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Visualizzazione dei post da luglio, 2026

SONO IO, CI SONO (È l'amore che salva!)

Qualche volta mi siedo a guardare mia nonna e mi sembra che viva in un altro tempo, un posto tutto suo dove io non riesco ad entrare. È strano vederla confusa, fa male quando non ricorda il mio nome o ripete la stessa cosa dieci volte di fila. Ho imparato che per avvicinarmi a lei serve bussare al suo cuore. Quando entro nella sua stanza, invece di chiederle se sa chi sono, le dico semplicemente: "Sono io, ci sono". Se lei pensa che mio nonno -che non c’è più- stia per tornare a casa, io annuisco e glielo lascio credere. Non serve smontare il suo mondo; la verità non è importante quanto la sua serenità. A volte basta stringerle la mano in silenzio o far partire quella canzone che amava tanto, la canzone dei vecchi amanti. Essere lì con lei, senza aspettarmi che sia la persona di prima, mi ha fatto capire una cosa grande: l'amore non chiede nulla in cambio, non cerca di aggiustare le persone. L'amore resta accanto, a fare spazio alla fragilità e a dire, senza pa...

GLI ERRORI (Avere tutto senza niente è un trucco di prestigio che si impara solo perdendo)

I tuoi errori ti hanno condotto a te. Uno si sforza, la  chiama crescita ma costa tanta fatica e un pizzico di fantasia. Ho sentito un guru: “Se non hai niente hai tutto”. Ecco, qui non basta un pizzico di fantasia, serve tanta ma tanta immaginazione. Chi non ce la fa compra felicità a termine, quelli del corso mindfulness dicevano che la felicità iniziava da noi. Ci sono errori che non te ne accorgi subito, si depositano come sassolini nella scarpa. A furia di camminare impari a chiamarli esperienza. La crescita personale è costellata di aggettivi: resiliente (argh!?), centrato, consapevole. Alle volte il luogo dove arrivi, quel “te” che ti sei sudato, è un vicolo cieco. Costa fatica solo ad ammetterlo, e molta umiltà.   Davanti all’ennesimo fallimento servirebbe un’immaginazione da funamboli per non cadere. Al corso di mindfulness l’insegnante sorrideva: “La felicità comincia da voi”. In sala quindici persone annuivano, pensando al parcheggio scaduto. Forse la f...

UNA VITA DA CAMALEONTE (ragazzi che studiano Pirandello)

Tutti abbiamo un ruolo, il mondo è un palcoscenico dove la maschera aderisce al volto così bene che poi non si stacca più. C’è chi fa l’avvoltoio - e lo fa con dolo, con intenzione- o la jena, ridendo della carcassa altrui. Io no. Io ho scelto il camaleonte. Non per viltà, ma per un’intuizione chimica: l’identità è un precipitato instabile. Cambio colore, aderisco allo sfondo, divento il ramo, la foglia, la corteccia di chi mi sta accanto. Sparisco. E in questo sparire scopro la libertà di non esserci del tutto. Proprio il camaleonte, quello che sembra non avere un centro, forse è l’unico che di centri ne ha mille, e li attraversa con la leggerezza di chi sa che ogni ruolo è un prestito. Prendere sul serio una sola maschera è la via più rapida per l’infelicità. Qual è il nostro ruolo nel mondo? Utile è imparare l’arte di cambiare pelle senza strapparsi. Sapersi adattare è comprensione profonda che il sé è un’ipotesi, mai una tesi. Qualcuno lo chiama opportunismo. Il camaleonte ma...

SE L'È CERCATA (un caso di bullismo adolescenziale. L'importanza di parlare. Il silenzio è il terreno di coltura del bullismo, la paura è un seme annaffiato dall’omertà)

Roma, un pomeriggio qualunque, Edoardo, un ragazzino di dodici anni, capelli lunghi e ricci castano chiaro. Poco prima, un gruppetto di sei o sette coetanei l’ha preso di mira, non lontano da un circolo con i tappeti elastici. I bulli arrivano in autobus da zone limitrofe, portano il branco come un accessorio, e scelgono corpi su cui esercitare sopraffazione. Edoardo ora ha ecchimosi sulla schiena, e dentro qualcosa di più silenzioso: la vergogna di essere stato scelto, il terrore di raccontare, quella ragnatela che dice «se l’è cercata» mentre lui non ha cercato niente, se non tornare a casa. Il bullismo non potrebbe esistere senza un gruppo che si costruisce un «noi» per annientare qualcun altro. È un’ebbrezza da branco che dura poco e poi si sgonfia, lasciando gli aggressori vuoti, perché hanno assaggiato l’illusione del potere e ne resteranno dipendenti. Edoardo però, con la sua innocenza, compie un gesto, parla. Si confida con un adulto che ascolta. Più tardi i genitori lo portera...

