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Visualizzazione dei post da 2026

E’ SOLO UN PASSERO (mica possono fare tutto loro!)

Mi chiamo Gian Maria e ho quasi sette anni. Oggi ho letto un racconto e ho capito che la Terra sta male. Continua a girare ma sta tanto male. Le maestre ci hanno detto che dobbiamo salvare il pianeta. Io ho guardato un passero. Ma il passero è un uccellino, salta, cerca semi, fa cose da passero. E’ piccolo, è solo un passero. In campagna da papà ho visto una volpe. Anche lei faceva la volpe. E che deve fare? Mica possono fare tutto loro! Nessun animale può salvare il mondo. Ma, aspetta, noi anche siamo animali, anzi, siamo scimmie. Ce l’ha detto il signor Millo Peg, che viene in classe a parlarci della natura. Chi dovrebbe salvare la Terra? Noi. Gli esseri umani dicono sempre di essere superiori. Più intelligenti e più importanti. Epperò se siamo così bravi, perché aspettiamo gli uccellini per aggiustare quello che abbiamo rotto? Io se rovescio il latte di riso sul tavolo, mica aspetto che il gatto passa con uno straccio! Momò è un gatto molto simpatico ma mica è il suo lavoro. La...

GLI ANNI CRESCONO O DIMINUISCONO? (Invecchiare è un lusso che non tutti possono permettersi)

Tra poco compio 56 anni. Sul tavolo c’è un barattolo di olive. Le conto: sette. Poi guardo la data sul calendario, e le dita fanno il conto alla rovescia senza che nessuno le abbia chiamate. Gli anni crescono o diminuiscono? Bella domanda. Aggiungo candeline sulla torta e sottraggo respiri nel mio diario a quadretti: da un lato la colonna dei “già stati”, che si allunga ingombrante; dall’altro quella dei “forse ancora”, che si accorcia con educazione discreta (ma come m'ha detto il mio amico Matteo, sento dentro una farfalla che s’è rotta il cazzo!). Epperò se inverto il foglio, i numeri non litigano: sono la stessa cifra, solo letta da due sponde diverse. Ecco perché il conto torna sempre, ma non dà mai resto. Mio padre diceva che invecchiare è un lusso che non tutti possono permettersi. Lo ripetevo a memoria, come una poesia di cui non capisci il peso. Finché le olive stanno nel barattolo, sei ricco. Poi le conti, e scopri che la ricchezza è solo un modo più raffinato per tener l...

HO SOGNATO (l’ex che ritorna)

La sveglia suona. Il sogno arretra come una marea, depositando sulla battigia della coscienza un volto che non vedevi da tempo. Un ex.  Un ricordo, ma non è nostalgia. È un appuntamento con una parte di te che hai chiuso in una stanza sul retro, senza finestre.  Quella figura non è una persona, ma un’immagine dell’anima che torna ad interrogarti. Sognare un trauma non è solo rivivere il dolore; è la mente che cuce di notte ciò che il giorno ha strappato. Senza anestesia. La mente non butta niente. Accumula fotogrammi, frasi, silenzi. E quando dormi, li mette in ordine, un archivista paziente senza scadenze.  Forse perché il passato non esiste finché non lo si è guardato davvero. I sogni ripetuti tornano soprattutto per ricordarti che un accordo è rimasto sospeso, una parola non detta.  Siediti accanto a quel sogno come fai con un ospite inatteso. Non cacciarlo. Non aggrappartici. Offrigli una tazza di tè. La via d’uscita è attraverso.  Ogni ferita vuole diventar...

LA RECITA DEL BENE (il dolore)

“Come stai?”  Ho risposto “dai…bene”. Bene, una bugia da quattro soldi. Dopo un lutto, un dolore grande, una malattia, non siamo più attaccati al mondo. Siamo caduti. E gli altri pretendono che ce ne stiamo lì, per terra, a brillare come se niente fosse. La fragilità è la fatica di reggere un copione scritto da altri. Il lutto, fedelmente che ti segue, ma tu devi andare in ufficio e dire che il tempo è bello. Lo dici perché altrimenti la gente si spaventa.  Ogni “bene” pronunciato dopo una perdita è un piccolo crimine contro se stessi. Ma un crimine necessario, come rubare il pane quando hai fame.  In società si fa così, tu non mi mostri il tuo baratro, io non ti mostro il mio. E così si va avanti. Il guaio è che il baratro, nel frattempo, si allarga. Il dolore non si racconta. Si indossa. Stamattina sono uscito. Il sole era un ostaggio del cielo. La portiera ha detto: “Vedrai, il tempo aggiusta tutto”. Le ho sorriso a mezzo. Avrei voluto dirle che il tempo non aggiusta n...

