Eccolo lì, Gianni il Mago, appoggiato alla ringhiera della banchina Ichnusa.
Lo chiamavano così gli amici perché si era iscritto a un corso online di magia e si allenava con loro in attesa di grandi trionfi in teatri rinomati.
Ora era un romantico in attesa. Guardava l'orizzonte, Luna Rossa là dietro, con i suoi scafi milionari. Top secret, non si poteva entrare nei cantieri: tanta tecnologia iper-sofisticata per vincere una coppa che, alla fine, è solo un calice d'argento per miliardari annoiati.
Gianni spera. Spera che lei, l'amica Sarah, inciampi nel suo stesso identico sentimento.
Gianni è stanco. Stanco di sopravviversi a Quartu Sant'Elena. La sua è una stanchezza passiva, capite? Una resa in attesa di un miracolo: che la sua amica si svegli una mattina e pensi: "Ma sì, e se mi accoppiassi con quel bel soprammobile parlante che mi racconta le sue poesie mentre sorseggio uno Spritz?"
Gianni non agisce, non ancora. Lui attende. Ha trasformato la speranza in una forma di ignavia, l'attesa in un lavoro a tempo pieno non retribuito.
Lo guarda un gabbiano. Lui parla con i gabbiani, pensa sempre che sia uno, sempre lo stesso: suo padre, morto due anni prima. E questa volta suo padre sembra dire, con quello sguardo torvo e altero: "Gianni, smetti di guardare il traguardo che non arriva mai, coglione, e guarda che cazzo stai facendo adesso, che stai perdendo tempo su una panchina."
Serve coraggio, chiedere scusa a se stessi per tanta vigliaccheria emotiva.
Serve o non serve darsi da fare? Questa è la scusa perfetta per l'immobilismo. Se il disegno finale è già scritto, perché provare a darsi da fare? Perché non restare lì, come un palo della luce, ad aspettare che la corrente passi?
Ha studiato qualcosa del genere in un libro. È la logica del potere: convincerti che la tua azione individuale è inutile è il modo migliore per renderti un ingranaggio passivo, un consumatore di illusioni sentimentali preconfezionate.
La passeggiata Ichnusa è un non-luogo perfetto per questo dramma da camera. Un palcoscenico di cemento e mare, corredato di fotografie di Zedda, dove i turisti fotografano il tramonto e i locali fotografano i turisti.
E Gianni è lì a fare da comparsa in un documentario: quello sulla "povertà emotiva nell'era del benessere".
Gianni non chiede, non rischia, non vive. Ha paura di rompere il giocattolo dell'amicizia, unica categoria relazionale rimasta dopo la svendita di tutte le altre certezze.
Forse dovrebbe prendere esempio da quei velisti di Luna Rossa. Loro almeno, quando vogliono una coppa, salgono su una barca, urlano, manovrano, rischiano di sbattere contro qualcosa.
Gianni, invece, è un veliero incagliato nella bonaccia del "forse". Non cerca il filo giusto; lo contempla, estasiato, come un cretino che guarda la propria tomba prima di morire.
Sarah poi non è passata. Si sarà fermata prima per uno spritz. Gianni però si è messo a correre insieme a un gruppo di runner scesi dalla nave crociera. L'hanno invitato a cena.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 9/26)
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