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Visualizzazione dei post da 2026

QUANDO L’INQUILINO DEL TERZO PIANO ERO IO (come persi la mia identità e come la ritrovai)

Quando ho visto “L'inquilino del terzo piano” per la prima volta, ho provato un brivido di gelida immedesimazione. Il protagonista, stritolato dall'invisibile e giudicante sguardo dei vicini fino a perdere la propria identità e a lanciarsi dalla finestra, era la trascrizione clinica della mia disintegrazione interiore. Sono cresciuto in una “small town” di provincia, proprio come quella cantata dai Bronski Beat. Un microcosmo claustrofobico dove la diversità è una colpa da espiare. In casa, la trappola aveva due volti: quello di mia madre, un affetto iperprotettivo e soffocante che mi limitava per la paura di vedermi soffrire, e quello di mio padre, che mi demoliva con spietata continuità. Per lui non ero un figlio, ma un "omuncolo" con le "chiappe chiacchierate", un'evirazione simbolica continua che squalificava la mia esistenza. Per sopravvivere ho fatto esattamente come il protagonista del film di Polanski: ho indossato la maschera che gli altri ave...

ERA MEGLIO NON ADOTTARTI (Quando ti senti sola al mondo, cerchi qualsiasi anestetico per non sentire quel vuoto divorante)

Preferisco il silenzio della mia stanza alle parole che feriscono. Quando mi chiudo dentro è  per isolarmi, per proteggermi da chi non sa più accogliermi. Non mi sento capita, mi sento sola, nessuno crede in me. È una sensazione sempre uguale, uno sfondo grigio che accompagna ogni mia giornata. Poi arriva la frase che polverizza ogni fragile difesa, pronunciata da chi avrebbe dovuto rappresentare il mio porto sicuro: «Era meglio non adottarti». In quelle quattro parole si è concentrato il peso di un rifiuto profondo, che parte direttamente dalla mia infanzia. Ci sono rimasta malissimo, con un vuoto nello stomaco che fa male quasi fisicamente. Lo so, non sono una santa. Ho commesso i miei errori, ho camminato lungo strade buie e tortuose. Mia madre oggi mi accusa di rubarle i soldi, sospetta di me ad ogni gesto, ma non è vero. La fiducia si è spezzata e ricostruirla sembra un'impresa impossibile quando l'unica lente attraverso cui vengo vista è quella del sospetto. Ho avuto ...

FIN DA PICCOLO NON AMAVO LE ARMI GIOCATTOLO (quanti soldi tolti alle scuole, agli ospedali e all’aiuto alle famiglie in difficoltà)

Sento parlare sempre più spesso di guerra, armi e spese militari. Dicono che per essere sicuri bisogna comprare, vendere armi, combattere e fare combattere. Il governo ha chiesto un prestito gigantesco, quasi 15 miliardi di euro, tutto a debito: quei soldi saranno tolti alle scuole, agli ospedali e all’aiuto alle famiglie in difficoltà. Chi pagherà davvero? Noi ragazzi di oggi, e quelli di domani. Anche la segretaria del più grande partito che si dice di sinistra ha assicurato che continuerà a mandare armi in Ucraina senza fermarsi mai, accontentando chi produce e vende strumenti di morte. Intanto i capi che contano -politici, banchieri, fabbricanti di armi e giornaletti amici- sono d’accordo tra loro. Insieme spingono per una pace sempre più lontana, mentre chi sogna un mondo senza bombe viene preso in giro o messo da parte. La voce più limpida arriva da persone di fede, come Papa Francesco e il presidente di Pax Christi, monsignor Giovanni Ricchiuti: le armi non portano mai la pace, ...

LA SPERANZA

La speranza non sta nell’armadio, appesa a una gruccia. Non la si riceve in eredità come un orologio da taschino. Di primo mattino vedi persone indaffarate, impastano un futuro con briciolette di presente, aggiungono acqua, aspettano che lieviti. È un lavoro duro. Nessuno paga. Siamo fragili, qualcuno finge di avere un piano in compagnia di benedetta speranza: anch’essa ha le scarpe bucate, eppure cammina. O forse è una questione di decenza: provare speranza è come tenere la schiena dritta durante un terremoto. Ridicolo, eppure quel gesto contiene una sua astrusa dignità. Sperare è svegliarsi, bere un bicchiere d’acqua, aprire la porta quando bussa la paura; per scoprire che se ti alzi per aprire, fuori non c’era nessuno. La speranza è una leva che alle volte si spezza. Eppure proviamo ancora a sollevare il mondo, almeno un centimetro, per salvarci. Salvarci da cosa? Dalla noia, dalla morte, dal prossimo lunedì? Forse la speranza non è un ombrello, ma la strana abitudine di uscire senz...

