Un ramo. Un giovane alberello vestito di foglie. Accanto, tre bambini di circa otto anni. Saltavano. Ridevano forte, un riso di rabbia. Volevano spezzarlo. Per gioco. Per noia.
Mi sono avvicinato: “Fermatevi, l’albero si fa male”.
Si sono bloccati un istante.
Poi è arrivata la madre:
“E lei chi è? Il guardiano del parco? Il parco è di tutti, i bambini giocano!”.
Ha detto così. E i bambini, rianimati, hanno ripreso a saltare.
Mi sono messo davanti al ramo, fisicamente. La madre all’amica: “Perché la gente non si fa gli affari suoi?”.
No, signora. Non è un affare suo. È un affare di tutti. Questa Terra non è un supermercato dove entri, consumi e butti. È la casa. E la casa, quando la rompi, ti cade addosso.
Quei bambini non odiano l’albero. L’hanno dimenticato. Non sanno che sotto la corteccia c’è linfa che sale, che quel ramo in primavera avrebbe fatto fiori, che un uccello ci avrebbe fatto il nido. Nessuno ha mai detto loro: “Tocca con cura, respira la foglia, chiedi scusa se fai male”.
La scuola parla di ambiente come di una materia (quando viene insegnata).
E molti grandi, davanti a un bambino che spacca un ramo, vedono solo “un bambino che gioca”. No. È un bambino che impara a non vedere. A non sentire. A non amare.
Dovremmo essere tutti guardiani di questo parco, di questa Terra. Anche tu, madre che ti arrabbi (soprattutto te).
L'educazione non è lasciar fare. È mostrare la strada. E la strada è la Terra.
La natura è un personaggio con cui parlare, piangere, ridere. Non da rompere.
Se non insegniamo ai bambini che un ramo è più fragile del loro osso, un giorno si romperanno loro. E la Terra, stanca, smetterà di fiorire.
(A. Battantier, Millo Peg e le memorie della terra, 4/26)
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