Si chiama Sofia ma poteva chiamarsi in un altro modo, e forse, da qualche parte, si chiama ancora in un altro modo. È adottata. Me lo dice con tranquillità. I suoi genitori adottivi sono “le persone che mi hanno voluta, ho preso con loro la mia strada”, si vede che ci crede.
Però stanotte non dormiva. “Perché mi chiedevo se conta di più il sangue o la fatica”, mi spiega, e intanto muove nervosamente le scarpe da ginnastica.
Sofia ha voluto immaginare che i suoi genitori biologici abbiano avuto “problemi di droga, se loro fossero stati diversi, magari sarei rimasta là e non saprei nemmeno che esiste un’altra vita”.
Lo dice senza rabbia, provando a far quadrare i conti.
I figli sono di chi li ama, non di chi li fa. Non si diventa genitori procreando. Ci vuole responsabilità. E l’altruismo, quando è quotidiano, vale più di qualunque esame del DNA.
Lei annuiva, ma teneva lo sguardo basso, a verificare la tenuta dei lacci. Poi ha tirato fuori una frase: “Io lo so che questo è un momento passeggero. È solo che certe volte il passato bussa e io vorrei aprire, per vedere se assomiglia a me.”
I momenti passeggeri meritano rispetto. Un figlio adottivo va cresciuto nella verità, prima edulcorata come una favola, poi più razionale durante la crescita. E se anche i genitori adottivi hanno sbagliato qualcosa nella comunicazione -come capita a tutti, in tutte le case- hanno amato fuori misura ugualmente.
Sofia mi ha guardato e ha sorriso: “Allora forse, quando saranno le tre di notte, invece di fissare il soffitto posso girare lo sguardo verso la porta della loro camera”.
Mentre scrivo, penso che la biologia non conta più dell’amore. Sofia troverà la strada per far pace con se stessa. Il passato è passato, e il futuro è tutto da costruire. Con le scarpe da ginnastica, un laccio per volta.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Memorie di un amore, Mip Lab, 5/26, SF)
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