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LA SINCERITÀ SALVA O DISTRUGGE?

La sincerità salva o distrugge? Dipende dal prezzo della bugia. In amicizia, è il bisturi con cui dici alla migliore amica che il compagno la tradisce, o viceversa: ti ringrazia tagliandoti le gomme e togliendoti l'amicizia. Alle volte l’amicizia non vuole verità, vuole un complice che dica “hai ragione tu” mentre ordini il quarto o quinto…boh  non ricordo…gin tonic. Capita che dici la verità agli amici resti e solo; se menti resti solo con testimoni. In amore, la sincerità è un afrodisiaco letale. “Ti amo” salva. “Ti amo ma vorrei scopare il tuo amico che adesso è amico mio ma non mi basta come amico” distrugge, e fa bene: almeno sai perché ti senti male. Il desiderio chiede permesso e poi si vendica. La coppia è la risposta? La domanda è: qual è il modo più elegante di mentire per 20 o 30 anni? Nel lavoro, poi, la sincerità è eversiva. Dire  al capo “questo progetto è una cazzata” ti fa licenziare con onore; dire “ottima idea, capo” ti fa promuovere con nausea. La b...

NEL TEMPO CHE HAI METTI TUTTA LA VITA CHE PUOI

Qualcosa accadde in questa coincidenza e ci svegliammo. Corriamo verso il nulla cavalcando tappeti di illusioni. Ho smesso di imbottigliare il tempo. Lo voglio bere. Nel tempo che hai, metti tutta la vita che puoi. (A. Battantier, Memorie di una vita, Mip Lab, 9/26, Dorothy) #memoriediinamore #MIPLab

CAMMINARE: IL LOGORIO DELLA VITA MODERNA

CAMMINARE: IL LOGORIO DELLA VITA MODERNA (Camminare è una metafora della vita. Ti muovi, ti stanchi, arrivi. E poi scopri che il tuo ginocchio ha la cartilagine consumata. Ma non è la camminata che ti ha consumato. Il Sole 24 Ore non lo scriverà mai, perché non vende.) Il “Sole 24 Ore” ha scoperto che camminare fa male. Sì, avete capito: mettere un piede davanti all’altro consuma le ginocchia. Meglio vegetare sul divano con una birra in mano. L’ingegneria sociale prevede che, se convinci il popolo che il movimento è pericoloso, ottieni due risultati: una popolazione obesa, quindi dipendente dal sistema sanitario privato, e consumatori immobili, perfetti per l’e-commerce e la pubblicità targettizzata. Camminare “consuma”. Anche respirare consuma ossigeno, ma il vero problema è che c’è molto bisogno di cittadini seduti, muti e possibilmente obesi. Se non cammini, muori. E non per l’artrosi. Muori di noia, di solitudine, di diabete. Ti dicono che camminare fa male, ma poi ti vendono l’int...

QUEL DETTAGLIO CHIAMATO AMORE (quando denunciare non basta)

Qualcuno, da qualche parte, ha dormito per mesi con uno spruzzino di candeggina e un martello sotto il letto. L'amore dovrebbe essere la cosa più semplice del mondo. E invece, a volte, è una donna che controlla se il coltello è ancora nel cassetto. A volte è un uomo che scrive "sarò tuo anche se non posso più esserlo" e crede di aver detto una cosa bella. A volte è un bambino che ripete le parole del padre e nessuno sa da dove vengano. Perché non è andata via prima? Perché non ha denunciato? Ma forse la domanda è un'altra: perché lui non si è fermato? Perché nessuno gli ha insegnato che l'amore non è possesso? Perché chiamiamo ancora "raptus" quello che è un piano? Lorena aveva denunciato. È morta lo stesso. Il dettaglio è che denunciare non basta. Che le leggi arrivano dopo. Che il braccialetto non ferma chi ha già deciso. Che il narcisista non si ferma davanti al rifiuto, perché il rifiuto non ferisce il suo cuore, ferisce la sua immagine. E l'i...

