C'era una volta, e c'è ancora, un esemplare mascolino con il testosterone al posto del lobo frontale. Uno che quando dice "ti amo" intende "firmami la ricevuta di proprietà".
Lei l'ha capito, ha fatto un passo laterale e l'ha lasciato lì, con la sua erezione dell'ego in mano.
Passano mesi. Lei pubblica una foto con un bebè in braccio.
Apriti cielo. Il Nostro risorge dal letamaio dell'orgoglio ferito: "Lo sapevo brutta trota! Ti sei rifatta una vita con un altro!"
Peccato che il piccolo sia figlio di un'amica. Peccato per lui, che non concepisce una donna senza un uomo che la definisca. Peccato per lui, che misura il valore di una donna dalle ombre maschili che la coprono.
La gelosia è il sentimento dei proprietari, non certo di chi è innamorato.
È il rancore del padrone che scopre la casa vuota. La fabbrica del maschio medio produce questo: un individuo che non sa amare, sa solo sorvegliare.
Quando la sorvegliata se ne va, non piange la perdita, piange la revoca del permesso di soggiorno.
Amico, se dopo mesi ti rode il culo perché lei respira senza di te, il problema non è il bebè, è che non hai mai smesso di volerle mettere il guinzaglio.
E quel guinzaglio lo chiami amore?
Chi scambia un neonato altrui per una vendetta sessuale non vede la donna, vede il catasto. La sua psiche vede dappertutto una minaccia, ogni figlio un atto di guerra.
Non gli interessa chi sia lei, gli interessa chi la possiede; è un funzionario zelante dell'ordine patriarcale, prodotto da fiabe, pubblicità, film e pornografia.
Lei ha "provocato"? La vera notizia, piuttosto, è la patologia di chi si sente tradito da una donna felice.
Se un uomo si arrabbia perché fai una foto con un bambino, non è amore, è virilità marcia, l'unica merce che crolla se esposta alla luce. Alla faccia di chi crede che il valore di una donna dipenda dalla sua ombra.
PS
Lei è felice, progetta un figlio con il nuovo amore.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 8/26, Erika)
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