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L'ENERGIA SESSUALE (Laboratorio Mip 2024 e Racconto conclusivo)

L'energia sessuale,  forza vitale complessa e stratificata, si manifesta in modo intricato all'interno delle dinamiche di coppia, diventando un vero e proprio strumento di potere, influenzando desideri e comportamenti in modo più o meno inconsapevole. 

Il potere agisca sulla libido e sul comportamento sessuale, e, in alcuni casi, l'intimità fisica può paradossalmente generare allontanamento anziché unione. 

La percezione di potere (maggiore o minore) all'interno di una relazione di coppia può intensificare il desiderio per partner alternativi e influenzare l'energia sessuale che si è disposti a investire nella coppia. 

Ciò che determina questa dinamica non è solo il potere in sé, ma la sensazione di avere un "valore di partner" superiore rispetto alla persona con cui si sta, che porta l'individuo a dare priorità ai propri bisogni, anche a scapito dell'altro. 

Un partner può non avere motivazione o energia sessuale per il partner abituale, ma sentirsi improvvisamente disponibile e appassionato con un amante o una persona al momento non disponibile. 

In questo contesto, il desiderio e l'energia non sono più spontanei, ma diventano un riflesso di una negoziazione di potere, spesso inconscia. 

Non si tratta di semplice attrazione, ma di un tentativo di riequilibrare o affermare una posizione di forza all'interno della relazione.

Prova ne è il ritiro post-coitale. Dopo un'esperienza di condivisione sessuale, può seguire un periodo di allontanamento e critiche, un improvviso ritiro emotivo o fisico subito dopo il rapporto. 

Questo comportamento, che lascia il partner confuso e rifiutato, può essere un meccanismo inconscio di autodifesa. L'intensa vicinanza emotiva e fisica del sesso può essere percepita come una minaccia alla propria autonomia, specialmente in individui con uno stile di attaccamento evitante, innescando la necessità di ristabilire una distanza emotiva.

Si tratta di un paradosso: l'atto che dovrebbe simboleggiare l'unione massima diventa il catalizzatore per la separazione. Questo meccanismo vede l'energia sessuale non come un flusso neutro, ma come un portato della storia personale, fatta di tensioni croniche e "corazze caratteriali" che bloccano l'espressione emotiva autentica

Del resto, le esperienze passate si consolidano nel corpo sotto forma di tensioni muscolari. L'atto sessuale, nella sua essenza, richiede un rilassamento e una resa che per molti non è possibile raggiungere pienamente. Se il corpo ha imparato, attraverso traumi o condizionamenti, che l'intimità è pericolosa, l'energia vitale che dovrebbe fluire liberamente dopo l'amore si blocca. 

Di conseguenza, la vicinanza genera angoscia, che il partner può tradurre in critiche, irritabilità o allontanamento fisico. 

Il desiderio, che è anche un'emozione fisiologica del corpo, si spegne come meccanismo di protezione quando il corpo non si sente sicuro. 

La rottura post-coitale può essere il risultato di una "corazza" emotiva che si riattiva non appena il pericolo della vicinanza è passato, facendo precipitare la coppia in una dinamica di rifiuto reciproco.

Per rompere questi schemi, è necessario sviluppare un nuovo tipo di consapevolezza, indagando la tensione tra impulso e significato. L’energia sessuale, da strumento di potere o fonte di incomprensione, può trasformarsi in possibilità di incontro e guarigione.

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L’energia separa, l’energia unisce. Pa e Pe abitavano al quarto piano di un palazzo grigio, con le persiane spesso semichiuse. Lui era un consulente di mezza età, con le spalle larghe e il viso segnato da una stanchezza di quelle non recuperabile facilmente con le ore di sonno. Lei lavorava in una casa d’aste, ricordo i suoi occhi che avevano imparato a non tradire le emozioni, trasformandola in uno squaletto dal volto sensualissimo.

Da due anni non facevano l’amore. O meglio: lo facevano con Pa che entrava in lei come chi adempie a un dovere, Pe chiudeva gli occhi e pensava ai quadri da valutare, o al suo amante. Poi, subito dopo, lui si alzava e andava a fumare in cucina. Lei si girava dall’altra parte e fingeva di dormire.

Pa non sapeva più quando aveva smesso di desiderare Pe. Forse era stato il giorno in cui lei aveva detto “passami l'olio…possibilmente senza farlo cadere” con una voce che gli era parsa quella di sua madre. O forse era stato quando lui aveva iniziato a togliersi le scarpe prima ancora di baciarla, come se il sesso fosse una pratica igienica. Il corpo della moglie era diventato un territorio neutro, come una strada che si percorre ogni giorno senza più guardare intorno.

La crisi non era esplosa, era filtrata. Come acqua che gocciola da un rubinetto mal chiuso, aveva riempito la loro vita di umidità e muffa.