IL SOLLETICO E L’ADDIO RINVIATO

Quando ci siamo infilate sotto la scalinata, dopo ore di chiacchiere oziose, dopo un addio rinviato fino a diventare assurdo, è scattato l’istante del solletico. C’era odore di polvere, di pietra umida, di nascondiglio. Lei si è avvicinata. Anch’io, perché un momento così non ricapita. «Non ti bacio mica», ha detto, ma intanto si avvicinava e io sentivo il suo odore. Dio, che stuzzicate nel cervello. Ci siamo ritrovate a piangere nei silenzi degli sguardi perduti. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 9/26) #memoriediunamore #MIPLab

L’IDEALIZZAZIONE E LA LUCCIOLA (Ci innamoriamo di un’idea, di un riflesso, di un progetto di persona)

Era infine giunto quel momento del rapporto in cui la tappezzeria inizia a scollarsi. Come quando, in una stanza a lungo illuminata da una lampada calda, qualcuno apre d’un tratto le persiane. La luce del giorno, quella vera, è bianca, impietosa. Mostra la polvere sul comò. Mostra che il divano, visto nell’oscurità complice, è in realtà di un color senape ormai sbiadito. Ecco il principio di realtà. Noi abbiamo un talento speciale per l’illuminazione d’atmosfera. Ci innamoriamo di un’idea, di un riflesso, di un progetto di persona. Il sé grandioso è un regista di interni. Non gli interessano i muri portanti, gli interessano gli effetti luce. “Guarda come brilla”, ci dice. E noi, beati, crediamo che una lucciola possa essere un faro. È un errore di valutazione della scala. La lucciola fa il suo mestiere, è il nostro occhio che la trasforma in una lanterna per non dover ammettere che fuori è buio pesto. Poi la realtà bussa alla porta. “Si tratta delle fondamenta”, dice. Il brusco ri...

E POI DISSE IL MAGO

Eccolo lì, Gianni il Mago, appoggiato alla ringhiera della banchina Ichnusa.   Lo chiamavano così gli amici perché si era iscritto a un corso online di magia e si allenava con loro in attesa di grandi trionfi in teatri rinomati.   Ora era un romantico in attesa. Guardava l'orizzonte, Luna Rossa là dietro, con i suoi scafi milionari. Top secret, non si poteva entrare nei cantieri: tanta tecnologia iper-sofisticata per vincere una coppa che, alla fine, è solo un calice d'argento per miliardari annoiati. Gianni spera. Spera che lei, l'amica Sarah, inciampi nel suo stesso identico sentimento. Gianni è stanco. Stanco di sopravviversi a Quartu Sant'Elena. La sua è una stanchezza passiva, capite? Una resa in attesa di un miracolo: che la sua amica si svegli una mattina e pensi: "Ma sì, e se mi accoppiassi con quel bel soprammobile parlante che mi racconta le sue poesie mentre sorseggio uno Spritz?" Gianni non agisce, non ancora. Lui attende. Ha trasformato la speranz...

NUMERI AL LOTTO (a volte, quando non vinci, vinci)

Avevo sette anni quando nonno se ne andò su qualche stella. Mi annusavo la sua giacca, quella con l’odore di tabacco e mentine. Nella tasca interna trovai un foglietto a quadretti, piegato in quattro. C’erano diciotto numeri, scritti a matita, uno dopo l’altro: 47 21 19 17 15 16 20 13 11 10 9 8 7 6 5 4 1 2 3. Non erano numeri per il lotto, almeno non solo. Erano una scala che scendeva a salti. La ricostruii con nonna e un po' mamma. Quarantasette fu facile, nonna disse che nonno lo giocava sempre da quando i medici gli dissero del grande male. Ventuno l’età del militare, diciannove il primo bacio, diciassette la moto, quindici la fuga. Poi il salto strano: sedici e venti, gli anni dei figli nati storti e poi raddrizzati. Tredici la guerra, undici il pane nero. E giù, giù fino a 1 2 3. Per lui non era l’inizio ma la fine del respiro: uno, due, tre, si ricomincia. Mancavano il 12, il 14, il 18: i gradini che non aveva mai voluto calpestare, i buchi neri della sua vita. Zia Elvira,...

