L’IDEALIZZAZIONE E LA LUCCIOLA (Ci innamoriamo di un’idea, di un riflesso, di un progetto di persona)
Era infine giunto quel momento del rapporto in cui la tappezzeria inizia a scollarsi. Come quando, in una stanza a lungo illuminata da una lampada calda, qualcuno apre d’un tratto le persiane. La luce del giorno, quella vera, è bianca, impietosa. Mostra la polvere sul comò. Mostra che il divano, visto nell’oscurità complice, è in realtà di un color senape ormai sbiadito. Ecco il principio di realtà.
Noi abbiamo un talento speciale per l’illuminazione d’atmosfera. Ci innamoriamo di un’idea, di un riflesso, di un progetto di persona.
Il sé grandioso è un regista di interni. Non gli interessano i muri portanti, gli interessano gli effetti luce. “Guarda come brilla”, ci dice. E noi, beati, crediamo che una lucciola possa essere un faro. È un errore di valutazione della scala.
La lucciola fa il suo mestiere, è il nostro occhio che la trasforma in una lanterna per non dover ammettere che fuori è buio pesto.
Poi la realtà bussa alla porta. “Si tratta delle fondamenta”, dice.
Il brusco risveglio è la distanza siderale tra la persona che avevamo in mente e quella che ci sta chiedendo, con una certa irritazione, dove abbiamo messo il pannuccio per asciugare il vetro della doccia.
Il cervello si incastra, ci spera ancora. Soffriremo sempre?.
È la domanda di chi, dopo l’ennesima delusione, si chiede se il problema sia il mondo o lo sguardo con cui lo guarda. È la domanda di chi ha scambiato l’innamoramento per una garanzia, e la delusione per una condanna.
Forse, non è una questione di “smettere di crederci”, ma di smettere di credere alle favole.
Non siamo come gli altri. Siamo come tutti, convinti che nel buio una lucciola possa bastare.
Avete notato che nel buio gli occhi iniziano ad abituarsi? E si scopre che non è poi così buio. Si distingue la sagoma di un volto, con le sue ombre, i suoi pori, le sue stanchezze. Non è un faro nella notte. È solo una persona. E per la prima volta, la si vede.
L’amore idealizzato è un’attività della mente che proietta un’immagine sulla realtà per sfuggire al vuoto. Chiamiamo questa immagine “l’altro”, ma stiamo solo contemplando noi stessi, il nostro bisogno di completezza, il nostro “sé grandioso”. Talvolta la realtà è deludente e il desiderio di una lanterna ci impedisce di vedere la bellezza umile della lucciola.
Il brusco risveglio, quel momento in cui il romanticismo lascia il posto alla realtà, non è necessariamente una tragedia.
È l’inizio della consapevolezza. Quando smettiamo di chiederci “perché non è come credevo?”, possiamo iniziare a chiederci “che cos’è, adesso?”
La sofferenza nasce dal confronto tra ciò che è e ciò che la mente ha fabbricato.
L’amore maturo non è un sentimento, ma uno stato di attenzione. Non dice “io ti ho creato”, ma “io ti incontro”.
Nel momento in cui vediamo l’altro non come un simbolo, ma come un fatto, il principio di realtà non è più un nemico.
È la porta che si apre su ciò che è vivo. E ciò che è vivo, per sua natura, cambia, respira, delude e stupisce. Senza la pretesa di essere un faro, la lucciola può essere amata per quello che è: un piccolo, miracoloso punto di luce nella notte.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 9/26)
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