Dino guidava lungo il Muro Torto. Mani ferme sul volante. I lampioni sul parabrezza: lampo, buio, lampo, buio.
Per anni aveva studiato il rigetto. Non come parola, ma come schema: riconoscere, attaccare, espellere. Fine.
Aveva fatto lo stesso con tutto il resto. Persone comprese.
Se qualcosa usciva dall’equilibrio, Dino si ritraeva. Se l’entropia saliva, tagliava.
Aveva passato così tanto tempo a osservare corpi che accettano o rifiutano altri corpi, da rendere il proprio inabitabile.
Sterile. Sicuro.
«Il problema è il rumore di fondo», disse piano.
Al lavoro lo eliminava. Dati puliti. Niente anomalie.
A casa uguale. Discussioni: eliminate. Imprevisti: eliminati.
Aveva trasformato tutto in qualcosa che tornasse.
Non tornava niente.
Aveva sempre pensato di lavorare per allungare la vita. Quella sera capì che sapeva solo misurarne la perdita.
Accostò vicino a un chiosco chiuso. Neon intermittente. Il telefono in mano, aprì la rubrica. Nomi, titoli, reparti. Poi uno senza niente accanto. Solo un nome. Si fermò. Premette.
«Pronto?»
Voce bassa, sporca di sonno. Non cambiata abbastanza.
Dino chiuse gli occhi. Il rumore di fondo era forte. Vivo.
«Sono Dino.»
Silenzio. Poi il respiro.
«Dino!?»
Come se lo stesse rimettendo a fuoco.
Guardò la pozzanghera sotto il neon. Cerchi nell’acqua, perfetti. Li conosceva tutti, quei movimenti. Non servivano a niente.
E per un attimo gli tornò la sabbia tra le mani, il vento addosso, la vespa pk lasciata storta poco sopra la spiaggia. Lei seduta accanto a lui, le ginocchia sporche di sabbia.
«Non puoi tenerla», gli aveva detto, lasciando scivolare i granelli tra le dita. «Se stringi, scappa. Se la lasci, resta addosso.»
Allora gli era sembrata una frase vaga.
«Stavo lavorando», disse. «Grafici. Curve che si spengono.»
Una pausa.
«Ho cercato per anni di capire perché un corpo rifiuta un altro.»
Non era quello.
Passò un dito sul cruscotto. Polvere.
«Ho tolto tutto quello che disturbava. Per vedere meglio.»
Un piccolo respiro.
«Ho tolto troppo.»
Dall’altra parte niente. Ma non era vuoto.
«Il segnale non esiste», disse. «È il rumore.»
Fece quasi un sorriso.
«Sei sempre stata rumore, per me.»
La frase restò lì. Nuda.
«Stasera ho spento tutto. E non sapevo dove andare.»
Un’altra pausa. Più breve.
«Non mi succedeva da anni.»
Questa volta il silenzio si mosse.
«Dove sei?» disse lei.
Non era una domanda qualsiasi. Non lo era mai stata.
«In macchina.»
«Vieni.»
Nient’altro.
Dino rimase fermo qualche secondo. Poi mise la marcia.
Non c’erano più modelli. Solo una direzione.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 4/26)
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