QUANTUM NON DATUR (L'amore e la meccanica quantistica)

Lanci una palla contro il muro, la palla torna indietro. Logico.  La meccanica quantistica ti dice che una particella, a volte, non torna indietro. Non scavalca, non sfonda, semplicemente, appare dall’altra parte. Un passaggio segreto nella materia, un’eccezione alla regola del rimbalzo. L’amore di coppia, per come lo immagino, è spesso una questione di palle e di muri.  Io lancio una parola, un gesto, un’esigenza. Tu sei il mio muro: la respingi, la fai tornare indietro, a volte con violenza, a volte dolcemente.  Impariamo la fisica del rimbalzo fin da bambini: a ogni azione, una reazione. Se ti amo, mi ami. Se ti ferisco, mi ferisci. Se parlo, rispondi.  Costruiamo la nostra vita insieme su questa meccanica rassicurante, prevedibile, a volte estenuante. E poi c’è l’altro fenomeno, quello che non torna. Succede quando in una coppia, all’improvviso, qualcosa di mio appare in te, senza che io l’abbia lanciato.  Un pensiero che avevo formulato a metà, una paura ch...

NUOVA FORMA

Non ricomporremo il vaso com’era.   I cocci non si baciano più.   Ma con le dita lente come il mare dentro di noi, proviamo e riproviamo un mosaico storto: la crepa d’oro, il vuoto che lascia respirare, l'edera nata dal punto in cui tremolava  la vecchia porcellana. La terra si spacca per fare spazio a un seme che farà fiorire il cielo. Non dobbiamo trovare i pezzi giusti: che nasca nuova geometria.   Tu porta un braccio, io una radice. Tanto non ridiventeremo interi ma saremo quel ramo che si innesta su un tronco che non c’è. Utile è il gesto,  la mano che non cerca di chiudere.   Non si torna come prima,  amare non è un incastro,  è rarissima pioggia che dà forma alle pietre. (A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 8/26) #memoriediunamore #miplab

LA SERA DEI FUOCHI

Mirko, tredici anni, scarpe da ginnastica con la suola che si apre come una bocca affamata. Suo padre non c'è, sua madre lavora in una mensa e torna a casa la sera con le caviglie gonfie e un odore di sugo e disinfettante attaccato ai vestiti. La sera dei fuochi, Mirko è sul balcone, il ferro arrugginito che gli segna i palmi. In lontananza, il cielo si squarcia in un cespuglio di scintille rosse e verdi. Rumore di botti, secco. Sua madre alza gli occhi dal divano, senza alzare la testa. “Sara' il bar sotto i portici, quello delle feste di compleanno. Gente che paga per far bum. Meglio che pensare al resto.” Mirko annuisce. Sa tutto del resto. Il resto è piazza Bengasi, a due passi, dove gli spacciatori non hanno bisogno di fuochi per avvisare che la roba è arrivata. La roba è sempre arrivata, è lì da prima che lui nascesse, posata sulle panchine. Il resto sono le sirene dei carabinieri alle due di notte, le retate, i cittadini di Borgo San Pietro. Mirko ha imparato a legge...

NAUFRAGI D'AMORE (L'amore è un incidente dove a volte nessuno si fa troppo male. Ma è pur vero che chi getta semi al vento farà fiorire il cielo)

Pensavo di portare dentro abissi che nessuno vedeva. Poi ho scoperto che la maggior parte di questi abissi erano pozzanghere. Si vocifera che’anima trova sempre il modo di tornare calma. Fortuna esiste la reincarnazione, poiché non bastano 7 vite per tornare calmi. Alle volte il tempo non guarisce un bel niente, semplicemente cicatrizza. E si confonde il callo con la saggezza.  Qualcuno parla di amore come fosse un puzzle, affermando che i pezzi si possono ricomporre.  Qualcuno afferma che il gorgo non ci appartiene. Ma il gorgo forse è l'unica cosa che ci appartiene. Noi siamo il gorgo. Un risucchio di cliché, di aspettative deluse e di "e se fosse andata diversamente".  C'è chi ritiene di essere il mare calmo dopo la tempesta. Magari è la pozzanghera che riflette un cielo finto. L'amore non ricompone niente. L'amore è un incidente dove a volte nessuno si fa troppo male.  Tempo fa mi sono guardato allo specchio. Non ho trovato abissi. Ho trovato una persona s...

