Il corpo registra, trattiene e infine esprime ciò che la psiche, per difesa o adattamento, ha relegato nell’ombra.
La tensione cronica nei muscoli, il respiro contratto, la postura difensiva non sono semplici inconvenienti fisici, ma la cristallizzazione somatica di emozioni inespresse: vergogna, desiderio represso, paura antica.
Quando questa tensione accumulata supera una soglia di sopportazione, il corpo "rompe la diga".
Questo movimento non è un cedimento, ma un atto di salute: è il ritorno dell’energia vitale bloccata, il primo passo verso l’integrazione.
Tuttavia, il risveglio del corpo segna solo l’inizio di un processo più profondo.
Esiste un pericolo fondamentale: che il corpo proceda verso una verità -quella del desiderio, dell’intensità, della vita piena- mentre la mente razionale e sociale continui a percorrere il sentiero tracciato delle convenzioni, degli impegni e delle identità consolidate.
Questa scissione tra l’esperienza vissuta dal corpo e la realtà ufficialmente abitata dalla mente genera una frattura psicosomatica.
Il corpo, divenuto custode di un segreto, viene nuovamente chiamato a sopportare il peso della doppiezza, trasformandosi da canale di liberazione in campo di battaglia, dove l’ansia e nuovi blocchi si insediano come guardiani del non detto.
Un’esperienza intensa, una relazione o un evento significativo, il dolore e l’eccitazione frammentaria possono subire un’alchimia, divenendo esperienza dotata di senso e quindi integrabile. Questo è il nucleo della crescita psicologica.
Eppure, se questo contenitore viene segregato, isolato dal resto della vita emotiva e relazionale, diventa una realtà parallela.
La scissione, inizialmente un meccanismo di difesa necessario per sopravvivere all’intensità dell’esperienza, se si cristallizza, impedisce l’integrazione.
La verità necessaria, allora, non risiede necessariamente in una confessione esteriore, ma in un lavoro interiore di pensiero: la capacità di pensare l’esperienza nella sua interezza, di esaminarne le conseguenze, di tenerne insieme le contraddizioni senza fuggire.
Senza questo lavoro, l’esperienza rimane un nucleo non metabolizzato, potenzialmente distruttivo perché opera nelle tenebre dell’inconscio.
Il segreto non è una questione morale, ma una violenza alla coscienza.
Divide l’essere in entità separate: un sé che vive un’esperienza totale e un altro che recita una parte in un altro teatro esistenziale.
Questa divisione è conflitto.
E il conflitto interiore consuma un’enorme quantità di energia psichica, sottraendola alla presenza pura, all’osservazione non giudicante, all’amore che non sia fuga.
C’è il rischio di scambiare il risveglio, che è un ampliamento della coscienza, con un nuovo, potente attaccamento: l’estasi come evasione dalla grigia quotidianità.
La ricerca della verità, quindi, si rivela una necessità biopsichica. Non un dovere imposto dall’esterno, ma un imperativo interno di coerenza e integrità.
La verità è uno spazio di osservazione silenziosa del movimento interno totale: del desiderio, della paura, della gioia, della responsabilità.
Da questo spazio di consapevolezza può sorgere un’azione che non nasce dalla paura delle conseguenze o dalla brama di possesso, ma da una profonda accoglienza di ciò che è.
Onorare la vita che si risveglia significa rifiutare di tradirla abitando una menzogna, per quanto seducente e luminosa essa appaia nelle sue fasi iniziali.
La sfida è rimanere integri: permettere al corpo di essere ascoltato, alla mente di pensare con coraggio, alla coscienza di osservare senza fuga.
L’obiettivo non è la felicità garantita, ma la presenza integra. Nella totalità dell’essere presente, senza scissioni, l’esperienza può essere pienamente vissuta e trasformata in consapevolezza, anziché consumata in conflitto.
La prossima mossa deve essere a favore di questa totalità.
(A. Battantier, Mip Lab, 2/26, Il corpo, la mente e la ricerca della verità. Art by Stephen Stadif)
#MIPLab
#memoriediunamore
#stephenstadif