Giovanni ha imparato a parlare con il silenzio attraverso il frastuono più assordante.
Mani nodose, abituate a stringere. Da dieci anni stringe la stessa cosa: martello pneumatico. Oggi è un Bosch gsh 27. Un gioiello di tecnologia, dicono i cataloghi; per lui è solo un prolungamento del braccio che vibra fino a scuotergli i denti.
Il suo mestiere è la sottrazione. Dove c’è una stanza, lui crea un vuoto. Dove c’è un ricordo, lui lascia una pila di calcinacci. È un lavoro pulito nella sua spietatezza.
Alle otto del mattino, indossa le cuffie, e il mondo finisce. Il ronzio del martello pneumatico è un muro di cemento che lo separa dagli altri. Vede i colleghi muoversi come pesci in un acquario di polvere bianca.
Sergej sposta i detriti, Oleg manovra la carrucola. Si guardano, ogni tanto. Uno sguardo breve serve a dire: "Sono ancora qui". Non serve altro. Le parole, in quel cantiere, sono diventate un lusso inutile, un rumore bianco che nessuno può permettersi di ascoltare.
Nelle brevi pause, siedono sui sacchi di cemento. Fumano in fretta. Ognuno è un'isola circondata da un mare di detriti. Più che solidarietà nel rumore c'è comune rassegnazione.
Giovanni guarda le sue mani che tremano ancora per l'inerzia della macchina, anche se il motore è spento. È un tremore che viene da dentro, come se il Bosch avesse iniziato a demolire lui, pezzo dopo pezzo, anno dopo anno.
Quando torna a casa, il rito si ripete, ma all'inverso. Giovanni entra nel suo bilocale; non accende la televisione, fa rumore. Si siede al tavolo della cucina. C’è una birra fredda e un pacchetto di sigarette. Un sorso per dimenticare il tremore delle braccia. Un secondo per abbassare il volume dei pensieri. La sigaretta brucia lentamente tra le dita, lasciando cadere la cenere in terra.
A poco a poco, Giovanni smonta se stesso. Tira giù le pareti dell'ansia, abbatte le colonne della fatica. Si distrugge con metodo, fino a diventare un guscio vuoto, pronto per essere riempito dal sonno. Un sonno profondo, nero, senza sogni.
Nel fondo di quel sonno, o forse nei brevi istanti prima che l'alcol spenga la luce, c'è un'immagine che ritorna.
Giovanni sogna la terra. Sogna di diventare un restauratore di giardini. Immagina di potare rose, di sistemare il muschio tra le pietre di un sentiero, di ascoltare il rumore dell'acqua che scorre in una fontana di pietra. E che l'unico suono sia il vento tra le foglie di un arancio. Dopo dieci anni di metallo contro cemento, il suo desiderio più violento è la delicatezza di un petalo.
Per ora, c'è solo domani mattina. Lo aspetta il suo Bosch. Ogni colpo di martello è una pietra posata nel suo giardino invisibile. Il giardino è la sua rivolta contro l'assurdo di una vita passata a creare polvere.
E nel cuore della tempesta di polvere, ricomincerà a cercare, nel silenzio della sua mente, quel giardino che non ha ancora il coraggio di piantare.
(A. Battantier, Memorie di un lavoro, Memorie di un amore, Mip Lab, 3/26. Art by Stephen Stadif)
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