Ricordo da ragazzino un ginocchio sbucciato. Il dolore che brucia lo conosciamo tutti: arriva, fa male, dopo una notte se ne va. Esce e non lo vedi più.
L’orologio di nonno è fermo sulle dieci e dieci. Non fa male come l’asfalto. Fa male diverso: non se ne va.
Lao Bu-Shem diceva che “bisogna osservare chi esce, chi entra, ma soprattutto chi resta.”
Il ginocchio esce. L’orologio resta. Non è questione di tempo ma di cosa il dolore fa dentro di te.
Quando si ruppe l’orologio - il gatto, il salto sul tavolo, il vetro in frantumi- pensai “finalmente”. Poi mi sentii stupido.
Avevo scambiato restare con essere rotto. Ma quel quadrante non è un dolore che resta. È un dolore che diventa.
Ci sono dolori che entrano, fanno un po’ di casino e poi escono dalla porta: il ginocchio, un temporale d’estate.
Ci sono dolori che entrano e non se ne vanno più.
Ma i dolori che cambiano sono quelli che entrano, si siedono, e poi si alzano e aprono la finestra. Restano lì a pesare, per un po’, ma anche a suggerire.
Ricordo quando dissi: “oggi vengo con te a fare la spesa, mamma” senza sapere perché.
L’orologio rotto mi parla, adesso. Non fa più male. Fa compagnia.
Non bisogna ossessionarsi su chi esce (il dolore piccolo) né su chi entra (il dolore grande). Bisogna guardare chi resta.
Ma resta solo chi lascia spazio. Un dolore che resta e basta è peso insostenibile. Un dolore che resta e si sposta ti porta da un’altra parte. Noi siamo fatti per il cambiamento.
Il mio orologio rotto segna l’ora che ho deciso di non aspettare più. Ho ripreso a camminare.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Memorie di un amore, 5/26, Mip Lab)
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