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Visualizzazione dei post da marzo, 2026

GRIGIO, POI FUORI (Un amore tossico. Pennarelli, pioggia, la stanza delle maestre)

L’odore dei pennarelli e della pioggia sulle giacche appese. Fuori, il cortile della scuola è un rettangolo grigio. Lei è seduta alla cattedra, le mani ferme sulla superficie liscia del legno. Il telefono vibra. Numero sconosciuto. Lo sa, però. È sempre lei. Risponde. La voce dell’altra è calda, professionale, la voce di una collega che chiede del programma di scienze. Poi, a metà frase, scivola. “L’altra sera, in pista. Sono passata lì vicino apposta. Per farmi notare. E per vederti.” Silenzio. L’eco lontano di un pallone che batte contro il muro. Una chiamata come tante, pensa. Le loro chiamate. Fatte di stuzzichi, di domande che non aspettano risposta, di un filo che si tende fino a diventare tagliente. Poi, il clic. L’altra la blocca. Di nuovo. Ora l’aula è immobile. Lei guarda lo schermo nero. “Perché devi fare sempre così?” lo scrive nel blocco note del telefono, perché non c’è altro posto. “Mi chiami, scombussoli tutto. Per te è una semplice chiamata. Parlare ‘normalmente’, ...

UN COLTELLO PER RISOLVERE TUTTO (Quando il limite arriva -un voto basso, una regola, na nota, un semplice “no”- non viene tollerato, ma vissuto come un’ingiustizia personale)

Il gesto del tredicenne non nasce nel vuoto. È un cortocircuito preparato nel tempo, la violenza nasce dall’incapacità di reggere la frustrazione. Adolescenti iperstimolati e fragili, pieni di diritti dichiarati e poveri di strumenti per sostenerli (a parte i social e lo smartphone per filmare in diretta l’attacco).  “Tutto e subito” è diventato un orizzonte. Quando il limite arriva -un voto basso, una regola, na nota, un semplice “no”- non viene tollerato, ma vissuto come un’ingiustizia personale (il ragazzo aveva preso una nota).  L’ingiustizia non elaborata si trasforma in aggressività. Gli adulti, spesso incapaci di incarnare un’autorità credibile, negoziano tutto (“10 diritti in cambio di mezzo dovere”, insegnanti delegittimati, adulti che cercano consenso più che rispetto. E il rispetto, quando non è costruito, non si impone.  Dentro questo vuoto si infilano il bullismo, la competizione sociale, l’ansia da prestazione. Un sistema che ha smesso di insegnare la fatica...

IL DEMOLITORE DI CASE

Giovanni ha imparato a parlare con il silenzio attraverso il frastuono più assordante. Mani nodose, abituate a stringere. Da dieci anni stringe la stessa cosa: martello pneumatico. Oggi è un Bosch  gsh 27. Un gioiello di tecnologia, dicono i cataloghi; per lui è solo un prolungamento del braccio che vibra fino a scuotergli i denti. Il suo mestiere è la sottrazione. Dove c’è una stanza, lui crea un vuoto. Dove c’è un ricordo, lui lascia una pila di calcinacci. È un lavoro pulito nella sua spietatezza. Alle otto del mattino, indossa le cuffie, e il mondo finisce. Il ronzio del martello pneumatico è un muro di cemento che lo separa dagli altri. Vede i colleghi muoversi come pesci in un acquario di polvere bianca. Sergej sposta i detriti, Oleg manovra la carrucola. Si guardano, ogni tanto. Uno sguardo breve serve a dire: "Sono ancora qui". Non serve altro. Le parole, in quel cantiere, sono diventate un lusso inutile, un rumore bianco che nessuno può permettersi di ascoltare. ...

ALCUNI AMORI SONO CONTRATTI FIRMATI CON LE NOSTRE FERITE (Il ciclo infernale: idealizzazione, svalutazione. Marta si sentiva potente nel ritirare l’affetto. Giulia impazziva, confermando a Marta che era davvero “instabile”)

E già, sembrava la storia perfetta. Quella che racconti agli amici e ti senti invidiare. Marta, amava la luce riflessa di Giulia. Giulia aveva trovato il suo porto: una donna forte, decisa. Un Incastro, appunto. Alcuni amori sono contratti firmati con le nostre ferite La richiesta di Giulia,“stringimi, non andare” divenne per Marta un assedio. Il distacco di Marta, “non soffocarmi” fu per Giulia un abisso. Il ciclo infernale: idealizzazione, svalutazione. Scatti, silenzi. Marta si sentiva potente nel ritirare l’affetto. Giulia impazziva, confermando a Marta che era davvero “instabile”. Anche questo è amore? Restare, non per tenerezza, ma per la dipendenza dalla droga del “forse”. Una cerca lo specchio; l’altra cerca la madre che non l’ha mai trattenuta. Il “ti amo” significa “ho bisogno di te per non crollare”. Uscirne? Imparare a stare sole. Quando smetti di cercare nell’altro il pezzo che ti manca, scopri di essere già intera. Ma loro, stasera, sono ancora lì. Sul filo del...