L'ODORE E IL SAPORE (all'improvviso, senza alcuno sforzo di volontà, non siamo più noi a ricordare, ma è il ricordo a possederci)

Un dettaglio nella memoria, le fotografie sbiadiscono ma l'olfatto e il gusto restano primordiali àncore alla vita passata. Per Proust l'edificio immenso del ricordo non poggia su fondamenta di pietra, ma su una briciola di madeleine sciolta nel tè. Arriva come un refolo di vento dalle scale, da una finestra dimenticata aperta. E all'improvviso, senza alcuno sforzo di volontà, non siamo più noi a ricordare, ma è il ricordo a possederci.  Siamo i testimoni inerti di un passato che torna, non come un album da sfogliare ma come un'atmosfera in cui siamo immersi fino al collo. Quale idea astratta può competere con la fedeltà caparbia di un odore?  L'odore della pioggia sull'erba d'estate in campagna, l’elicriso sulle rocce dell'isola amata, il sapore metallico dell'acqua dalla fontanella del parco, l’odore di pane da zio Vigliano e zia Teresa, il sentore di polvere e cera nella casa dei nonni.  L' archivio dell'esistenza non cataloga eventi ma st...

IL MOSTRO IN SALOTTO: LA GENERAZIONE RESET PRESENTA IL CONTO

Ti fissano con occhi storditi, pollice che scorre su uno schermo che vale come niente mille o duemila euro. Hanno smesso di parlare, emettono grugniti e monosillabi, come se il vocabolario fosse un'app a pagamento che si rifiutano di scaricare. Guai a staccargli la spina. Letteralmente. Perché il giorno in cui gli togli il caricabatterie, il caro pargolo che hai cresciuto a suon di "tutto per lui" si trasforma in uno psicopatico da film di serie B. Sono risucchiati dal digitale. O meglio, siamo stati noi a parcheggiarli davanti a un tablet all'età di due anni per poter guardare una serie in santa pace. E adesso piangiamo perché il mostro ci morde la mano. La società ha creato dei piccoli imperatori analfabeti emotivi, convinti che la realtà sia un videogioco con il tasto "reset". Se la maestra gli dà un brutto voto, è colpa della maestra. Se il padre alza la voce, è violenza domestica. Ma se loro sfasciano una porta a calci perché la connessione lagga, è ...

HAI FATTO UN FIGLIO CON UN'ALTRA?

C'era una volta, e c'è ancora, un esemplare mascolino con il testosterone al posto del lobo frontale. Uno che quando dice "ti amo" intende "firmami la ricevuta di proprietà". Lei l'ha capito, ha fatto un passo laterale e l'ha lasciato lì, con la sua erezione dell'ego in mano. Passano mesi. Lei pubblica una foto con un bebè in braccio. Apriti cielo. Il Nostro risorge dal letamaio dell'orgoglio ferito: "Lo sapevo brutta trota! Ti sei rifatta una vita con un altro!" Peccato che il piccolo sia figlio di un'amica. Peccato per lui, che non concepisce una donna senza un uomo che la definisca. Peccato per lui, che misura il valore di una donna dalle ombre maschili che la coprono. La gelosia è il sentimento dei proprietari, non certo di chi è innamorato. È il rancore del padrone che scopre la casa vuota. La fabbrica del maschio medio produce questo: un individuo che non sa amare, sa solo sorvegliare. Quando la sorvegliata se ne va...

BULLISMO INFANTILE E ADOLESCENZIALE: QUAL È IL RUOLO DELLA FAMIGLIA E DELLA SOCIETÀ?

