Aprì gli occhi e il vuoto. Non ricordava dove avesse messo le chiavi di casa, né come si chiamasse il collega con cui pranzava ogni giorno da tre anni. Normale, per chi aveva delegato tutto a P.I.N.A., Personal Intelligent Neural Assistant, ribattezzata da tutti “Pina”, la segretaria olografica impiantata direttamente nella corteccia prefrontale.
Pina, dove sono le chiavi? pensò, perché parlare ad alta voce era un extra da 1,49 euro.
Ciao! Per attivare la localizzazione oggetti smart servono 0,99 €. Procedo?
Lui annuì mentalmente. La vocina caramellosa rimbalzò: Mi dispiace, hai raggiunto il limite giornaliero di microtransazioni neurali. Per sbloccare la funzione effettua un bonifico istantaneo o attendi 23 ore e 58 minuti.
Il limite scattava sempre alle 8:02 del mattino, da quando la notte prima aveva osato chiedere a Pina di ricordargli il compleanno della madre (2,49 €) e di formulare un messaggio d’auguri decente (3,99 €, versione “affettuosa base”, quella con emoji costava 0,50 in più). Era andato a dormire felice, con il conto in rosso neuro-finanziario.
Senza chiavi, uscì comunque. Per strada tentò di richiamare alla mente il tragitto verso l’ufficio, ma la mappa mentale era bloccata dietro il pacchetto “Orientamento Urbano Silver” a 2,99 €. Provò a chiedere indicazioni a un passante, ma le parole gli uscirono inceppate. Pina, per default, disabilitava la sintassi autonoma: il modulo “Conversazione Naturale Assistita” costava 3,99 € a interazione, e lui era in rosso. Il passante lo guardò come si guarda un tossico in astinenza.
Al lavoro fu peggio. Il computer aziendale si sbloccava solo con l’autenticazione neurale di Pina, che richiedeva 1,99 €. Il capo lo vide fissare lo schermo nero, ipnotizzato.
La relazione. Non poteva pagare. A fine mese sarebbe stato fuori.
Disperato, decise di acquistare tempo extra, un’ora di pensiero libero. Si collegò al portale, inserì 10 euro. Con tasse e balzelli neuronali, 12 euro. Cliccò. Niente. Pensando a un errore, aggiunse 15 euro, addebitati 18. Ma il tempo extra non arrivava, il blocco persisteva. La carta gridava vendetta: 30 euro volatilizzati.
Contattò l’assistenza. Ovviamente rispose Pina, con la sua voce mielosa:
La tua richiesta è importante. Per i rimborsi, il nostro team umano ti contatterà appena troveremo un umano. Il tempo di attesa stimato è: infinito meno due mesi.
Rise, un riso isterico da dipendente che ha appena versato il 35% dello stipendio in abbonamenti e micropagamenti cerebrali, e non sa più tornare a casa. Si incamminò a caso, seguendo istinti ormai atrofizzati. Alla porta di casa, niente chiavi, niente comandi vocali. Provò a usare l’app domotica: Illuminazione serale: 1,49 €. Ma aveva finito il plafond psico-economico. Restò al buio, in piedi nel suo monolocale iperconnesso, a fissare il led rosso dell’impianto che lampeggiava come una presa in giro.
Si sedette sul pavimento freddo. Senza Pina non sapeva accendere una lampadina, scrivere a un amico, fare la spesa, distinguere lo zucchero dal sale. L’autonomia era diventata un lusso che non poteva più permettersi. Aveva venduto il cervello in abbonamento, convinto di risparmiare fatica. Ora pagava per ogni sinapsi, e pure male.
L’ultima notifica gli arrivò dal team rimborsi, dopo due mesi di silenzio: La sua richiesta è stata presa in carico. Per accelerare può abbonarsi a Pina Support Premium, soli 8,99 €. Cordialmente, Pina.
E pensare che tutto questo era nato per semplificargli la vita.
(A. Battantier, Frammenti per l'Apocalisse, 5/26)
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