Come arrivò il primo tradimento? Non  dall’esterno, ma dal pensiero. Da quel minuscolo scatto mentale che precede ogni azione irrevocabile.

Pa era a Mestre per una riunione. Claudia, la sua collega, portava una gonna corta e rideva con un suono che gli ricordava l’infanzia. Quella sera, dopo tre bicchieri di rosso, lui l’aveva accompagnata in camera. Non c’era stato un momento di esitazione degno di nota: solo la sensazione che il suo corpo stava finalmente ricordando qualcosa che aveva dimenticato.

Il sesso con Claudia fu sporco, necessario, senza alcuna promessa di bellezza. Lei lo morse sul collo, lui la tenne ferma per i fianchi, e quando venne pensò a Pe, ma non con rimorso: con una specie di gratitudine animalesca per non essere lì con lei.

Claudia aveva il sapore di sigarette elettroniche  (quelle che puzzano di merda di piccione) e di disperazione ben nascosta. Pa la spinse contro il muro, le alzò la gonna come se aprisse una lattina di birra, senza cerimonie. Quando entrò in lei, sentì qualcosa scricchiolare nella sua schiena, ma continuò, come si continua a bere quando la bottiglia è già vuota. Lei gemette con una voce da attrice porno, a lui piacque proprio per quella finzione. Alla fine rotolarono via l’uno dall’altra, madidi, e lui pensò: cazzo, ho ancora vent’anni. Ma non era vero. Era solo l’odore della carne che si ricorda di essere carne. Ne era valsa la pena.

Il ritorno a Roma fu una formalità. Pa si lavò i denti tre volte, comprò dei fiori a Pe, e lei li posò sul tavolo senza guardarli. Non disse nulla. Ma nel silenzio c’era già tutto.

Pa era diventato più gentile con Pe. Le portava il caffè a letto, le massaggiava i piedi la sera. E lei, invece di essere contenta, si sentiva osservata come un pesce in una boccia di vetro.

Perché Pe, a sua volta, aveva incontrato Pi. Lui era uno scultore, con le mani sempre sporche di argilla e un modo di guardare le donne che sembrava dire "so già cosa c’è sotto i vestiti". Non era bello, era presente. E la presenza, quando manca da anni, è più potente della bellezza.

Il primo bacio avvenne nel suo studio, tra i calchi in gesso. Lei pensò: sto tradendo Pe. E la parola "tradimento" le parve improvvisamente ridicola, come chiamare "furto" il fatto di bere un bicchiere d’acqua quando si muore di sete.

Pi la sdraiò su un vecchio divano di velluto verde, quello che puzzava di trementina e di sperma essiccato. Non parlava, lui. Le slacciò i jeans con una mano sola, l’altra gliela mise sulla bocca quando lei stava per dire qualcosa. "Zitta" mormorò. E lei obbedì. Era così strano non dover spiegare nulla. Lui la prese da dietro, senza preliminari, come si pianta un chiodo in un muro. A lei bruciò, ma era un bruciore che la faceva sentire viva. Dopo, rimasero sdraiati in mezzo ai calcinacci, e lui le accese una canna. Il fumo saliva lento, e Pe pensò: è così che ci si sente quando si è felici? Ma questa non è felicità. È solo non avere paura.

Pe tornò a casa a notte fonda. Pa la aspettava in cucina. Non aveva dormito. Le chiese: "Sei stata fuori fino a tardi". Non era una domanda. Era un’accusa vestita da constatazione.

Pe non rispose. Salì le scale, si spogliò, si infilò sotto le coperte. Lui la raggiunse dopo dieci minuti. La luce del lampione disegnava ombre oblique sul soffitto.

"Voglio fare l’amore con te" disse Pa. E la voce era strana, come se non fosse sua.

Lei annuì.

Ma quello che accadde fu un grottesco balletto di corpi che si cercano e si scansano. Lui la baciò, lei girò la testa. Lei gli accarezzò la nuca, lui irrigidì le spalle. Quando finalmente lui entrò in lei, durò quaranta secondi. Poi rotolò via, e disse: "Non so più come si fa con te".

Pe si alzò, andò in bagno, si guardò allo specchio. Si vide con gli occhi di un’estranea: una donna di trentotto anni con i primi capelli bianchi e un’espressione che non era né triste né arrabbiata. Era assente.

Il giorno dopo non si parlarono. E quello dopo neppure. La casa diventò un museo della Guerra Fredda: ogni oggetto, la spazzola, il portachiavi, la tazza di ceramica comprata in vacanza, era un territorio conteso.

Pa era cresciuto con una madre che lo baciava sulla fronte dicendo "gli uomini non piangono". A dodici anni aveva visto il padre uscire di casa con una valigia e non tornare mai più. Il suo corpo aveva imparato presto che l’intimità è una trappola: più ti avvicini, più puoi essere abbandonato. Per questo, dopo ogni rapporto, sentiva il bisogno di alzarsi e allontanarsi. Non era cattiveria. Era sopravvivenza.