LE PERSONE CHE MI HANNO VOLUTO

Si chiama Sofia ma poteva chiamarsi in un altro modo, e forse, da qualche parte, si chiama ancora in un altro modo. È adottata. Me lo dice con tranquillità. I suoi genitori adottivi sono “le persone che mi hanno voluta, ho preso con loro la mia strada”, si vede che ci crede. Però stanotte non dormiva. “Perché mi chiedevo se conta di più il sangue o la fatica”, mi spiega, e intanto muove nervosamente le scarpe da ginnastica. Sofia ha voluto immaginare che i suoi genitori biologici abbiano avuto “problemi di droga, se loro fossero stati diversi, magari sarei rimasta là e non saprei nemmeno che esiste un’altra vita”. Lo dice senza rabbia, provando a far quadrare i conti. I figli sono di chi li ama, non di chi li fa. Non si diventa genitori procreando. Ci vuole responsabilità. E l’altruismo, quando è quotidiano, vale più di qualunque esame del DNA. Lei annuiva, ma teneva lo sguardo basso, a verificare la tenuta dei lacci. Poi ha tirato fuori una frase: “Io lo so che questo è un moment...

RACCONTAMI UNA STORIA

L’acqua la racconta la sete La terra la raccontano gli oceani trascorsi Lo slancio lo racconta l’angoscia La pace la raccontano le battaglie L’amore i tumuli delle memorie (Emily Dickinson, 1859) #emilydickinson #memoriediunapoesia

LA CALMA DOPO IL PEGGIO (non serve solo capire, serve esserci)

C’è qualcosa di crudele nel calendario, quando ti accorgi che le date che dovevano essere festa diventano macigni. Una mia amica, oggi, rivive l’anniversario di nozze in coincidenza con il giorno in cui ha perso l’amore. Domani, poi, è il compleanno di chi non c’è più. Eppure, lei non si dispera. È strana, questa calma che viene dopo il peggio. È come quando sei caduto e ti rialzi: non hai più paura di sporcarti. Resta solo la vita, nuda, da portare avanti. Come una valigia troppo pesante che alla fine diventa tua, perché è l’unica che hai. A insegnarglielo è stata la gatta, Tatapatata Piper. Non è un nome da filosofa, ma lei lo è. Quando il silenzio è sceso sulla casa, lei non ha domandato perché. Si è acciambellata nel vuoto, con il suo corpo tiepido, e ha detto: “Sono qui.” E forse questa è l’unica verità: non serve solo capire, serve esserci. Si può essere felici nell’assurdo? C’è chi ha smesso di chiederselo. Si accontenta di un raggio di sole sul divano, di un’ora senza pensie...

LA SEGRETARIA DEL CERVELLO (canone mensile 21 euro, ogni pensiero 0,99)

Aprì gli occhi e il vuoto. Non ricordava dove avesse messo le chiavi di casa, né come si chiamasse il collega con cui pranzava ogni giorno da tre anni. Normale, per chi aveva delegato tutto a P.I.N.A., Personal Intelligent Neural Assistant, ribattezzata da tutti “Pina”, la segretaria olografica impiantata direttamente nella corteccia prefrontale. Pina, dove sono le chiavi? pensò, perché parlare ad alta voce era un extra da 1,49 euro. Ciao! Per attivare la localizzazione oggetti smart servono 0,99 €. Procedo? Lui annuì mentalmente. La vocina caramellosa rimbalzò: Mi dispiace, hai raggiunto il limite giornaliero di microtransazioni neurali. Per sbloccare la funzione effettua un bonifico istantaneo o attendi 23 ore e 58 minuti. Il limite scattava sempre alle 8:02 del mattino, da quando la notte prima aveva osato chiedere a Pina di ricordargli il compleanno della madre (2,49 €) e di formulare un messaggio d’auguri decente (3,99 €, versione “affettuosa base”, quella con emoji costava 0,...