I SILENZI (Il silenzio non è un’assenza, è un gesto)

Ci può essere tanta violenza nei silenzi, negli sguardi. Noi lo chiamavamo “un attimo di stanchezza”. Ma se la stanchezza lasciasse ematomi, gli psicologi avrebbero liste d’attesa da Pronto Soccorso.   Abbiamo imparato l’arte sottile di ferire senza lasciare traccia. Un silenzio è una bomba a orologeria che esplode senza rumore, lasciando crateri nella fiducia.   Ti ho guardato, e in un secondo ho vissuto tutte le tue partenze. Il silenzio è un paese straniero dove si parla una lingua che conosci, ma nessuno risponde. Ciò che lo rende violento è una domanda mai posta, il peso di uno sguardo che sa tutto e tace.   Il silenzio non è un’assenza, è un gesto, può accarezzare o schiaffeggiare, senza mai toccare. Ci può essere tanta violenza nei silenzi, negli sguardi.   Ho imparato che certi sguardi sono interruttori che spengono il mondo.   E adesso navigo in un universo di spine, con le tasche piene di ‘mi dispiace’ mai detti.   ...

SONO IO, CI SONO (È l'amore che salva!)

Qualche volta mi siedo a guardare mia nonna e mi sembra che viva in un altro tempo, un posto tutto suo dove io non riesco ad entrare. È strano vederla confusa, fa male quando non ricorda il mio nome o ripete la stessa cosa dieci volte di fila. Ho imparato che per avvicinarmi a lei serve bussare al suo cuore. Quando entro nella sua stanza, invece di chiederle se sa chi sono, le dico semplicemente: "Sono io, ci sono". Se lei pensa che mio nonno -che non c’è più- stia per tornare a casa, io annuisco e glielo lascio credere. Non serve smontare il suo mondo; la verità non è importante quanto la sua serenità. A volte basta stringerle la mano in silenzio o far partire quella canzone che amava tanto, la canzone dei vecchi amanti. Essere lì con lei, senza aspettarmi che sia la persona di prima, mi ha fatto capire una cosa grande: l'amore non chiede nulla in cambio, non cerca di aggiustare le persone. L'amore resta accanto, a fare spazio alla fragilità e a dire, senza pa...

GLI ERRORI (Avere tutto senza niente è un trucco di prestigio che si impara solo perdendo)

I tuoi errori ti hanno condotto a te. Uno si sforza, la  chiama crescita ma costa tanta fatica e un pizzico di fantasia. Ho sentito un guru: “Se non hai niente hai tutto”. Ecco, qui non basta un pizzico di fantasia, serve tanta ma tanta immaginazione. Chi non ce la fa compra felicità a termine, quelli del corso mindfulness dicevano che la felicità iniziava da noi. Ci sono errori che non te ne accorgi subito, si depositano come sassolini nella scarpa. A furia di camminare impari a chiamarli esperienza. La crescita personale è costellata di aggettivi: resiliente (argh!?), centrato, consapevole. Alle volte il luogo dove arrivi, quel “te” che ti sei sudato, è un vicolo cieco. Costa fatica solo ad ammetterlo, e molta umiltà.   Davanti all’ennesimo fallimento servirebbe un’immaginazione da funamboli per non cadere. Al corso di mindfulness l’insegnante sorrideva: “La felicità comincia da voi”. In sala quindici persone annuivano, pensando al parcheggio scaduto. Forse la f...

UNA VITA DA CAMALEONTE (ragazzi che studiano Pirandello)

Tutti abbiamo un ruolo, il mondo è un palcoscenico dove la maschera aderisce al volto così bene che poi non si stacca più. C’è chi fa l’avvoltoio - e lo fa con dolo, con intenzione- o la jena, ridendo della carcassa altrui. Io no. Io ho scelto il camaleonte. Non per viltà, ma per un’intuizione chimica: l’identità è un precipitato instabile. Cambio colore, aderisco allo sfondo, divento il ramo, la foglia, la corteccia di chi mi sta accanto. Sparisco. E in questo sparire scopro la libertà di non esserci del tutto. Proprio il camaleonte, quello che sembra non avere un centro, forse è l’unico che di centri ne ha mille, e li attraversa con la leggerezza di chi sa che ogni ruolo è un prestito. Prendere sul serio una sola maschera è la via più rapida per l’infelicità. Qual è il nostro ruolo nel mondo? Utile è imparare l’arte di cambiare pelle senza strapparsi. Sapersi adattare è comprensione profonda che il sé è un’ipotesi, mai una tesi. Qualcuno lo chiama opportunismo. Il camaleonte ma...

