Nel medioevo si discuteva su quanti angeli potessero danzare sulla capocchia di uno spillo.
Anche l’amore, a guardarlo bene, è una questione di misure impossibili: quanta attenzione sta in un bicchiere lasciato sul tavolo, quanto perdono in una porta socchiusa, quanti anni in un «ti richiamo dopo».
Mi convinco sempre più che non siamo noi a parlare, ma qualcosa che ci vive con modi ruspanti: si ammala, si innamora, fa le valigie senza chiederci il permesso.
Il senso non si trova, si contrabbanda trattando con l’assurdo: ad esempio, alzandoci ogni mattina.
Era l’alba quando incontrai Matteo: portava fuori a fare un giro la spazzatura. La fragilità è uno spiraglio di luce. Mi ha detto: «Bisogna prendere il treno, anche se è in ritardo. Prima o poi passa».
Alla stazione non c’era nessuno, ma io non ho alzato la voce e ho aspettato un altro treno.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, Matteo, 10/26)
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