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GLI ELETTRONI SONO COME UNA CANZONE

A volte penso che la paura più grande non sia quella di morire. È quella di non aver capito niente, mentre sei qua. Di aver guardato tutto, ma senza vedere.

Cent’anni fa Erwin Schrödinger, in una baita, con una donna misteriosa (chissà com’era), scrive un’equazione.

Schrödinger ci ha fatto capire che le cose più piccole dell’universo, gli elettroni, non stanno mai davvero in un posto preciso.

Sono come una canzone. Una vibrazione. Una possibilità spalmata dappertutto, come un’emozione che senti arrivare ma non sai da dove.

È solo quando tu decidi di guardare, di “misurare”, che questa canzone, -puf- diventa una nota precisa. Un puntino.

Prima di lui, pensavano che l’elettrone fosse una pallina che girava, tipo pianetino. Zum zum zum, precisa. Bohr aveva messo dei “gradini” fissi all’energia, come una scala. Ma erano regole messe lì un po’ a caso, per far tornare i conti.

Schrödinger, invece, ha trovato la musica che fa suonare quella scala. Ha scoperto che i numeri interi, i “gradini”, non serve imporli: vengono fuori da soli, come le note di una corda di chitarra.

Se vuoi che l’onda si chiuda perfetta su se stessa, su quell’orbita, deve essere per forza una frequenza precisa. Una nota precisa. Non può essere un fruscio qualsiasi.

Fino a che punto, onda e particella, fino a che punto la curva di un sentiero, fino a che punto noi siamo qui a osservare il vuoto che canta, e a tendere l'orecchio al suono dell'infinito che si fa stella, nel silenzio di una misura.

(A. Battantier, Memorie di un amore, Memorie di un adolescente, Vitto Kii, Terry, Mip Lab, 1/26)

#erwinschrödinger
#memoriediunamore
#memoriediunadolescente
#MIPLab



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