SE L'È CERCATA (un caso di bullismo adolescenziale. L'importanza di parlare. Il silenzio è il terreno di coltura del bullismo, la paura è un seme annaffiato dall’omertà)

Roma, un pomeriggio qualunque, Edoardo, un ragazzino di dodici anni, capelli lunghi e ricci castano chiaro. Poco prima, un gruppetto di sei o sette coetanei l’ha preso di mira, non lontano da un circolo con i tappeti elastici. I bulli arrivano in autobus da zone limitrofe, portano il branco come un accessorio, e scelgono corpi su cui esercitare sopraffazione. Edoardo ora ha ecchimosi sulla schiena, e dentro qualcosa di più silenzioso: la vergogna di essere stato scelto, il terrore di raccontare, quella ragnatela che dice «se l’è cercata» mentre lui non ha cercato niente, se non tornare a casa. Il bullismo non potrebbe esistere senza un gruppo che si costruisce un «noi» per annientare qualcun altro. È un’ebbrezza da branco che dura poco e poi si sgonfia, lasciando gli aggressori vuoti, perché hanno assaggiato l’illusione del potere e ne resteranno dipendenti. Edoardo però, con la sua innocenza, compie un gesto, parla. Si confida con un adulto che ascolta. Più tardi i genitori lo portera...

È MORTO JOVANOTTI, IL CIELO IN UNA STANZA (2 racconti di erbette aromatiche)

È MORTO JOVANOTTI Il salotto di nonna era pieno di nebbia dorata,  io me ne stavo sprofondato sul divano di velluto, viaggiavo tra dimensioni parallele dopo la seconda bocciatura in 3 anni. La nonna entrò con la solita espressiobe di rimprovero, mi guardò scuotendo la testa: "Ancora a fumare quella roba? Ehh…i giovanotti, oramai, sono proprio morti". Il mio cervello, annebbiato da diverse sostanze aromatiche, ebbe un corto circuito emotivo. Non sentì un giudizio sui giovani d'oggi, ma la condanna definitiva del mio idolo, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti. Passai le successive sei ore in un pianto disperato, con "A te" a palla nelle cuffie e il viso rigato di lacrime, convinto di aver perso l'unica bussola della mia perduta giovinezza. Uscii di casa solo verso sera, trascinandomi verso il solito ritrovo. Non appena mi videro, gli altri scoppiarono a ridere. "Ma quale morto, Lorenzo sta per salire sul palco, sei completamente fuori di testa...

QUANDO LA PORTA DIVENTÒ FINESTRA (questione di punti cardinali)

C'è chi costruisce la sua vita intorno ad un'altra persona. Alle volte va bene, alle volte meno. Per anni la casa resta in piedi, abitabile, con le finestre che danno su un giardino curato insieme. Poi una mattina ti accorgi che la chiave gira con uno scatto diverso. Il tempo non frana tutto in una notte. Lavora di cesello o, meglio, di carta abrasiva: leviga gli spigoli della paura, assottiglia la dipendenza fino a farci vedere attraverso. La paura di cambiare è tenera superstizione, come credere che i giochi di una volta restino nel cassetto ad aspettarci. Invece i bambini crescono, e noi con loro. Mi sono accorto una notte, per un lampione sfarfallante, di  questo lieve disallineamento: la coppia è un orologio a due meccanismi che ogni tanto si guardano e scoprono di segnare minuti diversi. Non è un difetto di fabbrica. Una coppia di merli qualche mese fa aveva costruito il nido sul cornicione. L’anno scorso il nido era altrove. Il merlo sembrava disorientato, per qualc...

I RICORDI BRUTTI (Perché intossicarsi l’anima con i veleni che già conosciamo?)

Un pensiero leggero, una stanza con le finestre aperte.  Perché intossicarsi l’anima con i veleni che già conosciamo? I ricordi brutti arrivano lo stesso, senza bussare, ospiti non invitati. Ma almeno non ravviviamoli andando di proposito nel punto esatto del dolore.  Certi luoghi fisici hanno fauci insaziabili, certi luoghi mentali sono scantinati senza interruttore.  La memoria va saputa curare.  (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 7/26) #memoriediunamore  #MIPLab  #stephenstadif 

SUL CONCERTO DI ULTIMO: CARO PAPÀ… (Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. Strano, perché il Sistema sembra sempre in splendida forma)

Caro papà, ho cercato di capire il tuo pensiero. Che ti devo dire, sembra il verbale dell'autopsia di un concerto. Tu vai a cercare l'imperialismo tra gli accendini dei cellulari, il neoliberismo tra i cori, il genocidio dentro un bis. Io, invece, ero semplicemente lì. A cantare. Poi su molte cose la penso come te, e lo sai. Voi avete avuto il Sessantotto (che poi nonno, nemmeno te!). Noi abbiamo TicketOne. Ci chiedi perché Ultimo non parla delle guerre, del capitalismo, degli algoritmi, delle oligarchie. Io ti rispondo con una domanda: e dopo cinquant'anni di editoriali, manifestazioni, rivoluzioni annunciate, libri, dibattiti, festival dell'impegno, conferenze sulla pace e cortei contro tutto, come siamo arrivati fin qui? Con più guerre, più disuguaglianze, più precarietà, più sorveglianza e perfino un pianeta che sembra avviato all'Apocalisse. Forse non siamo noi quelli che devono rendere conto. Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. St...

