Mirko, tredici anni, scarpe da ginnastica con la suola che si apre come una bocca affamata. Suo padre non c'è, sua madre lavora in una mensa e torna a casa la sera con le caviglie gonfie e un odore di sugo e disinfettante attaccato ai vestiti.
La sera dei fuochi, Mirko è sul balcone, il ferro arrugginito che gli segna i palmi. In lontananza, il cielo si squarcia in un cespuglio di scintille rosse e verdi. Rumore di botti, secco. Sua madre alza gli occhi dal divano, senza alzare la testa.
“Sara' il bar sotto i portici, quello delle feste di compleanno. Gente che paga per far bum. Meglio che pensare al resto.”
Mirko annuisce. Sa tutto del resto. Il resto è piazza Bengasi, a due passi, dove gli spacciatori non hanno bisogno di fuochi per avvisare che la roba è arrivata. La roba è sempre arrivata, è lì da prima che lui nascesse, posata sulle panchine. Il resto sono le sirene dei carabinieri alle due di notte, le retate, i cittadini di Borgo San Pietro.
Mirko ha imparato a leggere i post del quartiere sul telefono rubato a sua madre. C'è chi commenta: “manco Pablo Escobar aveva tutto sto traffico”. E un altro che scrive: “siamo nel 2026!! Non servono più i fuochi!” E poi qualcuno che spiega serio: “è un segnale per gli spacciatori, vuol dire che la droga è arrivata.”
Mirko se ne sta col mento appoggiato al ferro del balcone. Pensa a lei. Ride piano, per non svegliare la madre.
Perché lui la verità la conosce: i fuochi di corso Trieste sono per il compleanno di una ragazzina di 12 anni, figlia di un idraulico. A lui piace un sacco Marta. Lo sa perché ha visto il palloncino a forma di unicorno.
Ma nessuno lo scrive sui social. È più bello pensare che sia Pablo Escobar, che ci sia un carico, che qualcuno governi il caos. È più bello che ammettere che i botti sono solo gente che si annoia e spara in cielo per sentirsi viva per cinque minuti.
Domani Mirko racconterà ai suoi amici che i fuochi erano del cartello di Santa Giulia, che ha visto un drone consegnare la coca sopra i tetti. Tutti ci crederanno. Mirko racconta storie bellissime.
(A. Battantier, Memorie di un bambino, Mip Lab, 8/26)
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