Avevo sette anni quando nonno se ne andò su qualche stella.
Mi annusavo la sua giacca, quella con l’odore di tabacco e mentine. Nella tasca interna trovai un foglietto a quadretti, piegato in quattro. C’erano diciotto numeri, scritti a matita, uno dopo l’altro: 47 21 19 17 15 16 20 13 11 10 9 8 7 6 5 4 1 2 3. Non erano numeri per il lotto, almeno non solo. Erano una scala che scendeva a salti. La ricostruii con nonna e un po' mamma.
Quarantasette fu facile, nonna disse che nonno lo giocava sempre da quando i medici gli dissero del grande male.
Ventuno l’età del militare, diciannove il primo bacio, diciassette la moto, quindici la fuga. Poi il salto strano: sedici e venti, gli anni dei figli nati storti e poi raddrizzati. Tredici la guerra, undici il pane nero. E giù, giù fino a 1 2 3. Per lui non era l’inizio ma la fine del respiro: uno, due, tre, si ricomincia. Mancavano il 12, il 14, il 18: i gradini che non aveva mai voluto calpestare, i buchi neri della sua vita. Zia Elvira, che credeva nei segni, li giocò tutti, anche i buchi. Non uscì niente. Alla radio dissero un’altra combinazione e io piansi in silenzio, come si piange da grandi.
Zia spense la radio, mi mise in bocca una mentina. “Il nonno era distratto anche nei numeri”, disse. Ma non era vero.
La domenica andammo al cimitero. I grandi parlavano di marmi e fotografie. Io camminavo sui vialetti come un monaco, senza cercare nulla. Presi a calci una zolla dura, per rabbia. Sotto la terra smossa c’era un braccialetto azzurro, arrugginito ai bordi, con un piccolo elefante a sbalzo.
Il nonno diceva sempre: «L’elefante porta fortuna solo se lo trovi, non se lo compri.» Lo raccolsi, lo strofinai col pollice. Capii tutto in un lampo. I numeri non erano per vincere. Erano una mappa per tornare a casa. Il 12, il 14, il 18 erano i passi che il nonno aveva saltato perché io, quel pomeriggio, potessi trovare quell’elefante.
La fortuna non è un numero esatto. È un salto nel buio. E a volte, quando non vinci, vinci. Ancora oggi porto quel braccialetto nel portafoglio, non al polso. Ogni tanto lo tiro fuori e conto: 21, 19, 17… e mi fermo prima dei buchi, perché i buchi non si giocano, si saltano.
(A. Battantier, Memorie di un bambino, Memorie di un amore, Mip Lab, 8/26, Tonino Lo Serio)
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