UNA VACANZA INTERROTTA (Grazie mamma, grazie papà)

Il padre compra una granita alla fragola, la posa sul tavolino senza dire niente. Lei conta i cucchiaini: due. La madre ha già cominciato a parlare del traffico, degli asciugamani, di come il sale fa bene alla pelle, e intanto le accarezza la nuca con il palmo.  Nessuno ha detto aborto. Hanno detto interruzione, un blackout, un tram che salta la fermata. Lei, diciassette anni, ha pensato alle interruzioni pubblicitarie e al filo del film che si perdeva. Adesso il filo era lei, e il film era un altro. Sua madre ha pianto una volta sola, di nascosto, nel bagno dell’autogrill, tra il rumore della piadina scaldata e la macchinetta del caffè. Suo padre ha comprato un portachiavi con la Trinacria. A cena gliel’ha messo davanti, sul tovagliolo: «Tieni, per le chiavi di casa che avevi perso.»  Lei ha capito: qualsiasi casa sarà ancora sua. Un padre è questo: un pilastro che parla poco ma fa ombra nei pomeriggi siciliani. Sul balcone, di notte, il silenzio di là dalla porta sembrava un...

I BAMBINI NON DISCRIMINANO, A MENO CHE NON ABBIANO GENITORI CHE GLIELO INSEGNINO (sapevano già tutto: che l’altro esiste, ed è sufficiente)

Ho visto al parco due bambini che non si conoscevano. Uno aveva una pallina, l’altro un sasso che per lui era una rana. Non parlavano la stessa lingua, ma ridevano insieme. Poi si sono scambiati i giochi: il sasso diventava pallina, la pallina sasso. Nessuno ha detto “non vale”, nessuno ha chiesto “da dove vieni?”. Da dove nasce questa trasparenza? Non dall’innocenza, ma da un’attenzione che gli adulti perdono, distratti dal catasto delle differenze. Il bambino vede il colore della pelle come una variante della luce, la voce, l’accento come dati di un paesaggio senza mappe. La mappa la disegnano i grandi. I bambini discriminano: distinguono il dolce dal salato, ma senza valore morale. (Ricordo un educatore che, non riuscendo a leggere un nome indiano, disse: “Ma che sò sti nomi complicati… perché nun lo chiami Mario che stàmo in Italia!?”). Lo impariamo ascoltando: un genitore che arriccia la bocca, ed ecco il virus. È apprendimento sociale, polvere sullo specchio. Se non la togli, div...

IL TEMPIO (c'era un gatto che dormiva con un cagnolino che sembrava un pulcino)

Alessia, 16 anni, guidava il gruppo oltre il cancello arrugginito. «È solo la villa dei fricchettoni», disse Lorenzo, innamorato di lei senza averlo mai confessato Chiara, ragazzina leale ma fifona, stringeva un portafortuna. Il curiosissimo Tommaso, toccava già ogni stelo d’erba andando per la via sconosciuta del tempio. La campagna intorno vibrava di cicale. L’edificio color ocra sembrava assorto, immerso nel verde.   Un cartello all’ingresso: “Oggi iniziano i nove giorni sacri”.  «Navaratri?» lesse Chiara. «Mai sentito…che sarà?». Un’ombra bianca esplose dal frutteto: un pastore maremmano grosso come un vitello. «Corri!» urlò Lorenzo.  L’animale, nel suo slancio innocente, li spinse verso il portone aperto del tempio.  Entrarono inciampando, si tolsero le scarpe per non far rumore sul legno, come invitava un’insegna. La porta si chiuse alle loro spalle con un tonfo. Dentro, penombra e statue. Tommaso allungò subito la mano verso quella con la testa di elefante. «...

IN EQUILIBRIO SUL FILO DEL PROPRIO RESPIRO

Il corpo tende all’equilibrio, lo sanno i sassi, le pozzanghere, certi acrobati stanchi. È una questione d’orecchio che capta. Se inclini la testa di scatto, il mondo non cade: si sposta appena, e torna a posto da solo. Arrivano le interferenze, stress, inciampi, un amore vuoto scambiato per vertigine. Il corpo annota, trattiene, rilascia: è un allievo diligente. A volte basta una notte di sonno, un cucchiaino di magnesio, ti svegli e l’asse del mondo è di nuovo perpendicolare al tuo buongiorno. A volte. Da ammirare, questa ostinazione, questo rammendare la tela mentre la trama cede. Ma c’è un punto in cui le riparazioni diventano bozze, appunti a margine di un corpo che non smette di chiedere fiducia. Ciò che era acuto si fa cronico, impara a restare. Non è ancora resa, intendiamoci: è un accomodamento, un baratto tra il fuoco e l’estintore scarico. Il corpo, generoso ti concede una tregua in cambio di tutte le tue attenzioni. Lo curi, lo misuri, gli parli come a un vecchio a...

LE PAROLE STRANE DEI MIEI NIPOTINI (Nonno, hai perso tutta la tua aura!)

