CHI PARTE SA DA COSA FUGGE MA NON SA CHE COSA CERCA (Prenderla come viene o cercare disperatamente una rotta? Forse, quello che cerchiamo è la conferma di non essere soli in questa ricerca)
Lo ammetto, ho sorriso anche io, come Marta, quando Gaetano ha risposto con quella frase. Anche a me capita di cercare le parole degli altri quando le mie non bastano.
"Chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca."
Che sia detta da Lello o da Montaigne, in questa ricerca del "senso", credo che siamo tutti un po' dei fuggiaschi.
Si fugge dalla noia, dalla paura di non essere niente, dall'ansia che tutto scorra senza che tu riesca a prenderne un pezzetto in mano.
Si fugge dall'idea di un destino già scritto, come un copione che non hai scelto.
E poi arrivava mia madre, con la sua saggezza che ti spiazzava sempre al momento giusto: "La vita va presa come viene".
E io, naturalmente, rispondevo: "Allora io sono scemo. La piglio come viene ma, guarda caso, mi viene sempre una schifezza!".
Da una parte, l'accettazione, il prendere la vita come viene, il non farsi troppi problemi perché, in fondo, il mare è grosso e noi siamo in tanti a remare con le nostre barchette di cartone.
Dall'altra, la protesta, la ribellione di chi guarda quello che gli è capitato e sospetta che il destino, con lui, abbia un po' il senso di una commedia un po' ingiusta e un po' surreale.
E allora, che senso ha? Prenderla come viene o cercare disperatamente una rotta?
Il senso è nella destinazione da raggiungere, o nel modo stesso di viaggiare?
È in quel continuo, malinconico movimento tra l'accettazione e la protesta.
Tra il sorridere di ciò che sei e il sognare, appena appena, ciò che potresti essere.
Rosaria, la mia prof di storia dell'arte, parlava di malinconia attiva. Una tristezza che non è rassegnazione, ma un sentire profondamente le ferite del mondo, le sconfitte, le ingiustizie, e portarle addosso non come un peso morto, ma come una materia magmatica, che brucia e può trasformarsi in qualcos'altro. In un'arte, in una battuta, in un gesto d'amore.
In un modo per dire:
"Sì, forse è una schifezza, ma io ci faccio almeno una battuta a preparare la rivoluzione che prima o poi arriverà.
Anche quando tutto sembra suggerire di chiudersi.
L'amore come motore di cambiamento sociale.
Cercare il senso nelle relazioni, negli sguardi, nelle parole rubate.
Il senso della vita come atto creativo quotidiano, una poesia in movimento.
Prendi quello che viene, sì, ma non passivamente.
Prendilo, osservalo con i tuoi occhi ironici e dolenti, fallo tuo, trasformalo.
Anche se è solo per dire, a te stesso e a chi ti sta accanto: "Guarda che assurdo, guarda che bello, guarda che fatica. Siamo qui, comunque".
Forse, alla fine, quello che cerchiamo non è una risposta definitiva. È la conferma di non essere soli in questa ricerca.
È scoprire che Lello, Montaigne, mia madre e io, e te, stiamo tutti remando nella stessa direzione, anche se non abbiamo una mappa.
Basta sapere che l'altra barca è lì, e a volte ci si scambia un cenno, una frase rubata, un sorriso.
È lì, in quel riconoscimento, che per un attimo il senso si mostra.
E poi torna a nascondersi, lasciandoci quel brivido di malinconia e di vita, stretti insieme.
È un pensiero un po' sgangherato, lo so. Ma come diceva Gaetano, a volte si parla con le frasi degli altri. Perché le nostre, da sole, non bastano mai a contenere tutto il mistero.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 2/26)
***
Marta:
Senti, ma come mai sei venuto via da Napoli?
Gaetano:
Ma sai, in fondo in fondo...sai...chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca.
Marta [sorridendo]:
Ma che fai, parli con le frasi degli altri?
Gaetano:
Perché, conosci a Lello, tu?
Marta:
E chi è Lello?
Gaetano:
Lello Sodano, chillu là bassino, 'nu poco... cu 'na faccia, tene 'nu [cerca di mimare le sue fattezze]...cioè la frase che hai detto…
Marta:
È di Montaigne!
(Ricomincio da tre, 1981, esordio alla regia di Massimo Troisi)
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