La spiaggia era tutta infilzata di ombrelloni, e sotto gli ombrelloni c’erano pance, braccia, cosce, costumi che chiedevano pietà, bambini che urlavano e radio che si sfidavano a colpi di decibel: un cantante straziato da un altoparlante, un jingle che prometteva salsicce e salvagenti, una voce gridava “Wanda!” sopra un reggaeton, un tizio in tanga spalmava crema solare e sentenze sul meteo africano. Potevi chiuderti in te stesso, ma quel frastuono era un muro che entrava nei denti: non era un dettaglio, era il programma della giornata.
Astolfo, detto Astò, si era presentato a Giulia come Astro: diciassette anni e una certa fiducia nelle metafore. Le parlò della luna, della poesia di Leopardi, del fatto che forse il cielo è solo un modo elegante per non guardarsi i piedi. Giulia ascoltava come si ascolta un ventilatore: utile, ma non decisivo.
Poi Giulia, forse per toglierselo di torno, nominò Alex, ex più grande, studente di Fisica a Uppsala, futuro astrofisico; lui sì che ci capiva. Le aveva detto che la luna sarebbe stata per sempre loro. Le aveva parlato dello yakamoz: il riflesso della luna sull’acqua; in turco anche bioluminescenza marina, plancton che scintilla nel buio. Nel 2007 un concorso della rivista tedesca Kulturaustausch l’aveva eletta come parola più bella e poetica del mondo, dopo Giulia. Alex, prima di partire, le aveva dedicato un acronimo in versi: “Gentile Immensità, Unica Luna Innamorata Anima”. Giulia lo declamò con enfasi.
Astro sbuffò e ridacchiò, con l’aria pizzicata di chi ha appena scoperto di essere geloso ma non voleva — per nulla al mondo — darlo a vedere. Provò battute sceme: “Si chiama Alex ed è un ex? Allora è un ex Alex”.
Giulia non raccolse. Continuò: quella parola era solo sua e di Alex; la luna sarebbe stata sempre loro.
Allora Astro si arrabbiò: la luna è di tutti, prima ancora è di Leopardi, prima ancora di Astolfo che ci andò a riprendere il cervello dell’amico; e forse il cervello l’hanno perso loro, se credono di poter chiudere e brevettare la luna. Poi, con nonchalance, disse: “Grazie Incantevole Utopia, Lieve Immenso Amore”.
Corse sugli scogli, si spogliò e si tuffò in mutande. Giulia se ne andò infastidita. Intanto un cane bagnato se ne tornava a risvegliare bruscamente gli ustionati bagnanti scuotendosi vicino a chi pensava lo amasse e invece — porello — venne cacciato a zoccolate.
Neanche il cane aveva finito di scrollarsi che Giulia si arrestò e tornò da Astro appena uscito dall’acqua. Tornò con il suo telo viola, glielo appoggiò sulle spalle come si copre un pensiero che non si vuole dire; guardò le labbra di lui, poi il mare, poi ancora le labbra, e non offrì nulla che somigliasse a una spiegazione. Un bellissimo bacio. Il mare non brevettò nulla. La luna, per una sera, fu di tutti e di nessuno, come l’amore quando smette di voler essere una proprietà.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 10/26, a Giulia)
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