"VIENI, HAI BISOGNO DI UN ABBRACCIO"

A volte il senso della vita sembra scappare. Ma lo ritrovi in una mano sconosciuta che ti abbraccia e ti regala qualcosa di suo, senza chiedere nulla in cambio. E allora puoi continuare a camminare. Non sempre c’è un perché: anche l’abbraccio di uno sconosciuto è un atto d’amore bellissimo. L’amore cammina ancora tra la gente. Capita quando qualcuno ti dice: "Vieni, hai bisogno di un abbraccio". Ti abbraccia senza sapere il tuo nome, e ti ricorda che la tenerezza esiste, senza domande. Continuiamo a cercare l’amore nel mondo, anche nei giorni più bui. Ci sono persone sconosciute che custodiscono un amore pronto a fiorire appena lo riconosci. Ed è bello, è umano: è la nostra vittoria sul nulla. (A. Battantier, Memorie di un amore)

QUANTO C'HO MESSO? (Affrettati lentamente)

Adrianina aveva inventato un gioco. Si correva dallo scivolo all’altalena, poi al castello e infine al genitore con il cronometro. "Pronti, partenza, via!" urlava lei. I suoi genitori, seduti sulla panchina, sorridevano lontani, chiacchierando tra di loro del più e del meno. "Tempo!" chiedeva Adrianina, arrivando trafelata. "Quanto ho fatto? Dai, dai, quanto c'ho messo!?" "Brava…60 secondi!" diceva il papà senza guardare l’orologio. "Ma non è vero!" scoppiava lei. "Non avete nemmeno fatto partire il tempo!" Un giorno Adrianina decise di contare da sola, mentalmente: uno, due, tre… Al traguardo annunciò: "Ho fatto trentasette secondi!" La mamma annuì: "Quasi quaranta, va bene". Ma Adrianina si accorse che i numeri non tornavano mai. Era come se i grandi inventassero il tempo a piacere. Si arrabbiò, saltellò, poi smise di chiedere. Mesi dopo, mentre faceva la pipì, si mise a contare i secondi per no...

CHI ESCE, CHI ENTRA, CHI RESTA (è questione di cosa il dolore fa dentro di te)

Ricordo da ragazzino un ginocchio sbucciato. Il dolore che brucia lo conosciamo tutti: arriva, fa male, dopo una notte se ne va. Esce e non lo vedi più. L’orologio di nonno è fermo sulle dieci e dieci. Non fa male come l’asfalto. Fa male diverso: non se ne va. Lao Bu-Shem diceva che “bisogna osservare chi esce, chi entra, ma soprattutto chi resta.” Il ginocchio esce. L’orologio resta. Non è questione di tempo ma di cosa il dolore fa dentro di te. Quando si ruppe l’orologio - il gatto, il salto sul tavolo, il vetro in frantumi- pensai “finalmente”. Poi mi sentii stupido. Avevo scambiato restare con essere rotto. Ma quel quadrante non è un dolore che resta. È un dolore che diventa. Ci sono dolori che entrano, fanno un po’ di casino e poi escono dalla porta: il ginocchio, un temporale d’estate. Ci sono dolori che entrano e non se ne vanno più. Ma i dolori che cambiano sono quelli che entrano, si siedono, e poi si alzano e aprono la finestra. Restano lì a pesare, per un po’, ma anche a sug...

IL CHIRURGO DELLE PIANTE

L’amico mio giardiniere lo chiamavano “il chirurgo delle piante. Un giorno guardò un olivo in un vaso troppo piccolo e disse: “Il sottovaso trattiene l’acqua. Per l’olivo è come tenere i piedi in una pozzanghera per mesi. Non muore subito. Soffre piano piano, poi è troppo tardi. Poi mi spiegò che l’olivo, quando sta male, sacrifica i rami.  Li lascia seccare per tenere in vita il resto. “Lo fanno anche le persone”, disse. “Lasciano andare pezzi di sé. Ma non lo chiamano coraggio. Lo chiamano ‘tanto ormai’.” Lo trapiantammo. Terra asciutta, niente ristagni.  Lui tagliò le radici marce senza pietà. “Meglio un taglio netto che marciume poco a volta”, disse. Poi lo mise fuori. “L’olivo non è pianta da salotto. Sta bene dove l’aria si muove. Anche se fa freddo.” Per mesi non successe niente. Poi un giorno spuntò un germoglio alla base. “Vedi”, disse. “Non era fragile. Era solo nel posto sbagliato.” Mi chiesi: quanta gente sta morendo in un vaso decorativo, con un sottovaso pieno di...