È una strana estate, quella che stiamo vivendo in campagna. Il silenzio di monte Aguzzo, solitamente interrotto solo dal canto delle cicale e dalle pecore, è stato invaso da un vocabolario che sembra provenire da un altro pianeta, dove la grammatica è un accessorio obsoleto. Cerco di fare del mio meglio. Mio marito Caio, invece, vive in una beata isola di sordità parziale. Quando i nostri tre nipoti –nove, dieci e dodici anni– iniziano a parlare, Caio inclina la testa, si aggiusta l’apparecchio acustico e mi guarda con l'aria di chi cerca di decifrare un codice Enigma, alzando sovente le spallucce. "Nonno, hai perso tutta la tua aura," esclama il più piccolo, guardando Caio che inciampa nel tubo dell’irrigazione. Caio, ignaro, sorride. "Che ora ora è? Sono le sette, caro mio." I ragazzini ridono. Non è una risata maligna, è una risata di chi si sente parte di una loggia segreta. Per loro, la vita si misura in "punti aura": se cadi in modo goffo, perdi ...

DIARIO DEL SOLE (Memorie di una bambina)

Caro diario, oggi ancora 38 gradi, giugno. Mamma e papà vedono la TV che dice “è un’ondata, passerà, ma restino a casa anziani e bambini”. Ma non è vero. Un'ondata sale e scende; qui sale e basta. Accendono il condizionatore e pensano sia tutto a posto. Salta sempre la corrente in tutto il paese e danno la colpa al comune. L’Europa è rossa, 10 gradi sopra le medie di quando erano piccoli loro. I ghiacciai sono già spariti, le foreste muoiono. Presto niente grano, niente frutta. Solo deserto. Ma alla tv parlano di salvare i “prodotti tipici”. Ma se non c’è acqua? Molti negano, dicono che il clima è sempre cambiato. Altri si arrabbiano per le pale eoliche perché rovinano il paesaggio! Ma il paesaggio sta bruciando! Preferiscono petrolio e gas, così moriamo di caldo. Io non mi fido più di nessun grande. Ho paura: quando sarò grande non ci saranno più boschi, animali, solo caldo e cemento. Nessuno ascolta noi bambini, il problema è che poi i bambini quando diventano grandi non...

LA FRANCIA SI SCIOGLIE (e altri frammenti per l'apocalisse)

La Francia si scioglie e con essa l’EDF, l’orgoglio nucleare, costretta a spegnere i reattori perché l’acqua del Rodano è ormai brodo primordiale. È la rivincita della termodinamica contro l’hubris ingegneristica. Il capitalismo non aveva previsto che i fiumi potessero scioperare. Intanto i treni si deformano sui binari. Gare de l’Est evacuata: passeggeri collassati senza aria condizionata.  La Festa della Musica è annullata. Niente vino all’aperto: la République proibisce alcolici perché i pronto soccorso sono già strapieni. Il Baccalauréat si celebra in aule a quaranta gradi: così i ragazzi imparano l’unica lezione che conta: il pianeta vi friggerà il cervello, prendete appunti. In Italia, penisola del cemento dove ogni metro quadro di suolo è un potenziale capannone abusivo, abbiamo pensato miseramente di segare via gli alberi (a Roma la giunta sta facendo schifo, tagliano alberi sani in maniera vergognosa) come se fossero nemici personali, per far posto a mangimifici e centri c...

IL GIORNO DELLA FELICITA’

Lo Yellow Day,  il giorno ufficialmente brevettato come il più felice dell’anno. Si celebra il 20 giugno, è contrapposto al Blue Monday, coincide con l'aumento delle ore di luce, il clima favorevole e l'avvicinarsi delle vacanze estive. Dite la verità: Ne sentivate il bisogno?  Deve sembrare tutto spontaneo, leggero, felice, anche se per raggiungere quell’effetto ci sono voluti quarantasette scatti e un esaurimento nervoso….lo scatto finale della vena. Una paziente mi ha detto: “per fare una foto che sembravo felice ci ho messo quasi un’ora, sono incazzata nera! Se qualcuno oggi mi dice A…lo sbrano”. Forse sarebbe stato meglio non fare la foto. Una story, un sorriso al momento giusto. Come se la felicità avesse bisogno di un notaio che timbri “approvato” altrimenti non vale. C’è chi cerca la felicità perfetta: sempre luminosa, sempre in tiro, pronta per essere mostrata.  Ma la felicità non è una gara del sorriso alle Olimpiadi del buonumore. La confusione è proprio questa...