QUANDO TUTTO CIÒ CHE CREDEVI SOLIDO DIVENTA SABBIA: LA SOFFERENZA TOGLIE L'INCANTESIMO (il fatto che tu abbia dato tanto a chi poi ti ha voltato le spalle non è una fessaggine)

Esisterà mai una mappa precisa delle persone intorno? Sai qual è il problema delle mappe? Che le guardi solo quando ti sei perso. Finché tutto va bene, la mappa sta lì, nel cassetto, e tu pensi “tanto so dove andare”. Poi arriva la tempesta, e tiri fuori quel foglio sgualcito e scopri che alcune strade che credevi sicure, in realtà portavano dritte al burrone.  E ti viene una rabbia epperò, passata la rabbia, ti accorgi di una cosa: quelle persone che “non ti hanno dato niente” e ora ti stanno accanto, le vedi come piccole luci in mezzo al deserto. E non te le aspettavi. La vita ti toglie i gioielli di famiglia, ma poi te li fa ritrovare sotto forma di persone che ti fanno venire “i lucciconi allo stomaco”. Ricambierai con la tua presenza e disponibilità. Il fatto che tu abbia dato tanto a chi poi ti ha voltato le spalle non è una fessaggine. È una testimonianza di come sei fatta tu. E se loro non l’hanno capito, il problema è loro, non il tuo gesto. Non è solo tracciare una ma...

DUE SPECCHI VUOTI

Tu non ti fidi di me. Lo vedo dal modo   in cui scagli le parole,   dai comportamenti spietati,   senza spiegazioni. Ma non sarà mai   quanto io non mi fido di te   (lo so, pensi lo stesso). La mia sfiducia è nuova,   senza cicatrice ancora. È un pozzo che ho ereditato   senza saperlo   (se solo avessi saputo). È un muro che ho costruito   con le tue stesse pietre. La tua sfiducia è antica,   pieno di crepe è il pozzo arido   (quando sapesti). E il muro crollò   con le mie stesse pietre. Così stiamo. Due sentinelle   che si guardano   dalla parte sbagliata   della stessa porta. Ogni gesto è un negoziato.   Ogni silenzio, un’arma.   Ogni “come stai”,   un campo minato. L’eroismo è solo un’altra trappola: “Guarda, mi fido”,   e intanto si conta   quanto l’altro esiti. Forse l’equilibrio ...

DUE SPECCHI VUOTI

Tu non ti fidi di me. Lo vedo dal modo in cui scagli le parole, dai comportamenti spietati, senza spiegazioni. Ma non sarà mai quanto io non mi fido di te (lo so, pensi lo stesso). La mia sfiducia è nuova, senza cicatrice ancora. È un pozzo che ho ereditato senza saperlo (se solo avessi saputo). È un muro che ho costruito con le tue stesse pietre. La tua sfiducia è antica, pieno di crepe è il pozzo arido (quando sapesti). E il muro crollò con le mie stesse pietre. Così stiamo. Due sentinelle che si guardano dalla parte sbagliata della stessa porta. Ogni gesto è un negoziato. Ogni silenzio, un’arma. Ogni “come stai”, un campo minato. L’eroismo è solo un’altra trappola: “Guarda, mi fido”, e intanto si conta quanto l’altro esiti. Forse l’equilibrio sta nel movimento. Andando via da soli si impara la pace. Insieme, si ha la possibilità di non scappare quando la pace trema. Chi dei due smetterà per primo i panni della diffidenza che indossa per paura? C’è un istan...