LA MAMMA E LA LUNA

Cinquant’anni dopo lo dico, tanto ormai ho l’età in cui certe cose si possono confessare senza che ti prendano per scemo. Avevo nove anni. Mia madre era ricoverata a Cagliari, in coma farmacologico dopo un’operazione complicata. Mio padre stava là, io ero rimasto dagli zii a Carloforte. La notte in cui successe, non dormivo da tre giorni. Mi alzai, scavalcai la finestra bassa e andai alla Caletta. Ero triste e non sapevo pregare, andai in spiaggia, come se il mare fosse un orecchio. Il cielo era nero e pulito, ma la luna non c’era. Alzai gli occhi e niente. Assenza precisa, quasi scortese. Camminai sulla sabbia fredda fino alla riva. E lì la vidi. Stava sulla battigia, appoggiata come una conchiglia gigante. La luna. Non il suo riflesso: proprio lei, scesa. Uno spicchio opalescente, leggermente inclinato, emanava una luce fioca, educata, come se chiedesse scusa di essere lì. Mi sembrava fragile e stanca. La toccai. Era tiepida, liscia, un po’ umida. La sabbia intorno brillava. Mi sedet...

AMORE ODIO ODIO AMORE

Secondo dei modelli durante il big bang si è creato simmetricamente al nostro universo un antiuniverso formato di antimateria. Come siamo sicuri che quello che noi chiamiamo materia non sia antimateria? Se avessimo scambiato i nomi da bambini, lo zucchero sarebbe amaro e il sale dolce. Nessuno se ne accorgerebbe. Continueremmo a metterlo nel caffè o nel sugo, a dire com’è buono. Il mondo non cambierebbe di un grammo. Solo la nostra lingua sarebbe un’altra. Materia e antimateria sono la stessa coppia di etichette. Dopo il botto iniziale erano pari, simmetriche, gemelle. Poi una ha prevalso sull’altra per una frazione di miliardesimo che ancora ci sfugge. Quella rimasta la chiamiamo materia perché è la stoffa delle nostre magliette, dei fegati, delle mani. Ma se a sopravvivere fosse stata l’altra?  Destra e sinistra: la destra è la mano dalla parte del fegato, la sinistra dal lato del cuore. Hai mai visto una targhetta su un elettrone con scritto ciao, sono materia? È solo burocrazia...

COM'È CAMBIATO IL MONDO DEL LAVORO (Cosa è migliorato? Quali garanzie? Quali possibilità?)

La confessione della mia amica Doriana Goracci non è un semplice ricordo aneddotico; è un reperto archeologico di una civiltà del lavoro che il capitalismo ha seppellito sotto le macerie della precarietà. La frase che mi ha colpito non è il dato tecnico della pensione a 57 anni, ma quella sensazione quasi di "vergogna" provata nel raccontare la propria uscita. In un sistema bacato che oggi santifica la fatica infinita e malpagata, chi ha beneficiato del residuo storico del compromesso keynesiano si sente quasi un ladro, un privilegiato immeritevole. Ciò che è cambiato è la natura stessa del patto sociale. Nel 1973, quando Doriana entrava alla Banca Commerciale Italiana, vigeva ancora l'idea che il lavoro fosse un percorso di accumulazione di diritti e non di mera sopravvivenza. La possibilità di scegliere il part-time non era, come lo è oggi, una trappola di sotto-occupazione e povertà pensionistica, ma uno strumento di conciliazione vitale in un quadro normativo rispetta...

BELLO MANGIARE QUALCOSA E NON QUALCUNO

Recentemente un mio amico mi ha criticato (in maniera ironica) per aver proposto ad un aperitivo salame e formaggio vegano (tra l'altro uno fatto da me con mandorle, anacardi ed erbette della mia campagna). Io più o meno gli ho risposto con una lista meravigliosa di Dissonanza Cognitiva. Perché chi ama contestare i nomi di un salame o in genere una carne veg, una bevanda, mozzarella o formaggio senza latte, un tiramisù, o una lasagna con besciamella veg, o una cotoletta vegetale o un arrosto vegetariano o di un burger, o della carbonara con seitan,   affermando che questi nomi sono impropri. A me sta bene, epperò, o tutti o nessuno: La colomba pasquale non vola. I frutti di mare non sono di frutta. Il salame di cioccolato non è un insaccato. Le uova di Pasqua sono di cioccolato. Le lingue di gatto sono biscotti che non hanno gatti né  lingue. Un motore non ha cavalli veri dentro. La lana di vetro non è lana. Gli spaghetti allo scoglio non hanno lo scoglio. La ...

