La mia. Che batteva forte, forte sul cuore, come per richiamare l’attenzione. Come per dirmi: “Ehi, sono qui. Anche io posso fare rumore.”
Poi tornai ad ascoltare il gocciolio dell'acqua sul terriccio e ogni passo umido e strascicato della pantofola del maestro che si allontanava: Sfush, Sciàck… risucchiava la suola sul pavimento, interrotta da un paio di Gnacche gommosi, per poi spegnersi in un lontano, quasi impercettibile Fregn Fregn e, infine, un ultimo, definitivo Squash quando l'acqua gli arrivò presumibilmente alle dita.
Io presi a ridere, con il maestro che mi guardava peggio di come guardava poc'anzi la rosa. E me andai, lasciandolo lì a non capire un cazzo che era un cazzo.
(A. Battantier, Memorie di uno zen, Mip Lab, 3/26)
#memoriediunozen
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