Cinquant’anni dopo lo dico, tanto ormai ho l’età in cui certe cose si possono confessare senza che ti prendano per scemo. Avevo nove anni. Mia madre era ricoverata a Cagliari, in coma farmacologico dopo un’operazione complicata. Mio padre stava là, io ero rimasto dagli zii a Carloforte.
La notte in cui successe, non dormivo da tre giorni. Mi alzai, scavalcai la finestra bassa e andai alla Caletta.Ero triste e non sapevo pregare, andai in spiaggia, come se il mare fosse un orecchio.
Il cielo era nero e pulito, ma la luna non c’era. Alzai gli occhi e niente. Assenza precisa, quasi scortese. Camminai sulla sabbia fredda fino alla riva. E lì la vidi.
Stava sulla battigia, appoggiata come una conchiglia gigante.
La luna. Non il suo riflesso: proprio lei, scesa.
Uno spicchio opalescente, leggermente inclinato, emanava una luce fioca, educata, come se chiedesse scusa di essere lì. Mi sembrava fragile e stanca.
La toccai. Era tiepida, liscia, un po’ umida. La sabbia intorno brillava. Mi sedetti accanto a lei. Un bambino non si stupisce più di tanto: il mondo è già pieno di cose che non tornano, una in più non fa rumore.
“Sei scesa per dirmi qualcosa?” le chiesi. Silenzio. Però stava lì, e già quello era un discorso. La marea le lambiva il bordo senza spegnerla. Pensai che se la luna era caduta, forse anche la fortuna poteva cadere dalla parte giusta.
Non so quanto rimasi. Quando tornai a letto, l’alba stava slacciando il buio. La mattina dopo, mio padre chiamò: la mamma aveva aperto gli occhi, chiedeva di me. Passarono due giorni e la luna in cielo tornò, identica, come se niente fosse.
Per cinquant’anni non l’ho detto a nessuno. Perché se racconti che hai visto la luna sulla spiaggia la notte in cui tua madre usciva dal coma, la gente sorride e pensa: poveretto, un abbaglio, uno scherzo della stanchezza. E magari è vero.
Solo che io quella sabbia luminosa l’ho avuta sulle dita per un giorno intero. E il punto non è se la luna sia scesa davvero. Il punto è: perché?
Avrebbe potuto dirmelo in sogno, far splendere una stella, mandare un segnale qualunque. Invece no: è venuta di persona. Forse l’universo, quando ha a che fare con un bambino che non dorme e ha la madre lontana, smette di fare il misterioso e usa le maniere semplici. Scende, si siede accanto, sta zitto. Come un adulto che finalmente ha capito che le spiegazioni rovinano tutto.
Certe notti, ancora adesso, guardo la luna piena e le chiedo: “Sei tu quella?” Lei non risponde. Ma a volte, per un istante, mi sembra che ammicchi. E io ricordo che le cose più importanti accadono senza testimoni, e che forse l’impossibile è solo un fatto che non ha ancora trovato il suo testimone giusto.
(A. Battantier, Memorie di un bambino, Mip Lab, 4/26)
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