SIAMO FATTI PER BUSSARE. FORSE SIAMO FATTI ANCHE PER APRIRE. NON SEMPRE. MA A VOLTE SI’ (Szymborska dice che la pietra non ti sta chiudendo fuori. È che lei non ha proprio una porta. Siamo fatti per bussare, anche se non ci apriranno mai)
Visto che è dal primo dell’anno che non ci parliamo, ieri mia madre mi ha fatto leggere una poesia. Una persona bussa a una pietra. Che è già strano, una pietra. E le dice "Apri, sono io!", come a casa di un amico.
Ma la pietra fa la dura. Gli dice che è chiusa, che manco se la frantumi la fa entrare. È come quando insisti per sapere un segreto e ti dicono "No, niente. È privato".
Lui non molla. Le dice che è curioso, che ha poco tempo, che è mortale: "Dai, sono qui solo un attimo, fammi vedere!".
E lei, fredda: "Sono di pietra. Non ho i muscoli per ridere". Che botta. Come dire che certe cose sono fatte per stare chiuse, e basta (mi sa che mamma si riferisce a me, ecco perché me l’ha fatta leggere!).
Ma lui prova ancora. Le dice che sa che dentro ci sono sale bellissime, vuote.
E lei che risponde? Che sì, ci sono, ma per lui non c'è spazio. E che tutto il suo interno è "girato altrove".
Questa frase m'ha inchiodato. Vuol dire che la pietra ha un suo mondo, ma non è per noi. È come se tu volessi capire cosa sogna un gatto. Non puoi. Lui è girato altrove (ma io lo so cosa sogna il mio gatto: coccole, giretti nel giardino del vicino, e dormire, in pratica secondo me il mio gatto sogna di dormire!).
Alla fine lui ci resta male, dice che entrerebbe e uscirebbe a mani vuote, per la prova porterebbe solo parole che nessuno crederebbe.
La pietra è implacabile: "Non entrerai. Ti manca il senso del partecipare". Ecco, questo senso del partecipare m'ha fatto pensare. Forse vuol dire che per capire certe cose non basta la curiosità, serve qualcosa di più. Come per amare una persona, o capire un dolore. Serve entrare in armonia, e con la pietra non si può. È un'altra specie.
La pietra gli dice di chiedere alla foglia, alla goccia d'acqua, a un suo capello. Praticamente tutto gli direbbe di no. E poi dice che scoppia dal ridere, ma non sa ridere. È assurdo: una pietra che ride dentro, ma non può farlo uscire.
All'ultimo bussare, lei dice semplicemente: "Non ho la porta". Ecco, questo è il finale che ti lascia senza parole. La pietra non ti sta chiudendo fuori. È che lei non ha proprio una porta. Non c'è un dentro e un fuori come li intendiamo noi. Lei è così, punto. In fondo anche noi tante cose non le possiamo capire, eppure sono davanti a noi ogni giorno. Le persone che non ci aprono, la natura che è lì ma è muta, il mistero delle cose. Noi che bussiamo sempre con la nostra fretta, e il mondo che ci risponde con un silenzio di pietra. Ma forse è proprio bussando, e sentendo quel "no", che capiamo qualcosa di noi. Che siamo fatti per bussare, anche se non ci apriranno mai.
E Szymborska, scrivendo, un po' quella porta l'ha aperta. Ci ha fatto vedere la pietra che parla. Però è vero: le sue parole sono la prova che lei c'è stata, ma a noi tocca crederci sulla fiducia.
A pensarci bene, mamma mi ha dato questa poesia perché pensa che io sia la pietra. Chiuso, ermetico, senza porta. Che non voglio far entrare nessuno.
Per un attimo mi sono arrabbiato. "Ma io non sono di pietra!", ho pensato. Epperò mi sono ricordato di quando lei bussa alla mia porta. Tipo: "Jote, come è andata a scuola?" e io "Bene". "Vuoi parlare?" e io "No". O quando si siede sul letto e fa per abbracciarmi e io mi irrigidisco, giro la testa dall'altra parte.
Mamma bussa. E io dico di non avere la porta. Ma non è vero. La porta ce l'ho. È solo che è pesante, e io faccio fatica ad aprirla.
