C’è qualcosa di crudele nel calendario, quando ti accorgi che le date che dovevano essere festa diventano macigni. Una mia amica, oggi, rivive l’anniversario di nozze in coincidenza con il giorno in cui ha perso l’amore. Domani, poi, è il compleanno di chi non c’è più.
Eppure, lei non si dispera. È strana, questa calma che viene dopo il peggio. È come quando sei caduto e ti rialzi: non hai più paura di sporcarti. Resta solo la vita, nuda, da portare avanti. Come una valigia troppo pesante che alla fine diventa tua, perché è l’unica che hai.
A insegnarglielo è stata la gatta, Tatapatata Piper. Non è un nome da filosofa, ma lei lo è. Quando il silenzio è sceso sulla casa, lei non ha domandato perché. Si è acciambellata nel vuoto, con il suo corpo tiepido, e ha detto: “Sono qui.” E forse questa è l’unica verità: non serve solo capire, serve esserci.
Si può essere felici nell’assurdo? C’è chi ha smesso di chiederselo. Si accontenta di un raggio di sole sul divano, di un’ora senza pensieri. Io, quando ero ragazzo, pensavo che la vita fosse un problema da risolvere. Ora la vedo più come un malinteso. Un equivoco lungo una vita, che va vissuto con una certa eleganza discreta. Come quando io e Millo giocavamo ai pirati in vespa. Urlávamo “avanti tutta!”, eppure la vespa era solo un 75 cc. Saliva piano, con fatica. Ma era bellissimo.
Perché noi siamo fatti per il cambiamento. Ciò che muore rinasce in una creatura nuova, magari incerta. E proprio quando credi di essere al sicuro, ecco che ti si apre una voragine. Ma quella creatura, tu, lei, chiunque, ha ancora un’arma: la determinazione a ricominciare senza uno scopo. Solo per il gusto assurdo, meraviglioso, di vedere spuntare il sole anche domani.
Forse il senso della vita è lì. In una carezza a una gatta vecchietta che ti guarda con occhi stanchi. Nella decisione, rinnovata ogni mattina, di restare ancora un po’, in piedi, a guardare lo spettacolo. Prima che cali il sipario.
(A. Battantier, Memorie di un amore, a G. Papagni, 5/26)
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