Come se fosse semplice dirsi adesso mi alzo e lascio andare.
Mio figlio di 6 anni mi ha detto che se lascia andare qualcosa, tipo un piatto, quello si rompe.
Forse possiamo lasciare il nostro io, e poi dove va? C'è chi dice che dobbiamo liberarcene. Ma io all’io ci sono affezionato. Ci ho fatto l’abitudine. La mattina, quando mi sveglio, l’io è lì che mi dice: quanto sei brutto! Che gli devo dire? Ha ragione, ma è il mio.
Il problema è che noi stiamo sempre a pensare a cosa siamo, a cosa vogliamo.
Si può stare al mondo senza un perché? Shhh, è un segreto. Come i gatti. I gatti mica stanno lì a chiedersi: 'Ma io chi sono? Un persiano o un soriano?'. Loro fanno le fusa (o i dispetti) e basta.
Ecco, io vorrei essere così. Senza scopo, senza direzione. Lasciare andare l’io, va bene, ma se poi ho freddo, chi me l’accende la stufa?
L’universo è distratto, non ci pensa. Allora, con calma. Cominciamo a lasciare andare le scarpe quando siamo a letto. Poi si vede.
A Torino ho incontrato, per pochi minuti di vita, Florian, un uomo gentile. Era lì, alla stazione, un bellissimo sorriso e gli occhi fissi sul vuoto. Fa il verniciatore industriale, soffre ai polmoni, la sera quando torna a casa vuole solo dormire, dice che siamo “robottini” e che voleva ricominciare tutto in Italia e invece il passato è tornato pure qui.
Lasciare andare. Lasciare che il silenzio faccia la sua parte.
Ho capito che Florian non era lì per parlare del meteo. Guardava la metro e ha detto: vedi? Hanno messo le barriere di vetro sui binari, così la gente non scivola via per sbaglio incontro ai treni.
E poi ha detto: ci sono esseri che si aggrappano alla vita con le unghie, e quelli che invece si lasciano andare, come foglie, nel fiume. In lui ho visto la paura.
Si può lasciare andare il proprio passato?
Il passato è come una casa. Si può anche andare via, ma le stanze restano. Si può decidere di non abitarci più, di non spolverare i mobili. Ma le stanze sono lì. Qualcuno, a volte, ci torna per chiudere una finestra che sbatte chiusa male.
Mi chiedo se Florian troverà la forza di non lasciarsi andare del tutto, o se una notte, si lascerà andare.
C'è modo e modo di lasciarsi andare.
La vita è un'indagine senza fine. E il colpevole, talvolta, siamo noi stessi.
Mio figlio ha un libro bello, una favola colorata. C'era una volta un IO che viveva in una casa tutta per sé.
L'IO aveva un letto solo per sé, una sedia solo per sé e un piatto di minestra solo per sé.
La minestra, però, era sempre la stessa: brodino e pastina. E l'IO si annoiava.
Un giorno, alla sua porta, bussò un TU.
“Chi è?”, chiese l'IO.
“Sono il TU. Posso entrare?”
“No, perché poi la minestra tocca dividerla.”
Il TU se ne andò. Poi arrivò un LORO, in comitiva.
“Chi siete?”
“Siamo i LORO. Possiamo giocare con te?”
“No, perché poi la sedia è una sola.”
E i LORO se ne andarono a giocare in piazza.
L'IO rimase solo con la sua minestra e la sua sedia. Ma la minestra era fredda, e la sedia era scomoda.
Allora l'IO guardò fuori dalla finestra e vide il TU che camminava da solo, e i LORO che giocavano e ridevano.
L'IO aprì la finestra e gridò: “Ehi, venite! Ho trovato un'altra sedia in cantina! E la minestra, se la scaldiamo, forse basta per tutti!”
Così l'IO, il TU e i LORO mangiarono la minestra (allungata con un po' d'acqua) e giocarono tutta la sera (era un giorno di festa e il giorno dopo non bisognava andare a scuola).
L'IO si era un po' rimpicciolito, per far spazio agli altri, ma la casa era diventata più grande. Era nato un NOI.
E da quel giorno, l'IO capì che lasciare andare non significa perdere qualcosa, ma fare un po' di posto per far entrare il mondo.
Florian, con le sue mani spesse da operaio, sfoglia un libretto. Lui non lo sa, ma sta cercando di dissolversi.
Forse perché fuori c'è una nebbia che sembra fatta apposta per smussare gli spigoli dei pensieri.
Lasciare andare. Sembra facile, come ordinare un bicchiere di birra.
Invece è come suonare il piano con i guanti. Le note escono, ma non si sente niente, solo un tonfo sordo.
Lui guarda la sua mano, quella che ha verniciato centinaia di macchine, e pensa ai falsi doveri.
Ai doveri veri, che sono quelli di restare in piedi nonostante il vento.
Pensa a una donna, forse, a un amore finito.
A come si lascia andare una mano quando ormai è fredda.
A come si fa a lasciare andare il proprio destino, se il destino è come una vecchia canzone che ti porti appresso e che fischietti sempre, anche quando vorresti fischiare altro.
Florian sospira, paga il caffè e se ne va.
Ci abbracciamo.
Fuori, la nebbia lo inghiotte.
E mentre sparisce, per un attimo, non c'è più né verniciatore né uomo.
C'è solo un’essenza che cammina, in un silenzio pieno di rumori lontani.
L'io è un confine, una linea tracciata sulla sabbia dal dito di un bambino che gioca. Poi arriva l'onda -la meditazione, l’amore, il dolore- e la cancella. E ciò che resta non è più la linea, ma la sabbia. Immensa, calda, viva.
Una vita senza scopo? Ma attenzione: non è la rinuncia all'azione, è l'azione senza l'attore. È come il movimento delle stagioni, che trasformano il paesaggio senza chiedere un perché. È il canto di un usignolo che non sa di essere musica.
Lasciare andare il passato, come scendere da un treno. Alle volte si scopre che la stazione dove si è scesi è più bella di quella da cui si era partiti. Perché non è un luogo geografico, ma uno stato interiore.
Il destino è un terreno da coltivare. O un giardino fatto di sassi e silenzio, dove la mente si perde per ritrovarsi altrove, in una dimensione dove il confine tra il sé e il mondo si assottiglia fino a sparire. E in quel dissolversi si è senza peso, senza tempo. Luce che guarda la luce. Ho visto un gatto guidare il treno.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 2/26. Art by Stephen Stadif)
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