IL LABIRINTO (Siamo labirinti complessi, pieni di loop. Arrivi a un bivio già visto, a una scelta già fatta. Quando si torna al loop bisogna necessariamente cambiare strada, una strada che talvolta destabilizza la mente)

All’inizio credi di essere all’ingresso. Scegli una parete, ci appoggi la mano. È la regola, l’algoritmo. Vai avanti, e il mondo diventa un susseguirsi di svolte a destra. Ma non sempre si parte dall’ingresso, spesso ti ci trovi dentro senza saperlo. È quello che è successo a me. Credevo di iniziare un viaggio, invece ero già prigioniero. Procedo. Mano sul muro. È un amore, questo? Questo camminare obbediente toccando il confine, convinto che porti all’uscita? Forse sì.  Allora l’amore è una promessa di salvezza, una parete rassicurante da non lasciare mai. Poi il muro finisce. Il vuoto. Una fossa. Se a un certo punto, tenendo la mano sulla parete, ti ritrovi davanti a una fossa, devi necessariamente staccare la mano.  La regola infranta. La certezza tradisce. Ci sono labirinti semplici, quelli senza isole, senza vuoti. Quelli in cui ami e basta, e trovi pace. Ma noi siamo labirinti complessi, pieni di loop. Arrivi a un bivio già visto, a una scelta già fatta. Quando si torna ...

DEI E FALSI PROFETI (Memorie di un adolescente)

Il mondo che ci circonda è un mosaico di innumerevoli credenze, un panorama sterminato di fedi e di divinità. Si contano a migliaia, forse di più. Ognuno possiede la sua verità, il suo dio, il suo testo sacro. E in questo possesso, c'è la radice del conflitto. Ognuno è convinto che la propria credenza sia superiore, l'unica via, l'unica luce, mentre tutte le altre sono tenebre o, peggio, eresie. Questa è la follia dell'uomo. Migliaia di voci che gridano in cori diversi, ognuna proclamando di possedere la melodia assoluta.  Immaginiamo un mondo in cui queste fedi, così profonde e personali, rimangano un fatto privato. Come l'amore per un colore, come il piacere per un certo sapore. Qualcosa che vive nel cuore dell'individuo, che lo ispira, che lo conforta, ma che non si riversa nelle piazze per dettare legge, per imporre costumi, per limitare la mente altrui. Che spazio, che libertà respirerebbe la società! Le decisioni collettive sarebbero prese non in nome di ...

LA CANDELA DI MIO NONNO

Verso la fine di ottobre nonno arrivò dall'Albania. Mia madre aveva preparato la stanza vicino alla cucina, quella con il letto di ferro e la finestra che dava sul cortile dei vicini, ma lui non la usò mai. Dormiva sul divano, in salotto, come se volesse stare al centro della casa, come se avesse paura di perdersi qualcosa. I primi giorni erano stati difficili. Si alzava alle cinque, quando ancora non era giorno, e camminava avanti e indietro con le pantofole consumate. A mio padre sembrava un animale in gabbia, e in effetti era così. Andava alla finestra, guardava fuori, tornava indietro. Toccava un mobile, lo ritoccava; lo stesso faceva con le sedie: le spostava nervosamente da una parte all'altra del tavolo. Si sedeva, si rialzava. Non c'era verso di farlo stare fermo. Poi verso la fine di novembre, accadde qualcosa. Era saltata la luce per un paio d'ore e mia madre aveva messo delle candele sui mobili. Quando la corrente tornò, lei le spense tutte, ma il nonno ne...

L'INCONSCIO

"L'inconscio è quella cosa che capisci tutto quando sale su." (M. Thompson Nati, 1970) #mthompsonnati #memoriediunamore #MIPLab #stephenstadif

IL SUONO DELL’APPLAUSO DI UNA SOLA MANO

Cercavo il suono dell’applauso di una sola mano. Lo cercavo da quel pomeriggio, da quando avevo chiuso la porta della stanza e mi ero seduta, con una certa goffaggine, su un cuscino. La consegna del maestro era stata semplice: ascolta. Ma per me, che ho un braccio solo, ascoltare è sempre stata una cosa semplice. I guai cominciano quando si tratta di fare. Tipo allacciarsi le scarpe. O aprire un barattolo. O, per l’appunto, applaudire. Il maestro, con la sua tunica color zafferano e quell’aria perennemente seccata, doveva aver visto qualcosa di patetico nel mio tentativo di battere le mani l’anno prima, a una sua conferenza. Avevo fatto un rumorino sordo, come un colpo di tosse soffocato. “Tu,” mi aveva detto poi, “devi trovare il suono di una mano sola. È il tuo koan.” All’inizio, il silenzio non era silenzio. Era un pandemonio. Il brontolio del mio stomaco. Il ticchettio dell’orologio di mio padre sul comodino. Il rombo di una moto, probabilmente la stessa che passava ogni pomeriggio...