I FALSI MITI DELLE DIETE (e un poco di buon senso)

L’importante è consumare calorie nella giornata. Un chilo di grasso è circa 7.700 calorie: surplus per accumularlo, deficit per perderlo. Poi c’è chi promette miracoli, ma di solito ingrassa il suo conto. Il metabolismo varia di poche centinaia di calorie, non di migliaia, a parità di condizioni. A fare la differenza è il NEAT: l’energia spesa in gesti quotidiani (camminare, scale, stare in piedi). Levine dimostrò che può valere fino a 2.000 calorie in più al giorno. È il termostato nascosto. Preferiamo l’ora di corsa da esibire, ma salire scale o lavare i pavimenti incide più di quanto crediamo. Il corpo guarda il bilancio, e non le intenzioni. Costruiamo alibi: «Mangio poco ma ingrasso». Spesso è scarsa consapevolezza: ci muoviamo poco, sottostimiamo l’introito e sovrastimiamo l’attività. Il NEAT si assottiglia. Mangiar bene non è solo calcolo: il cibo è piacere. Privarsene scatena abbuffate. Equilibrio: concedersi uno strappo e compensare con più movimento, perché il bilancio si val...

LASCIAR VIVERE IL CACTUS E L’AMORE (Quando la premura soffoca e il controllo non è romanticismo: appunti per smettere di indagare e iniziare a fidarsi)

Alle volte l’ansia si traveste da crocerossina: ti controllavo il telefono come un detective della Omicidi, interpretavo ogni “ok” come una dichiarazione di guerra o qualche tuo sotterfugio, ogni abbraccio come un possibile addio.  Credevo fosse amore, mi aveva preso la mano fino ad autonominarmi amministratore del nostro protettorato emotivo.  Ero convinta che la premura fosse l’anticamera dell’amore. Più ti tenevo stretto, più scappavi; più scappavi, più stringevo e, insomma, il resto l'avete capito. La gelosia è la versione romantica del diritto di proprietà. Io ti facevo visitare la mia insicurezza ammobiliata e pretendevo che firmassi un contratto a vita.  La mia premura era così soffocante che anche le piante grasse mi schiattavano. Ho iniziato proprio dalle piante grasse, ho iniziato a dare meno acqua e a farle respirare, smettendo di rinfacciare.  Prima o poi bisogna capirlo che non sei il centro del mondo, e si può sempre imparare a offrire un bicchiere d’ac...

IO SONO FATTO COSI’ (Il senso della vita non è solo trovarsi, è costruirsi)

“Non si cresce mai abbastanza. Ho dedicato la mia vita al perfezionamento, che non vuol dire che poi diventi uno perfetto. Ma almeno a tagliarne i difetti che poi, se li riconosci e dici ‘io sono fatto così’ alla fine mi viene da dire ‘Sei uno stronzo’. Cosa vuol dire ‘io sono fatto così’? Nulla. Devi sempre cercare di migliorare te stesso. Devi cominciare a studiare il perché sei così. Ho dedicato tutta la mia vita a questo; più che alla musica devo dire.” (Franco Battiato) “Io sono fatto così” è la versione educata di “vaffanculo, sono cazzi miei, fatti i cazzi tuoi”. E’ il mantra di chi ha trasformato un difetto in un diritto.  Hai il dovere di tagliarti i difetti, non di esibirli come trofeo.  Il perfezionamento non è diventare perfetti -il perfezionismo è un incubo per nevrotici-  ma smettere di credere che la tua pigrizia sia un dato geologico.  La personalità non è un monolite, è un bucio de culo, impegno, sudore, fatica: allenamento.  “Sono fatto così” è...

NON SEMPRE LA SORPRESA È RIUSCITA (la manipolazione è un’arte che richiede solo vittime disposte a scusarsi. Ho imparato che certi gesti belli sono come semi lanciati su un vetro)

Una torta con le candeline portata al buio, gli occhi che si spalancano, la risata di un bambino. C’è chi guarda la scena e invece di unirsi al coro si sente escluso dalla gioia, come se la torta fosse un rimprovero. Allora accusa: la crema è troppo dolce, le candeline colano la cera, e tu hai esagerato a farne troppa. Il giorno dopo ti spiegherà che eri tu a voler metterlo in imbarazzo. La manipolazione è un’arte che non richiede tele, solo vittime disposte a scusarsi. Ho imparato che certi gesti belli sono come semi lanciati su un vetro: non attecchiscono. Non si tratta di ingratitudine, ma di un’allergia alla bellezza altrui. Perché un atto gentile, se non lo si sa ricevere, diventa uno specchio dove il sabotatore vede solo la propria polvere. Così, per non specchiarsi, rompe lo specchio. La famiglia felice che ride intorno al tavolo è un giardino: chi continua a calpestare le aiuole, alla fine, va accompagnato con delicatezza al cancello. Nessuna scena, solo il silenzio di un ...