PERCHE’? (Il suicidio, la maschera, il vuoto. C'era solo la stanchezza di dover essere sempre "qualcuno" per gli altri, e il terrore di rivelare di non essere "nessuno" per se stessi)

Una ragazza di ventitré anni ha detto ai genitori, arrivati apposta da lontano, che si sarebbe laureata. Peccato che non fosse iscritta all’università da due anni. Poche ore dopo l’annuncio, il corpo è stato trovato nell’abisso di una tromba delle scale. Non è la storia di una bugia. È la storia di una sopravvivenza, portata avanti fino all’ultimo respiro utile del Falso Io. Quella ragazza aveva costruito un personaggio così convincente, "solare e determinato" -come la descrivevano gli amici, i parenti- da incantare tutti. Era la figlia perfetta, la studentessa modello, quella che "la vita è tosta ma tu lo sei di più".  Questo era il suo Falso Io: una fortezza di cartapesta eretta per compiacere lo sguardo altrui, per difendere la famiglia dalla delusione e, soprattutto, per difendere se stessa dal giudizio. Ma dietro la maschera, cosa c'era? C'era il Vero Io, svuotato, impoverito, non iscritto a nessun esame da tempo. Un’identità segreta e fallimentare che ...

L’ULTIMO GESTO DI PROPRIETÀ (La cultura che trasforma l’omicida in una vittima della propria incapacità di gestire l’abbandono)

La butta giù, poi si butta lui. Mai il contrario. Patrizia, 54 anni. Luigi, 61. Un volo dal quinto piano. Due figli, venticinque anni di matrimonio, una separazione in corso. Subito scatta la ricerca dell’attenuante emotiva: “Era depresso?”, “Non ce la faceva a stare senza di lei?”. È il riflesso condizionato di una cultura che trasforma l’omicida in una vittima della propria incapacità di gestire l’abbandono.  Si può tentare di riconoscere la matrice culturale dietro l’orrore individuale. Qui non si muore d’amore. Si muore perché nella testa di certi uomini -a venti come a settant’anni- resiste l’idea tossica che il corpo e la vita di una donna siano un'estensione del proprio patrimonio. In questo copione di potere lui percepisce la decisione di lei di esistere altrove come un’insubordinazione ontologica.  La violenza privata è un pilastro del sistema pubblico. Fa paura perché questo signore non era un mostro conclamato con denunce alle spalle; era il vicino della ferramenta....

IL RIGETTO (Il problema è il rumore di fondo)

Dino guidava lungo il Muro Torto. Mani ferme sul volante. I lampioni sul parabrezza: lampo, buio, lampo, buio. Per anni aveva studiato il rigetto. Non come parola, ma come schema: riconoscere, attaccare, espellere. Fine. Aveva fatto lo stesso con tutto il resto. Persone comprese. Se qualcosa usciva dall’equilibrio, Dino si ritraeva. Se l’entropia saliva, tagliava. Aveva passato così tanto tempo a osservare corpi che accettano o rifiutano altri corpi, da rendere il proprio inabitabile. Sterile. Sicuro. «Il problema è il rumore di fondo», disse piano. Al lavoro lo eliminava. Dati puliti. Niente anomalie. A casa uguale. Discussioni: eliminate. Imprevisti: eliminati. Aveva trasformato tutto in qualcosa che tornasse. Non tornava niente. Aveva sempre pensato di lavorare per allungare la vita. Quella sera capì che sapeva solo misurarne la perdita. Accostò vicino a un chiosco chiuso. Neon intermittente. Il telefono in mano, aprì la rubrica. Nomi, titoli, reparti. Poi uno senza niente accanto. ...

