LO SCHEMA PONZI DEI RIMORSI E DEI RIMPIANTI (La banca dei sensi di colpa. Perché questa piramide l'abbiamo costruita noi e facciamo una cosa assurda: usiamo il tempo presente, che è l'unica cosa vera che abbiamo, per fare la fila alla cassa e pagare bollette scadute da vent'anni)
Lo schema Ponzi è una truffa finanziaria. Uno ti promette guadagni favolosi. Tu ci metti i soldi tuoi. E i primi guadagni, chi te li dà? I soldi degli altri che arrivano dopo. E così via. Una piramide. Finché non ci sono più nuovi soldi, e tutto cade.
La nostra testa, il nostro cuore, funzionano talvolta così, coi sensi di colpa.
All'inizio, quando sei giovane, investi. Investi in un'idea della vita. "Devo fare così, devo essere così, devo piacere, devo riuscire, devo accontentare." Questo è il capitale iniziale. I primi soldi che metti.
Poi arriva il primo rimpianto. "Potevo dire di sì a quella persona, e invece ho detto no." "Potevo studiare quella cosa, e ho studiato questa." Il primo senso di colpa vero. "Ho fatto soffrire mia madre per quella frase." Ecco.
E come fai a pagare questo debito, questo dolore? Con che moneta? Ci provi, investi di più.
"Da domani mi comporto bene. Da domani faccio tutto giusto." Speri che i "guadagni" di un futuro comportamento coprano le "perdite" del passato.
Ma non bastano mai.
Allora, attiri altro capitale. Chiami in causa altri ricordi, altri momenti.
Ti dici: "No, quel rimpianto di quando avevo vent'anni è niente, guarda cosa ho combinato a trenta!".
Ammetti un senso di colpa più grosso, per coprire il primo. Come in uno schema Ponzi, devi continuamente trovare nuova "linfa" di dolore per sostenere l'edificio di quello vecchio. I nuovi rimorsi (o rimpianti) servono a giustificare, a pagare gli interessi su quelli vecchi.
La piramide cresce. A quarant'anni vivi per pagare i debiti emotivi dei venti, a sessanta quelli dei quaranta. E sei sempre in ritardo. Sempre insolvente.
E il senso della vita, in questo schema, diventa una strana, estenuante amministrazione del fallimento.
Sei il contabile di te stesso. Conti le mancanze, le assenze, le cose che non hai detto a tuo padre prima che se ne andasse, l'amore che non hai dato, il lavoro che non hai avuto il coraggio di fare.
E fai una cosa assurda: usi il tempo presente, che è l'unica cosa vera che hai, per fare la fila alla cassa e pagare bollette scadute da vent'anni. Bollette che spesso, sai che ti dico? Spesso abbiamo già pagato. Ma ci siamo scordati la ricevuta.
Ci sarebbe una soluzione: smettere di investire in questo schema truffaldino.
Non dico di diventare senza cuore. Un po' di senso di colpa è umano. È il sale della memoria. Ma quando diventa un sistema finanziario, allora siamo fregati.
Forse il senso sta nel fare fallimento controllato. Dichiarare bancarotta emotiva.
Dire: "Va bene, Sistema, banca dei SdC, ti devo tutto questo. Non posso pagare. Mi prendi la casa? La casa sono io. Prenditela. Ma io esco da questo gioco. Accetto di essere in debito. Accetto di non essere stato perfetto."
E da lì, forse, con due euro in tasca e la libertà di un fallito, puoi ricominciare a comprare pane vero. Il pane di adesso. Un gesto fatto oggi senza calcolare se coprirà i debiti di ieri.
Perché questa piramide l'abbiamo costruita noi. E l'unico modo per non esserne schiacciati è uscire, e lasciare che crolli da sola.
Anche se, mentre crolla, senti un gran rumore. Sono tutti i "dovevo", i "potevo", i "se solo" che crollano.
E nel silenzio dopo la polvere, magari senti il rumore del mare. O del caffè che bolle. Una cosa semplice. Che non è un investimento per il futuro. È solo, adesso.
La paura fa incessantemente (ri)costruire "ieri" e "domani", credendo in una continuità che non esiste.
"Io" è la paura. Il "mio rimpianto", il "mio debito", il "mio fallimento". Il "mio" lo congela, lo rende solido, un patrimonio di sofferenza da amministrare. Noi siamo quell'amministratore. Senza quel ruolo, chi siamo?
Questo è il terrore. La domanda non è come pagare il debito, ma se possiamo vedere, con una lucidità spietata e immediata, la struttura totale della nostra prigione.
La struttura è il carceriere. Noi siamo la struttura. Quando questo è visto, senza scelta, senza il desiderio di fuggire verso una soluzione, c'è una dissoluzione.
L'intero edificio del "me" come accumulatore di colpa e di tempo psicologico, crolla. Non per una dichiarazione di bancarotta, ma per semplice irrealtà.
Quello che rimane non ha nome. È vita nel presente. Allora il tempo cessa di essere una prigione. C'è solo il movimento del vivere, che è sempre adesso.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Memorie di un adolescente, Lucapar, Mip Lab, 2/26. Art by Stephen Stadif)
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