QUANDO CHIUDE IL MONDO? (Amori al bar)

Ultimo bicchiere sul banco, sarà quello giusto? Si spengono le luci, restano quelle del retrobottega. Carlotta mi saluta, riesco a sentire il rumore delle sedie rovesciate sui tavoli. Carlotta conta le mance, ha già dimenticato il mio nome. Le chiedo: «Quando chiude il mondo?» Sorride: «Il mondo non chiude mai. Siamo noi che ce ne andiamo, sempre un minuto prima di quello che vorremmo.» La cassa suona una canzone, un vecchio pianoforte e due che si amavano senza sapere perché. Ora è solo un mobile. Il silenzio è pieno di parole che abbiamo dimenticato di dirci. L’orologio ha smesso di contarle. Sotto ad un lampione tento di abbracciare la mia ombra, un’altra forma d’amore. L’addio sembrava una porta socchiusa. Ma fu un addio coi fiocchi. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 2015) #memoriediunamore #MIPLab #mthompsonnati

CARO PAPÀ TI AVEVO DATO PER CERTO

Ci sono parole che non ho detto, papà, rimaste sospese tra un giorno qualunque e un “poi” che credevo infinito.  Il “poi” non ha fondo, lo riempi di rimandi come una valigia, e quando la valigia si chiude il treno se n'è andato. Ho incontrato la malinconia su di una panchina, è arrivata in punta di piedi, educata. Poi ha iniziato a svuotarmi i cassetti, uno alla volta, e mi chiede scusa mentre mi smonta la casa.  Ti ho dato per certo, avevo scambiato la tua presenza per una legge di natura, come il cielo sopra la testa. Anche il cielo spegne la luce, ho alzato gli occhi e ho trovato il buio. Ho incontrato il dolore. Non urla. Si siede sul bordo del letto, sfoglia i vecchi biglietti dell’autobus  e liste della spesa che conservavi. Ho incontrato la depressione, è una parentesi che qualcuno ha dimenticato di chiudere: dentro, il mondo si rimpicciolisce, resta un dettaglio.  Ho con me il tuo ultimo regalo dai cinesi: un portachiavi, quel pesciolino di plastica che finge...

UN RIFLESSO ALLO SPECCHIO

Il bar non esiste più. Inseparabili, dicevamo, come le nostre ombre sul marciapiede. Mi illumina ancora, a tratti, quel sorriso così lontano.  Non dimenticherò mai il colore del buio. Ho soffiato polvere tra le labbra e il vetro. Un riflesso, era necessario? La mano cercava l’altra mano. Dal bancone vuoto mi risponde Lloyd, non mi serve bourbon on the rocks ma un bicchiere d’acqua offerto a chi non tornerà, unica eredità del temporale, il resto di un naufragio -limpido- la trasparenza non consola, non toglie la sete.  Fu un silenzio da riempire con cura, una pausa tra due dimenticanze, un modesto addio a portata di mano, un rituale senza fede.  Cinque lettere, non ha radici ma trattiene il cielo. Sto per piangere. Poi io posai il bicchiere e il rumore mi svegliò. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 2024) #memoriediunamore  #MIPLab 

LA MOTIVAZIONE: LA PIÙ GRANDE TRUFFA DEL MARKETING ESISTENZIALE? (Memorie di un adolescente inquieto e breve omaggio alle Arti Marziali)

L'inizio sta sempre nel conoscere e valutare le proprie capacità, in base ai propri limiti e poi evolversi. Bella frase, da scrivere nel biscotto della fortuna.  Ho toppato molto in questi ultimi anni, la vita mi sembrava finita ma lo psicologo mi ha detto:  “E che cazzo figliolo!!! Hai solo 21 anni!”.  E’ vero, non ci avevo pensato. Forse, in previsione della mia ripresa di studi, questo atteggiamento non me lo posso permettere.  E’ che non credo molto alla motivazione, non lo so, che vi devo dire, non mi convince.  Ti dicono: “Trova la tua passione!”.  Ma quale passione, se sei precario anche nei sogni?  La Gioventù: l’età dell’oro in cui puoi tutto, purché tu sia flessibile, disposto a stage gratuiti e a sentirti dire che “il posto fisso è una gabbia”.  Mi arrivano in continuazione video motivazionali, eppure metto “NON MI INTERESSA!” Intanto ho scelto le arti marziali. Ma mica per diventare un guerriero, giusto per tirare calci al nulla. ...

E’ SOLO UN PASSERO (mica possono fare tutto loro!)

Mi chiamo Gian Maria e ho quasi sette anni. Oggi ho letto un racconto e ho capito che la Terra sta male. Continua a girare ma sta tanto male. Le maestre ci hanno detto che dobbiamo salvare il pianeta. Io ho guardato un passero. Ma il passero è un uccellino, salta, cerca semi, fa cose da passero. E’ piccolo, è solo un passero. In campagna da papà ho visto una volpe. Anche lei faceva la volpe. E che deve fare? Mica possono fare tutto loro! Nessun animale può salvare il mondo. Ma, aspetta, noi anche siamo animali, anzi, siamo scimmie. Ce l’ha detto il signor Millo Peg, che viene in classe a parlarci della natura. Chi dovrebbe salvare la Terra? Noi. Gli esseri umani dicono sempre di essere superiori. Più intelligenti e più importanti. Epperò se siamo così bravi, perché aspettiamo gli uccellini per aggiustare quello che abbiamo rotto? Io se rovescio il latte di riso sul tavolo, mica aspetto che il gatto passa con uno straccio! Momò è un gatto molto simpatico ma mica è il suo lavoro. La...

