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LA VITA NON È RAGIONEVOLE (come la fisica quantistica: appena cerchi di darle un senso, ti sfugge)

La fisica quantistica. Si parla di cose che se non le guardi sono in un posto e in un altro, come quando cerchi le chiavi di casa. Finché non le cerchi stanno lì, nel cassetto e in cucina, o in mezzo ai cuscini del divano. Poi appena le cerchi, puff, sono solo in un posto. E di solito è quello sbagliato.

Per alcuni fisici la coscienza è una proprietà fondamentale, come la carica elettrica. Irriducibile, appunto. 

Faggin, ad esempio, afferma che il libero arbitrio è un postulato. Cioè, una di quelle cose che devi dare per scontate. Non c'è motivo, è così. Io a volte non riesco a decidere se prendere il gelato alla crema o al cioccolato. E lui dice che è una proprietà fondamentale dell'universo. Sarà. Ma allora l'universo è indeciso quanto me.

La cosa che mi piace di più è quando parla dell'amore. Dice che tutto è fatto d'amore. Questa mi riconcilia con la fisica. Perché se un protone e un elettrone si attraggono, non sarà mica solo una questione di carica? Forse è un abbraccio. Forse è amore anche lì, a livello quantistico.

E allora magari anche quando sbaglio, quando faccio un pasticcio, è solo un modo sbagliato di amare le cose.

Io penso che la ragionevolezza sia sopravvalutata. La vita non è ragionevole. È come la fisica quantistica: appena cerchi di darle un senso, ti sfugge.

Magari il senso della vita non è capire, ma sentire. Sentire che, anche se non capisci un tubo di fisica, quando vedi il mare o quando qualcuno ti sorride, lì c'è qualcosa. Qualcosa di irriducibile.

Forse la coscienza non si riduce ai neuroni ma a me sembra la stessa vecchia storia, raccontata con parole nuove. La storia di un uomo che si sveglia la notte, al buio, e sente di essere più di un semplice mucchio di carne.

Perché quella sensazione, quella soggettività di cui si parla, io l'ho vista negli occhi di alcune persone, quando ci si capisce, quando si entra in sintonia con l'anima dell'altro.

È ragionevole? Per la mia esperienza, sì, lo è quanto l'odore di pioggia sulle strade di Torino.

L'uomo è un animale che soffre, che ama, che si guarda allo specchio e non si riconosce.

Se la fisica quantistica gli offre un modo per dire che quel mistero non è un semplice errore di calcolo, perché negarglielo?

La vita è fatta di zone d'ombra. E Faggin, con tutta la sua scienza, sta cercando di disegnare una mappa di quelle ombre.

La vita non è al sicuro, non è ragionevole. È un fiume in piena.

La coscienza è "irriducibile"?

Prendi un elettrone. Dagli un nome: chiamalo Elettrone Libero. Immagina che non sia solo una particella, ma un ometto piccolissimo, con tanto di cappello e ombrello, che vive in un mondo di possibilità. Finché nessuno lo guarda, lui può stare in due posti contemporaneamente, come quando giochi a nascondino e sei nascosto e insieme cerchi.

Poi, arriva uno scienziato con un grosso microscopio e puf!, l'ometto deve scegliere una sedia sola e starsene fermo.

La coscienza, secondo Faggin, è un po' come quel gioco. Non è qualcosa che emerge dal gioco, ma è il gioco stesso che permette di giocare. È la regola segreta che dice: "Ehi, tu, ometto, puoi anche essere in due posti, ma c'è qualcuno che può vedere il tuo nascondiglio!".

È ragionevole? Ma certo che no! È molto di più: è una favola scientifica bellissima. E le favole sono sempre ragionevoli, per la fantasia. Ci permettono di vedere il mondo con occhi nuovi.

Se un bambino ti chiede "Dove va la mia coscienza quando sogno?", tu puoi rispondere con la storia di Faggin: "Va a fare un giro nel paese delle possibilità, dove le cose sono e non sono, come il gatto di Schrödinger, che è vivo e morto e non sa decidersi a fare colazione".

E poi c'è un'altra storia, che non è una favola, anche se comincia allo stesso modo, con la nebbia delle possibilità. È la storia di un uomo che aspetta davanti alla porta chiusa di una stanza. Per settimane, ha raccolto gli indizi. Uno scontrino in tasca che non era il loro bar. Il profumo sul cuscino e sulla camicetta, le assenze, le scuse che non reggevano, gli occhi di lei che, quando tornava, sembravano guardare un punto oltre la sua spalla. Lui li aveva visti tutti, quei segni. Li aveva messi in fila. E la logica gli diceva: "Ecco, questa è la verità".

Ma la coscienza, quella di cui parla Faggin, quella che non si riduce ai neuroni, quella faceva un'altra cosa. Teneva la verità a mezz'aria, in uno stato di sospensione. Come l'elettrone di prima. Lui lo sapeva, e insieme non lo sapeva. Era un dolore senza forma, un peso sullo stomaco, ma non era ancora dolore. Era la possibilità che fosse vero e la possibilità che non lo fosse, sovrapposte. Finché non la guardi, la realtà è lì che ondeggia, gentile, quasi umana.

Poi, una sera, lui è lì, in piedi in cucina. Fuori c'è la pioggia, una di quelle piogge che sembrano lavare solo lo sporco in superficie. Lei è seduta, con la tazza di tè tra le mani, e non lo guarda. Lui sente che se non fa la domanda, quella cosa lì, quella nebbia, potrebbe durare per sempre. Potrebbe essere una specie di vita.

E allora la fa. Le sue stesse labbra articolano le parole, ma gli sembra di sentirle da fuori, come se a parlare fosse un altro. "Hai scopato con lui?".

Lei non risponde subito. Il tempo, in quel silenzio, diventa una cosa elastica, una gomma che si allunga. Lui vede il riflesso della lampada nella finestra, una goccia che scorre lenta sul vetro. Poi lei alza la testa, lo guarda, e fa un piccolo cenno col mento. Un movimento secco. E dice: "Sì".

Ecco. In quel monosillabo, l'onda collassa. Tutte le possibilità che per settimane avevano danzato intorno a lui, tenendolo in vita, svaniscono in un punto solo. Lui lo sapeva. Aveva tutti i pezzi del puzzle. Eppure, in quel momento, è come se lo scoprisse per la prima volta. È come un pugno allo stomaco che arriva quando già sei girato. Il dolore non è nella scoperta, è nella cessazione del dubbio. La realtà è diventata vera. E lui, adesso, è solo in cucina, con una verità così solida che gli taglia il respiro, e quella goccia che continua a scorrere, lentissima, sul vetro della finestra.

Insomma, secondo me non dobbiamo preoccuparci troppo della ragionevolezza scientifica. Se scatta nella testa una scintilla che ti fa vedere il riflesso della luna in una goccia di pioggia.
Se pensi "Chissà se anche lì dentro c'è un universo di possibilità...", ecco che si è accesa la coscienza. E questo è l'unico esperimento che conta davvero.

(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 2/26. Art by Stephen Stadif)

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