Il cortile della scuola è un laboratorio di personalità. Tra uno spintone e un selfie, si impara la grammatica del potere.
Il maschio bullo alza la voce, usa il corpo, sfida l’autorità.
La femmina bulla abbassa la voce, usa lo sguardo, l’esclusione, il pettegolezzo: una strategia di avvelenamento sociale.
Entrambi hanno un ego che scambia la crudeltà per grandezza. Il narcisismo è la radice: un’immagine di sé gonfiata come un pallone, che non tollera spilli.
Per questo (solitamente) rifiutano lo sport: lì il punteggio è oggettivo, l’arbitro non si corrompe, la sconfitta è pubblica. Meglio il branco, dove si può essere re senza corona.
Dietro ogni piccolo tiranno c’è un adulto che applaude. Il padre che dice “mio figlio sa farsi rispettare”, la madre che giustifica “è solo un ragazzino”.
La società è il suo specchio deformante. Premia l’arroganza, il successo a ogni costo, la bellezza come merce. I ragazzi non inventano nulla: copiano.
L’arroganza intellettuale è un’altra faccia: il secchione che umilia il compagno con la risposta pronta, la ragazza che usa il voto come un pugnale sterzante. Lì l’ego si nutre di confronto. Lo studio, come lo sport, dovrebbe essere un terreno comune, non un ring.
Nei maschi (non sempre, sia chiaro) il bullismo è fisico, territoriale; nelle femmine è relazionale, un gioco di esclusioni e alleanze mutevoli.
Ma la radice è la stessa: un io che non sa stare in equilibrio senza schiacciare l’altro.
I genitori? Troppo occupati a essere amici dei figli, dimenticano di essere guide. Confondono la stima con l’adulazione, il limite con la repressione. Così crescono ragazzi che non sanno accettare un no, e il no è il primo mattone dell’empatia.
Strategie?
Ascolto attivo, limiti chiari, niente schermi a cena, sport obbligatorio ma scelto, arte e teatro per dare voce alle emozioni.
La famiglia deve essere il primo luogo dove si impara a perdere senza umiliarsi. La scuola un luogo dove si impara a sentire.
Un bullo che impara a sentire il dolore dell’altro smette di essere un bullo.
Non è utopia: è psicologia: l’io che si gonfia è un’illusione; il sé che si svuota è libero.
Il bullismo è un grido che chiede ascolto. Il narcisismo è una maschera che chiede di essere tolta.
La società che li produce è un palcoscenico senza spettatori consapevoli.
Ogni adolescente è un universo in formazione: possiamo lasciarlo collassare in una stella nera o aiutarlo a diventare luce.
Il bullismo non è un problema di ragazzi cattivi, ma di adulti addormentati. L’io che si gonfia per schiacciare l’altro ha paura di dissolversi. La famiglia che difende il tiranno difende la propria ombra. La società che premia la sopraffazione ha scambiato la forza con la violenza.
La cura? La consapevolezza. Osservare il proprio bisogno di dominio, l’attaccamento all’immagine, il vuoto interiore.
Solo chi vede la propria paura smette di proiettarla sull’altro.
Educazione è insegnare a stare con se stessi senza annegare. Il bullo è un bambino che grida: “Guardami, esisto!” Forse basterebbe rispondere: “Ti vedo. Ma non così.”
La prepotenza è un sintomo, non una causa. Il narcisista è un malato che si crede sano. La società che lo produce è un ospedale che premia i virus.
Quando l’ego si scioglie l’altro appare come un altro sé.
Puoi guardare mettendoti nei panni dell'altro? Il bullo non può. Il genitore non può. La società non può. Eppure è l’unica via.
(A. Battantier, Memorie di un bambino, Memorie di in adolescente, Mip Lab, 8/26. Art by A. Battantier, 2007)
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