Pe, invece, era stata desiderata troppo. Il suo primo ragazzo la voleva sempre, la toccava anche mentre lei dormiva. Aveva imparato a dissociarsi, a pensare alla lista della spesa mentre lui la penetrava. Il sesso per lei era diventato un prezzo da pagare per avere un po’ di pace. Con Pi, aveva verificato che si poteva volere senza dover subire. Ma quella scoperta era così nuova che la spaventava.

Ecco perché, quando tornava da Pi, era dolce con Pa. Ecco perché, quando faceva l’amore con Pa, pensava a Pi. Ecco perché, dopo, si allontanava.

Energia sessuale come campo di battaglia. Il corpo di lei dice “vieni”, il corpo di lui dice “scappa”. E nessuno dei due sa più chi comanda.

Pa scoprì di Pi da una mail aperta sul computer di Pe. Non la lesse tutta. Bastarono le prime righe: "Ieri è stato bellissimo. Adrenalina pura, mai scopare fu tanto desiderato. Quando mi hai morso il polso..."

La non urlò. Non pianse. Si sedette sul divano, aprì un assurdo libri di viaggi nei luoghi della Preistoria, e aspettò che Pe tornasse dal lavoro.

Quando lei entrò, lui le mostrò lo schermo “Dimmi che non è vero”, disse.

Lei avrebbe potuto mentire. Invece si sedette di fronte a lui, incrociò le gambe, e disse: “È vero. E anche tu hai qualcuna, Pa. Lo so. La piccola Claudia con le gonne corte”.

Lui sbiancò, guardandola con occhi beoti. Lei continuò: “Come lo so? Perché mi hai portato dei fiori. Tu non mi porti mai fiori. E perché dopo Mestre eri diverso. Più leggero. La colpa ti alleggeriva.”

Silenzio. Il rumore del traffico da lontano. Un bambino che gridava per strada.

“Allora finiamola qui” disse Pa.

“Sì”, rispose Pe. “Finiamola.”

Quella sera, per l’ultima volta, dormirono nello stesso letto. Avevano deciso di separarsi: l’indomani lui avrebbe preso una valigia e sarebbe andato da un amico. Ma il sonno non arrivava.

Erano le due. Pa sentiva il respiro di Pe, che non era il respiro di chi dorme. Le chiese: Sei sveglia?.

"Sì."

"Perché non andiamo a letto con gli altri, ma insieme non riusciamo più?"

Lei ci pensò un momento. "Con gli altri non abbiamo niente da perdere."

Lui allungò una mano. Lei la prese. Non era un gesto erotico, era un gesto disperato, come due naufraghi che si aggrappano allo stesso relitto.

Poi accadde qualcosa che nessuno dei due aveva previsto. Pa la baciò come non l’aveva mai baciata. Non era un bacio tenero.  Le afferrò i capelli e la spinse giù sul materasso. Lei rise: "Così mi piaci" disse. Lui le strappò la maglietta, i bottoni volarono per terra. Lei lo graffiò sulla schiena, e lui gemette non per il dolore ma per il piacere di sentire qualcosa di vero. Entrò in lei. Lei alzò i fianchi, lo strinse con le gambe, e per la prima volta non pensò a Pi. Lui non pensò a Claudia. Pensarono solo a quanto fossero stupidi, a quanto tempo avevano sprecato, a come l’odio e il desiderio siano la stessa identica cosa vista da due lati diversi. Vennero praticamente insieme, cosa che non succedeva da anni, rimasero abbracciati, sudati, avvolti da una tenerezza improvvisa, spiazzante. "Non ti lascio andare" mormorò lui. "E chi te lo fa fare" rispose lei.

Dopo, non ci fu il solito ritiro. Non ci fu il silenzio gelido, né la fuga in cucina. Pa rimase lì, con il braccio sotto la testa di Pe, e si sentì vulnerabile come non mai. Aveva paura, il cuore che batte, le gambe che tremano, la consapevolezza di essere vivo.

Fuori, la città cominciava a schiarire. Passò un camion della nettezza urbana. E loro due, nel letto sfatto, iniziarono a ridere. Una risata liberatoria. La risata di chi ha toccato il fondo e ha scoperto che il fondo era solo un trampolino.

Non vissero di certo felici e contenti. Ma quella notte, per la prima volta, smisero di usare l’energia sessuale come un’arma.a trattarono, invece, come un oggetto fragile e prezioso che avevano rotto e riparato con amore. Il desiderio non è un diritto, né una merce di scambio. È un muscolo che va allenato, anche quando fa male. Soprattutto.


(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 2025. Le crisi di coppia, Mip Lab 24, Pa e Pe)


#memoriediunamore 
#MIPLab 

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