Ho parlato con l’organista stamattina. Gli ho chiesto se quel brano fosse di Bach. Lui ha sorriso e mi ha detto che no, non è Bach. O meglio: lo è, se serve dirlo, ma in realtà lo inventa lui.
Mi ha raccontato che viene qui ogni mattina, quando la chiesa è ancora mezza vuota. Si siede all’organo e lascia andare le mani, senza programma, senza partitura, come se la musica gli passasse attraverso invece di uscire da lui.
Al prete, per quieto vivere, dice che è Bach. Il prete annuisce, rassicurato dall’ordine delle cose, e questo basta a tutti.
Ma la verità è che non è Bach. È qualcosa di vivo, che accade lì per lì e poi sparisce.
Io l’ho guardato mentre parlava, e c’era una felicità semplice nel suo modo di stare al mondo, come se avesse trovato un accordo segreto tra quello che è e quello che fa.
E senza accorgermene, mi sono sentito felice anch’io, come quando riconosci una libertà possibile e, per un attimo, ti sembra anche tua.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 4/26)
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