L’odore dei pennarelli e della pioggia sulle giacche appese. Fuori, il cortile della scuola è un rettangolo grigio. Lei è seduta alla cattedra, le mani ferme sulla superficie liscia del legno. Il telefono vibra. Numero sconosciuto. Lo sa, però. È sempre lei.
Risponde. La voce dell’altra è calda, professionale, la voce di una collega che chiede del programma di scienze. Poi, a metà frase, scivola. “L’altra sera, in pista. Sono passata lì vicino apposta. Per farmi notare. E per vederti.”
Silenzio. L’eco lontano di un pallone che batte contro il muro. Una chiamata come tante, pensa. Le loro chiamate. Fatte di stuzzichi, di domande che non aspettano risposta, di un filo che si tende fino a diventare tagliente.
Poi, il clic. L’altra la blocca. Di nuovo.
Ora l’aula è immobile. Lei guarda lo schermo nero. “Perché devi fare sempre così?” lo scrive nel blocco note del telefono, perché non c’è altro posto. “Mi chiami, scombussoli tutto. Per te è una semplice chiamata. Parlare ‘normalmente’, come se non fosse successo nulla. Poi sparisci.”
Il pomeriggio si spegne. Vede i repost dell’altra su Instagram, li decifra come geroglifici in una lingua che non potrà mai chiederle di spiegare, per paura di rimanerci peggio.
È la violenza della porta che si chiude, sempre quando prova ad avvicinarsi a lei. Sempre quando è lei a voler aprire.
Si alza. La sedia gratta il pavimento. Va alla finestra: il cortile è vuoto, le aule di fronte sono buie. Si rivede in pista, accanto a lei, a farsi notare. Il pensiero di passare del tempo insieme, di averla di nuovo nella vita quotidiana, è un nodo allo stomaco. Perché sa come andrebbe: sarebbe diverso. L’altra la tratterebbe con quella gentilezza distratta che fa più male dell’indifferenza.
Prende la giacca. Le mani tremano un po’ mentre infila le braccia. Non sa come comportarsi. Non c’è niente da fare, in realtà. Solo l’abitudine a questa fessura che l’altra decide quando aprire. Ma stavolta, mentre chiude la porta dell’aula dietro di sé, sente il rumore della chiave nella toppa. Un gesto secco. Finale.
Attraversa il corridoio deserto. I suoi passi rimbombano. Pensa che vorrebbe scordarla, ma non vuole. Eppure, qualcosa si sta muovendo. Forse è solo la nausea, la stanchezza di dormire per sfuggire al pensiero di lei. Ma mentre scende le scale, le gambe la portano via.
Fuori l’aria è fresca. Cammina dritta verso il cancello. Non sa ancora dove andrà, ma sa che non tornerà indietro. Non oggi. Non per lei.
È l’unica cosa che può fare, adesso. Andarsene. Ricominciare dal silenzio, ma dal proprio silenzio. Quello che non aspetta più il suo permesso per essere rotto.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 3/26. Art by Stephen Stadif)
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