A volte mi sembra più comodo fingere che non ci sia. Così non devo spiegare le cose che mi fanno paura, la confusione che ho dentro, la vergogna per quelle solite insufficienze (e pure io però non studio un cavolo!), sentirmi ancora un bambino rispetto ai miei amici già grandi e vincenti, la rabbia per quella cosa che mi ha detto lei e che non ho ancora digerito.
Però, la pietra della poesia non ha scelta. È fatta così. Io, no.
Io ho scelto di fare la pietra, dall'1 gennaio. Per punirla? Per punirmi? Non lo so più. Adesso, mentre scrivo, penso a quella frase: "Siamo fatti per bussare". Forse siamo fatti anche per aprire. Non sempre. Ma a volte sì.
Soprattutto quando chi bussa non è un estraneo curioso, è tua madre. Che non vuole "visitare le tue sale vuote per pura curiosità". Ci tiene davvero. Vuole il senso del partecipare.
Ecco, forse quello che mi manca con gli altri, con il mondo, con lei potrei provare ad averlo. Il senso del partecipare. Non è che devo farle vedere tutto, diventare trasparente.
Ma potrei aprirla, 'sta porta maledetta, anche solo uno spiraglio. E dirle, non so, "Mamma, quella volta mi hai fatto male". O "Ho paura di non essere all'altezza". O semplicemente: "Scusa se ho fatto la pietra".
Perché lei aspetta. Bussa piano. Non sta cercando un rifugio per l'eternità, nella mia stanza. Vuole solo sapere che ci sono. Vivo. Con una porta. E che quella porta, per lei, a volte, può aprirsi.
Forse stanotte, invece di aspettare che bussi, vado io da lei. Busso alla sua porta. E le dico: "Sono io. Ho la porta. Anche se a volte fingo di non averla. Posso entrare?" Scommetto che non dirà "Sono di pietra". Scommetto che aprirà, e forse riderà, o forse piangerà. E io entrerò e uscirò, non a mani vuote. Porterò via questo foglio, piegato in tasca. La prova che questa volta ho aperto.
Sono le 3:17 di notte. La porta della mia camera è socchiusa. Un inizio.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 9/24, Jote Meno, 14 anni. Art by Stephen Stadif)
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Conversazione con una pietra (Wislawa Szymborska)
Busso alla porta della pietra: Sono io, fammi entrare. Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata, respirarti come l’aria.
Vattene, dice la pietra. Sono ermeticamente chiusa. Anche fatte a pezzi saremo chiuse ermeticamente. Anche ridotte in polvere, non faremo entrare nessuno.
Busso alla porta della pietra: Sono io, fammi entrare. Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione. Vorrei girare per il tuo palazzo, e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua. Ho poco tempo per farlo. La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
Sono di pietra, dice la pietra. E devo restare seria per forza. Vattene via. Non ho i muscoli per ridere.
Busso alla porta della pietra: Sono io, fammi entrare. Dicono che in te ci sono grandi sale vuote, mai viste, belle invano, sorde, senza l’eco di alcun passo. Ammetti che tu stessa ne sai poco.
Sale grandi e vuote, dice la pietra. Ma in esse non c’è spazio. Belle, può darsi, ma al di là del gusto dei tuoi poveri sensi. Puoi conoscermi, però mai fino in fondo. Con tutta la superficie mi rivolgo a te, ma tutto il mio interno è girato altrove.
Busso alla porta della pietra: Sono io, fammi entrare. Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice. Non sono senza casa. Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote. E come prova d’esserci davvero stata, porterò solo parole, a cui nessuno presterà fede.
Non entrerai, dice la pietra. Ti manca il senso del partecipare. Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare. Anche una vista affilata fino all’onniveggenza, a nulla ti servirà senza il senso del partecipare. Non entrerai, non hai che un senso di quel senso, appena un germe, solo una parvenza.
Busso alla porta della pietra: Sono io, fammi entrare. Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.
Se non mi credi, dice la pietra, rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa. Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia. Chiedi infine a un capello della tua testa. Scoppio dal ridere, d’una immensa risata che non so far scoppiare.
Busso alla porta della pietra: Sono io, fammi entrare.
Non ho porta, dice la pietra.
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