GLI ANNI CRESCONO O DIMINUISCONO? (Invecchiare è un lusso che non tutti possono permettersi)

Tra poco compio 56 anni. Sul tavolo c’è un barattolo di olive. Le conto: sette. Poi guardo la data sul calendario, e le dita fanno il conto alla rovescia senza che nessuno le abbia chiamate. Gli anni crescono o diminuiscono? Bella domanda. Aggiungo candeline sulla torta e sottraggo respiri nel mio diario a quadretti: da un lato la colonna dei “già stati”, che si allunga ingombrante; dall’altro quella dei “forse ancora”, che si accorcia con educazione discreta (ma come m'ha detto il mio amico Matteo, sento dentro una farfalla che s’è rotta il cazzo!). Epperò se inverto il foglio, i numeri non litigano: sono la stessa cifra, solo letta da due sponde diverse. Ecco perché il conto torna sempre, ma non dà mai resto. Mio padre diceva che invecchiare è un lusso che non tutti possono permettersi. Lo ripetevo a memoria, come una poesia di cui non capisci il peso. Finché le olive stanno nel barattolo, sei ricco. Poi le conti, e scopri che la ricchezza è solo un modo più raffinato per tener l...

HO SOGNATO (l’ex che ritorna)

La sveglia suona. Il sogno arretra come una marea, depositando sulla battigia della coscienza un volto che non vedevi da tempo. Un ex.  Un ricordo, ma non è nostalgia. È un appuntamento con una parte di te che hai chiuso in una stanza sul retro, senza finestre.  Quella figura non è una persona, ma un’immagine dell’anima che torna ad interrogarti. Sognare un trauma non è solo rivivere il dolore; è la mente che cuce di notte ciò che il giorno ha strappato. Senza anestesia. La mente non butta niente. Accumula fotogrammi, frasi, silenzi. E quando dormi, li mette in ordine, un archivista paziente senza scadenze.  Forse perché il passato non esiste finché non lo si è guardato davvero. I sogni ripetuti tornano soprattutto per ricordarti che un accordo è rimasto sospeso, una parola non detta.  Siediti accanto a quel sogno come fai con un ospite inatteso. Non cacciarlo. Non aggrappartici. Offrigli una tazza di tè. La via d’uscita è attraverso.  Ogni ferita vuole diventar...

LA RECITA DEL BENE (il dolore)

“Come stai?”  Ho risposto “dai…bene”. Bene, una bugia da quattro soldi. Dopo un lutto, un dolore grande, una malattia, non siamo più attaccati al mondo. Siamo caduti. E gli altri pretendono che ce ne stiamo lì, per terra, a brillare come se niente fosse. La fragilità è la fatica di reggere un copione scritto da altri. Il lutto, fedelmente che ti segue, ma tu devi andare in ufficio e dire che il tempo è bello. Lo dici perché altrimenti la gente si spaventa.  Ogni “bene” pronunciato dopo una perdita è un piccolo crimine contro se stessi. Ma un crimine necessario, come rubare il pane quando hai fame.  In società si fa così, tu non mi mostri il tuo baratro, io non ti mostro il mio. E così si va avanti. Il guaio è che il baratro, nel frattempo, si allarga. Il dolore non si racconta. Si indossa. Stamattina sono uscito. Il sole era un ostaggio del cielo. La portiera ha detto: “Vedrai, il tempo aggiusta tutto”. Le ho sorriso a mezzo. Avrei voluto dirle che il tempo non aggiusta n...

LE PERSONE CHE MI HANNO VOLUTO

Si chiama Sofia ma poteva chiamarsi in un altro modo, e forse, da qualche parte, si chiama ancora in un altro modo. È adottata. Me lo dice con tranquillità. I suoi genitori adottivi sono “le persone che mi hanno voluta, ho preso con loro la mia strada”, si vede che ci crede. Però stanotte non dormiva. “Perché mi chiedevo se conta di più il sangue o la fatica”, mi spiega, e intanto muove nervosamente le scarpe da ginnastica. Sofia ha voluto immaginare che i suoi genitori biologici abbiano avuto “problemi di droga, se loro fossero stati diversi, magari sarei rimasta là e non saprei nemmeno che esiste un’altra vita”. Lo dice senza rabbia, provando a far quadrare i conti. I figli sono di chi li ama, non di chi li fa. Non si diventa genitori procreando. Ci vuole responsabilità. E l’altruismo, quando è quotidiano, vale più di qualunque esame del DNA. Lei annuiva, ma teneva lo sguardo basso, a verificare la tenuta dei lacci. Poi ha tirato fuori una frase: “Io lo so che questo è un moment...