È MORTO JOVANOTTI, IL CIELO IN UNA STANZA (2 racconti di erbette aromatiche)

È MORTO JOVANOTTI Il salotto di nonna era pieno di nebbia dorata,  io me ne stavo sprofondato sul divano di velluto, viaggiavo tra dimensioni parallele dopo la seconda bocciatura in 3 anni. La nonna entrò con la solita espressiobe di rimprovero, mi guardò scuotendo la testa: "Ancora a fumare quella roba? Ehh…i giovanotti, oramai, sono proprio morti". Il mio cervello, annebbiato da diverse sostanze aromatiche, ebbe un corto circuito emotivo. Non sentì un giudizio sui giovani d'oggi, ma la condanna definitiva del mio idolo, Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti. Passai le successive sei ore in un pianto disperato, con "A te" a palla nelle cuffie e il viso rigato di lacrime, convinto di aver perso l'unica bussola della mia perduta giovinezza. Uscii di casa solo verso sera, trascinandomi verso il solito ritrovo. Non appena mi videro, gli altri scoppiarono a ridere. "Ma quale morto, Lorenzo sta per salire sul palco, sei completamente fuori di testa...

QUANDO LA PORTA DIVENTÒ FINESTRA (questione di punti cardinali)

C'è chi costruisce la sua vita intorno ad un'altra persona. Alle volte va bene, alle volte meno. Per anni la casa resta in piedi, abitabile, con le finestre che danno su un giardino curato insieme. Poi una mattina ti accorgi che la chiave gira con uno scatto diverso. Il tempo non frana tutto in una notte. Lavora di cesello o, meglio, di carta abrasiva: leviga gli spigoli della paura, assottiglia la dipendenza fino a farci vedere attraverso. La paura di cambiare è tenera superstizione, come credere che i giochi di una volta restino nel cassetto ad aspettarci. Invece i bambini crescono, e noi con loro. Mi sono accorto una notte, per un lampione sfarfallante, di  questo lieve disallineamento: la coppia è un orologio a due meccanismi che ogni tanto si guardano e scoprono di segnare minuti diversi. Non è un difetto di fabbrica. Una coppia di merli qualche mese fa aveva costruito il nido sul cornicione. L’anno scorso il nido era altrove. Il merlo sembrava disorientato, per qualc...

I RICORDI BRUTTI (Perché intossicarsi l’anima con i veleni che già conosciamo?)

Un pensiero leggero, una stanza con le finestre aperte.  Perché intossicarsi l’anima con i veleni che già conosciamo? I ricordi brutti arrivano lo stesso, senza bussare, ospiti non invitati. Ma almeno non ravviviamoli andando di proposito nel punto esatto del dolore.  Certi luoghi fisici hanno fauci insaziabili, certi luoghi mentali sono scantinati senza interruttore.  La memoria va saputa curare.  (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 7/26) #memoriediunamore  #MIPLab  #stephenstadif 

SUL CONCERTO DI ULTIMO: CARO PAPÀ… (Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. Strano, perché il Sistema sembra sempre in splendida forma)

Caro papà, ho cercato di capire il tuo pensiero. Che ti devo dire, sembra il verbale dell'autopsia di un concerto. Tu vai a cercare l'imperialismo tra gli accendini dei cellulari, il neoliberismo tra i cori, il genocidio dentro un bis. Io, invece, ero semplicemente lì. A cantare. Poi su molte cose la penso come te, e lo sai. Voi avete avuto il Sessantotto (che poi nonno, nemmeno te!). Noi abbiamo TicketOne. Ci chiedi perché Ultimo non parla delle guerre, del capitalismo, degli algoritmi, delle oligarchie. Io ti rispondo con una domanda: e dopo cinquant'anni di editoriali, manifestazioni, rivoluzioni annunciate, libri, dibattiti, festival dell'impegno, conferenze sulla pace e cortei contro tutto, come siamo arrivati fin qui? Con più guerre, più disuguaglianze, più precarietà, più sorveglianza e perfino un pianeta che sembra avviato all'Apocalisse. Forse non siamo noi quelli che devono rendere conto. Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. St...

UNA VACANZA INTERROTTA (Grazie mamma, grazie papà)

Il padre compra una granita alla fragola, la posa sul tavolino senza dire niente. Lei conta i cucchiaini: due. La madre ha già cominciato a parlare del traffico, degli asciugamani, di come il sale fa bene alla pelle, e intanto le accarezza la nuca con il palmo.  Nessuno ha detto aborto. Hanno detto interruzione, un blackout, un tram che salta la fermata. Lei, diciassette anni, ha pensato alle interruzioni pubblicitarie e al filo del film che si perdeva. Adesso il filo era lei, e il film era un altro. Sua madre ha pianto una volta sola, di nascosto, nel bagno dell’autogrill, tra il rumore della piadina scaldata e la macchinetta del caffè. Suo padre ha comprato un portachiavi con la Trinacria. A cena gliel’ha messo davanti, sul tovagliolo: «Tieni, per le chiavi di casa che avevi perso.»  Lei ha capito: qualsiasi casa sarà ancora sua. Un padre è questo: un pilastro che parla poco ma fa ombra nei pomeriggi siciliani. Sul balcone, di notte, il silenzio di là dalla porta sembrava un...