DOVE ABBIAMO LASCIATO IL CUORE? (Dobbiamo essere tutti guardiani del parco)

Un ramo. Un giovane alberello vestito di foglie. Accanto, tre bambini di circa otto anni. Saltavano. Ridevano forte, un riso di rabbia. Volevano spezzarlo. Per gioco. Per noia. Mi sono avvicinato: “Fermatevi, l’albero si fa male”.  Si sono bloccati un istante.  Poi è arrivata la madre:  “E lei chi è? Il guardiano del parco? Il parco è di tutti, i bambini giocano!”.  Ha detto così. E i bambini, rianimati, hanno ripreso a saltare. Mi sono messo davanti al ramo, fisicamente. La madre all’amica: “Perché la gente non si fa gli affari suoi?”. No, signora. Non è un affare suo. È un affare di tutti. Questa Terra non è un supermercato dove entri, consumi e butti. È la casa. E la casa, quando la rompi, ti cade addosso. Quei bambini non odiano l’albero. L’hanno dimenticato. Non sanno che sotto la corteccia c’è linfa che sale, che quel ramo in primavera avrebbe fatto fiori, che un uccello ci avrebbe fatto il nido. Nessuno ha mai detto loro: “Tocca con cura, respira la foglia, ch...

NON ERA BACH (Ma che importa?)

Ho parlato con l’organista stamattina. Gli ho chiesto se quel brano fosse di Bach. Lui ha sorriso e mi ha detto che no, non è Bach. O meglio: lo è, se serve dirlo, ma in realtà lo inventa lui. Mi ha raccontato che viene qui ogni mattina, quando la chiesa è ancora mezza vuota. Si siede all’organo e lascia andare le mani, senza programma, senza partitura, come se la musica gli passasse attraverso invece di uscire da lui. Al prete, per quieto vivere, dice che è Bach. Il prete annuisce, rassicurato dall’ordine delle cose, e questo basta a tutti. Ma la verità è che non è Bach. È qualcosa di vivo, che accade lì per lì e poi sparisce. Io l’ho guardato mentre parlava, e c’era una felicità semplice nel suo modo di stare al mondo, come se avesse trovato un accordo segreto tra quello che è e quello che fa. E senza accorgermene, mi sono sentito felice anch’io, come quando riconosci una libertà possibile e, per un attimo, ti sembra anche tua. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 4/26...

KURT (Hello, hello, hello, how low)

Sono solo in questa stanza. Mi ronzano in testa vespe impazzite. Prendo farmaci per spegnere scintille. La felicità fa paura. Quando arriva, sembra una visita di controllo. Aspetti che se ne vada, che torni il solito buio. Ho detto a mia madre che sono tanto felice. Le bugie a volte tengono in piedi i muri. Mi serve un martello per sbriciolare i pensieri. Oppure la pilloletta per non cadere nel baratro. Siamo malati di attesa. Aspettiamo che qualcosa o qualcuno ci salvi. La salvezza è un miraggio. Quello che resta è il tentativo di mettere un piede davanti all’altro mentre dentro hai un uragano. La rabbia è onesta, la depressione è stanca. La pilloletta ti rende un robottino ma almeno non sanguini più. Ti fa dire “grazie” anche se vorresti spaccare tutto. L'inferno è il dolore accompagnato dalla sua anestesia. Quel sorriso finto che metti alla mattina mentre in gola hai un nodo scorsoio. Il dolore va guardato senza chiamarlo per nome: allora saremo la stessa cosa, e libero sarò. (A...

IL PLATANO COMUNE

Hai visto la Torre Eiffel? Un gigante di pizzo metallico che trafigge il cielo di Parigi.  Ma io voglio mostrare un’altra cosa. Un platano comune.  Piantato lì, al Campo di Marte, nell’anno 1814. Napoleone era appena caduto, e quel seme già sapeva cosa significa aspettare. La Torre arrivò settantacinque anni dopo, con i suoi 300 metri e le sue luci che lampeggiano la notte.  Il platano, intanto, stava lì. Senza fare rumore. Allargando le radici sotto il selciato, stendendo i rami come braccia che non hanno fretta. Nella foto si vedono tutti e due. Lui, il platano, massiccio, rugoso, vivo.  Lei, la Torre, lontana, sottile, sullo sfondo.  Il vero monumento è quello che respira. La Torre Eiffel è bella come un gioiello. Il platano è bello come un respiro.  È più vecchio, più forte, più vero. Non ha bisogno di ascensori per toccare il cielo.  Lo tocca da solo, con le foglie che parlano al vento. Guardare un albero e capire che senza di lui ogni ...

