Vi ricordate Smith, l’agente, quello cattivo di Matrix? È importante provare a dissezionare le strutture del potere.
L’agente Smith è forse la voce più cinica del potere stesso. Quello che, per controllare, prima ti declassa, ti toglie ogni dignità, ti definisce un virus.
È un ribaltamento geniale, da manuale: il sistema che si fa critico feroce dell’umanità, per giustificare la propria ferocia.
Lui, che è il vero cancro del mondo costruito, accusa noi di esserlo.
È propaganda pura. E la fa con un’eleganza da brivido. Ci inchioda alle nostre colpe, vere, per vendercene una bugia ancora più grande: che la cura sia lui.
Tante sono le storie di questa “infezione”: la famiglia che lotta per la casa, i disoccupati, i cittadini picchiati in strada senza motivo, la comunità che resiste. Se siamo un virus, allora siamo un virus strano. Un virus che piange, che si organizza, che fa solidarietà.
Un virus che, in mezzo alla febbre della storia, a volte sogna ancora la giustizia e lo Stato di diritto.
Smith guarda dall’alto, vede una massa che consuma. Dobbiamo tornare a vedere le persone. La differenza è tutta qui.
Il paragone col virus cancella le responsabilità precise, i colpevoli con nome e cognome, le scelte politiche che hanno fatto disastro.
È una condanna comoda, perché è totale. È importante non smettere di dare i nomi, i cognomi, gli indirizzi.
Siamo ragione e sentimento, dovremmo imparare a “tollerare” l’incertezza dell’altro.
La frase di Smith è l’opposto della tolleranza. È il giudizio biologico, definitivo.
Ci nega la possibilità di cambiare. Un virus è programmato per replicarsi. Ma noi siamo così? Tutti? Io non credo. O non voglio credere.
Forse Smith ha visto un pezzo di verità, ma l’ha capito al contrario. Ha visto il sintomo e l’ha scambiato per la natura della malattia. Noi non siamo per natura un cancro.
Forse siamo un organismo malato, febbricitante, che a volte delira e distrugge la sua stessa casa-terra.
Ma un organismo malato può guarire. Ha in sé, da qualche parte, la memoria della salute.
Il punto allora non è accettare di essere un virus, e aspettare la “cura” che qualcuno ci propina.
Il punto è diventare noi stessi la cura. Come? Non lo so con precisione. So che forse bisogna guardare in faccia i disastri senza retorica.
Usare la ragione per smontare le macchine che producono quel disastro. E stare attenti, a non farsi incantare dai profeti di sventura che, dopo averci denigrati, si offrono come salvatori.
Noi non siamo l’infezione. Semmai, siamo l’infezione e il sistema immunitario.
La parte che fa danno e la parte che prova a ripararlo.
La tragedia, e forse la speranza, è che siamo sempre la stessa persona. La stessa specie.
E mi vengono in mente le tante persone che, nella loro piccolezza, nei loro gesti storti, provano comunque a essere un anticorpo.
Non so se ci riusciamo. Ma ci dobbiamo provare.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 1/26, Bruno, Valerio, Vitto kii. Grazie Peo Panizzolo )
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Durante la mia missione qui, mentre cercavo di classificare la vostra specie, ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d'istinto sviluppano un naturale equilibrio con l'ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, vi moltiplicate finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l'unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un'altra zona ricca. C'è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus. Gli esseri umani sono un'infezione estesa, un cancro per questo pianeta: siete una piaga. E noi siamo la cura. (Agente Smith a Morpheus, Matrix, 1999)
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