I BAMBINI NON DISCRIMINANO, A MENO CHE NON ABBIANO GENITORI CHE GLIELO INSEGNINO (sapevano già tutto: che l’altro esiste, ed è sufficiente)

Ho visto al parco due bambini che non si conoscevano. Uno aveva una pallina, l’altro un sasso che per lui era una rana. Non parlavano la stessa lingua, ma ridevano insieme. Poi si sono scambiati i giochi: il sasso diventava pallina, la pallina sasso. Nessuno ha detto “non vale”, nessuno ha chiesto “da dove vieni?”. Da dove nasce questa trasparenza? Non dall’innocenza, ma da un’attenzione che gli adulti perdono, distratti dal catasto delle differenze. Il bambino vede il colore della pelle come una variante della luce, la voce, l’accento come dati di un paesaggio senza mappe. La mappa la disegnano i grandi. I bambini discriminano: distinguono il dolce dal salato, ma senza valore morale. (Ricordo un educatore che, non riuscendo a leggere un nome indiano, disse: “Ma che sò sti nomi complicati… perché nun lo chiami Mario che stàmo in Italia!?”). Lo impariamo ascoltando: un genitore che arriccia la bocca, ed ecco il virus. È apprendimento sociale, polvere sullo specchio. Se non la togli, div...

IL TEMPIO (c'era un gatto che dormiva con un cagnolino che sembrava un pulcino)

Alessia, 16 anni, guidava il gruppo oltre il cancello arrugginito. «È solo la villa dei fricchettoni», disse Lorenzo, innamorato di lei senza averlo mai confessato Chiara, ragazzina leale ma fifona, stringeva un portafortuna. Il curiosissimo Tommaso, toccava già ogni stelo d’erba andando per la via sconosciuta del tempio. La campagna intorno vibrava di cicale. L’edificio color ocra sembrava assorto, immerso nel verde.   Un cartello all’ingresso: “Oggi iniziano i nove giorni sacri”.  «Navaratri?» lesse Chiara. «Mai sentito…che sarà?». Un’ombra bianca esplose dal frutteto: un pastore maremmano grosso come un vitello. «Corri!» urlò Lorenzo.  L’animale, nel suo slancio innocente, li spinse verso il portone aperto del tempio.  Entrarono inciampando, si tolsero le scarpe per non far rumore sul legno, come invitava un’insegna. La porta si chiuse alle loro spalle con un tonfo. Dentro, penombra e statue. Tommaso allungò subito la mano verso quella con la testa di elefante. «...

IN EQUILIBRIO SUL FILO DEL PROPRIO RESPIRO

Il corpo tende all’equilibrio, lo sanno i sassi, le pozzanghere, certi acrobati stanchi. È una questione d’orecchio che capta. Se inclini la testa di scatto, il mondo non cade: si sposta appena, e torna a posto da solo. Arrivano le interferenze, stress, inciampi, un amore vuoto scambiato per vertigine. Il corpo annota, trattiene, rilascia: è un allievo diligente. A volte basta una notte di sonno, un cucchiaino di magnesio, ti svegli e l’asse del mondo è di nuovo perpendicolare al tuo buongiorno. A volte. Da ammirare, questa ostinazione, questo rammendare la tela mentre la trama cede. Ma c’è un punto in cui le riparazioni diventano bozze, appunti a margine di un corpo che non smette di chiedere fiducia. Ciò che era acuto si fa cronico, impara a restare. Non è ancora resa, intendiamoci: è un accomodamento, un baratto tra il fuoco e l’estintore scarico. Il corpo, generoso ti concede una tregua in cambio di tutte le tue attenzioni. Lo curi, lo misuri, gli parli come a un vecchio a...

LE PAROLE STRANE DEI MIEI NIPOTINI (Nonno, hai perso tutta la tua aura!)

È una strana estate, quella che stiamo vivendo in campagna. Il silenzio di monte Aguzzo, solitamente interrotto solo dal canto delle cicale e dalle pecore, è stato invaso da un vocabolario che sembra provenire da un altro pianeta, dove la grammatica è un accessorio obsoleto. Cerco di fare del mio meglio. Mio marito Caio, invece, vive in una beata isola di sordità parziale. Quando i nostri tre nipoti –nove, dieci e dodici anni– iniziano a parlare, Caio inclina la testa, si aggiusta l’apparecchio acustico e mi guarda con l'aria di chi cerca di decifrare un codice Enigma, alzando sovente le spallucce. "Nonno, hai perso tutta la tua aura," esclama il più piccolo, guardando Caio che inciampa nel tubo dell’irrigazione. Caio, ignaro, sorride. "Che ora ora è? Sono le sette, caro mio." I ragazzini ridono. Non è una risata maligna, è una risata di chi si sente parte di una loggia segreta. Per loro, la vita si misura in "punti aura": se cadi in modo goffo, perdi ...