L'ENERGIA SESSUALE (Laboratorio Mip 2024 e Racconto conclusivo)

L'energia sessuale,  forza vitale complessa e stratificata, si manifesta in modo intricato all'interno delle dinamiche di coppia, diventando un vero e proprio strumento di potere, influenzando desideri e comportamenti in modo più o meno inconsapevole.  Il potere agisca sulla libido e sul comportamento sessuale, e, in alcuni casi, l'intimità fisica può paradossalmente generare allontanamento anziché unione.  La percezione di potere (maggiore o minore) all'interno di una relazione di coppia può intensificare il desiderio per partner alternativi e influenzare l'energia sessuale che si è disposti a investire nella coppia.  Ciò che determina questa dinamica non è solo il potere in sé, ma la sensazione di avere un "valore di partner" superiore rispetto alla persona con cui si sta, che porta l'individuo a dare priorità ai propri bisogni, anche a scapito dell'altro.  Un partner può non avere motivazione o energia sessuale per il partner abituale, ma sentir...

IL SILENZIO DEL LUPO ASTOLFO (Perché il silenzio ti fa diventare invisibile)

Nel Bosco dei Pini Argentati, dove la luna sembra un cucchiaio d'argento e le stelle sono briciole di pane gettate lassù per i piccoli orsi affamati, viveva il lupo Astolfo. Gli altri lupi del branco amavano ululare forte e rotolarsi insieme nel fango. Ma Astolfo amava il silenzio. Quel silenzio profumato di muschio e foglie bagnate, che sembra una coperta di piume quando la notte ti avvolge.  Si sedeva su una roccia, con le zampe incrociate, e ascoltava il silenzio.  Che poi non era poi così silenzioso. C'erano i fruscii dei ricci che si giravano nel letto di foglie, il respiro del vento tra i rami, e ogni tanto il battito del cuore di una farfalla che sognava di volare. Un giorno arrivarono uomini con fucili lunghi e il cuore corto. Per loro il bosco era una cosa da comandare.  Astolfo scappò tra i cespugli di more, scappò tra i lamponi che sembravano piccole gocce di sangue, scappò più veloce del vento. Senza fare rumore. Perché il silenzio ti fa diventare invisibile. ...

GRIGIO, POI FUORI (Un amore tossico. Pennarelli, pioggia, la stanza delle maestre)

L’odore dei pennarelli e della pioggia sulle giacche appese. Fuori, il cortile della scuola è un rettangolo grigio. Lei è seduta alla cattedra, le mani ferme sulla superficie liscia del legno. Il telefono vibra. Numero sconosciuto. Lo sa, però. È sempre lei. Risponde. La voce dell’altra è calda, professionale, la voce di una collega che chiede del programma di scienze. Poi, a metà frase, scivola. “L’altra sera, in pista. Sono passata lì vicino apposta. Per farmi notare. E per vederti.” Silenzio. L’eco lontano di un pallone che batte contro il muro. Una chiamata come tante, pensa. Le loro chiamate. Fatte di stuzzichi, di domande che non aspettano risposta, di un filo che si tende fino a diventare tagliente. Poi, il clic. L’altra la blocca. Di nuovo. Ora l’aula è immobile. Lei guarda lo schermo nero. “Perché devi fare sempre così?” lo scrive nel blocco note del telefono, perché non c’è altro posto. “Mi chiami, scombussoli tutto. Per te è una semplice chiamata. Parlare ‘normalmente’, ...

UN COLTELLO PER RISOLVERE TUTTO (Quando il limite arriva -un voto basso, una regola, na nota, un semplice “no”- non viene tollerato, ma vissuto come un’ingiustizia personale)

Il gesto del tredicenne non nasce nel vuoto. È un cortocircuito preparato nel tempo, la violenza nasce dall’incapacità di reggere la frustrazione. Adolescenti iperstimolati e fragili, pieni di diritti dichiarati e poveri di strumenti per sostenerli (a parte i social e lo smartphone per filmare in diretta l’attacco).  “Tutto e subito” è diventato un orizzonte. Quando il limite arriva -un voto basso, una regola, na nota, un semplice “no”- non viene tollerato, ma vissuto come un’ingiustizia personale (il ragazzo aveva preso una nota).  L’ingiustizia non elaborata si trasforma in aggressività. Gli adulti, spesso incapaci di incarnare un’autorità credibile, negoziano tutto (“10 diritti in cambio di mezzo dovere”, insegnanti delegittimati, adulti che cercano consenso più che rispetto. E il rispetto, quando non è costruito, non si impone.  Dentro questo vuoto si infilano il bullismo, la competizione sociale, l’ansia da prestazione. Un sistema che ha smesso di insegnare la fatica...