Secondo dei modelli durante il big bang si è creato simmetricamente al nostro universo un antiuniverso formato di antimateria. Come siamo sicuri che quello che noi chiamiamo materia non sia antimateria?
Se avessimo scambiato i nomi da bambini, lo zucchero sarebbe amaro e il sale dolce. Nessuno se ne accorgerebbe.
Continueremmo a metterlo nel caffè o nel sugo, a dire com’è buono.
Il mondo non cambierebbe di un grammo.
Solo la nostra lingua sarebbe un’altra.
Materia e antimateria sono la stessa coppia di etichette.
Dopo il botto iniziale erano pari, simmetriche, gemelle.
Poi una ha prevalso sull’altra per una frazione di miliardesimo che ancora ci sfugge.
Quella rimasta la chiamiamo materia perché è la stoffa delle nostre magliette, dei fegati, delle mani.
Ma se a sopravvivere fosse stata l’altra?
Destra e sinistra: la destra è la mano dalla parte del fegato, la sinistra dal lato del cuore.
Hai mai visto una targhetta su un elettrone con scritto ciao, sono materia? È solo burocrazia del vocabolario.
La cameriera, che ascolta senza fiatare, versa un caffè sbagliato e sorride.
Nessuno sputa, nessuno si lamenta.
E qui entra in campo l’amore,
con la sua complicata tenerezza,
l’amore che brucia e allontana,
l’odio che a volte ripara
meglio di un abbraccio.
Se all’inizio dei tempi
qualcuno ha invertito i cartellini,
se quella forza che unisce
è stata archiviata come odio,
e quella che separa
l’abbiamo chiamata amore,
allora ogni guerra è un atto d’amore mal scritto,
ogni carezza un rancore travestito.
Avremmo potuto chiamare lo zucchero sale,
il sale zucchero,
l’amore odio e l’odio amore.
Ecco perché tutto questo nel mondo.
Non è il cosmo a essere rotto: è il verbale della creazione, redatto di fretta un lunedì mattina, prima del caffè caduto sui fogli della creazione.
(A. Battantier, Memorie di una poesia, 2024. Art by Stephen Stadif)
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