Il cortile della scuola è un laboratorio di personalità. Tra uno spintone e un selfie, si impara la grammatica del potere. Il maschio bullo alza la voce, usa il corpo, sfida l’autorità. La femmina bulla abbassa la voce, usa lo sguardo, l’esclusione, il pettegolezzo: una strategia di avvelenamento sociale. Entrambi hanno un ego che scambia la crudeltà per grandezza. Il narcisismo è la radice: un’immagine di sé gonfiata come un pallone, che non tollera spilli. Per questo (solitamente) rifiutano lo sport: lì il punteggio è oggettivo, l’arbitro non si corrompe, la sconfitta è pubblica. Meglio il branco, dove si può essere re senza corona. Dietro ogni piccolo tiranno c’è un adulto che applaude. Il padre che dice “mio figlio sa farsi rispettare”, la madre che giustifica “è solo un ragazzino”. La società è il suo specchio deformante. Premia l’arroganza, il successo a ogni costo, la bellezza come merce. I ragazzi non inventano nulla: copiano. L’arroganza intellettuale è un’altra faccia:...

I GRANDI AMORI SONO SEMPRE IN CAMMINO… (finché l’io resta la misura di tutte le cose, l’altro è solo un’immagine da esporre)

Alda Merini diceva che i grandi amori sono sempre in movimento. Certo, dipende in quale direzione si sta andando.  In certe coppie il movimento è diventato un galleggiamento: non si litiga più (o troppo malamente), non ci si bacia più, si sta insieme per non restare soli.  La solitudine in due è la peggiore, perché non ha nemmeno il coraggio di chiamarsi con il suo nome. La noia è un rancore educato; il rancore è una noia che ha perso le buone maniere. C’è poi la trappola dell’io. Quando il legame diventa una contrattazione utilitaristica, un contratto di mutuo soccorso senza soccorso, l’altro non è una soggettività, ma un mezzo per soddisfare bisogni personali. Lo si trasforma in un oggetto di consumo.  Ci si ripiega su sé stessi per paura dell’incertezza e si cerca nella relazione una garanzia di protezione egoistica.  Ma finché l’io resta la misura di tutte le cose, l’altro è solo un’immagine da esporre. L’amore autentico richiede il superamento dell’egocentrismo....

FACCIAMOLI DUE CONTICINI

Importanti riunioni aveva sempre da fare mio padre.  Diceva: "C'è un pezzo che è molto difficile trovare" ed io cercavo il tassello di un puzzle. Non l'ho ancora trovato.   Nonno era fragoroso ed ampolloso. Mi parlava dei suoi tempi d'oro ma almeno mi amava. Lo ricordo sporcarsi di fuliggine accanto alla sua stufa, accarezzare la testa del segugio. Mi narrava di mirabolanti possedimenti d'oltre mare.  A me oggi basterebbe uno scoglio, starmene ammassato in un ambiente ristretto con me stesso.   Ed invece in un cerchio dantesco sono immerso, schiacciato da una massa di cialtroni che chiede entusiasta il bis di un indegno spettacolino che a me invece fa cacare.   Da piccolo credevo di essere immortale ed altre cose strane.   (Andrea Battantier, Memorie di un adolescente, Memorie di un amore, Mip Lab, 2004, EdoT) #memoriediunadolescente  #memoriediunamore  #MIPLab  #stephenstadif 

IL SOLE DI MIA NONNA

La verità sta nel mezzo, diceva mia nonna. Chi demonizza il sole dimentica la vitamina D; chi lo cerca senza filtri rischia ustioni e tumori. Le creme chimiche proteggono ma contengono sostanze discutibili; quelle fisiche (ossido di zinco) sono più sicure. Le magliette UV in acqua sono ottime, specie per bambini (le uso anch'io), ma non bastano per il viso (a meno che nuoto contrario al sole). Il buon senso? Esporsi gradualmente, evitare le ore 11-16, e usare la protezione adatta al fototipo. Alternare barriere, magliette, creme e ombra, soprattutto ascoltando la pelle, è scelta saggia. (Didier Doutest: Lao in the company knows the formula, Mip Lab, 2016) #didierdoutest #MIPLab

QUANDO L’INQUILINO DEL TERZO PIANO ERO IO (come persi la mia identità e come la ritrovai)

Quando ho visto “L'inquilino del terzo piano” per la prima volta, ho provato un brivido di gelida immedesimazione. Il protagonista, stritolato dall'invisibile e giudicante sguardo dei vicini fino a perdere la propria identità e a lanciarsi dalla finestra, era la trascrizione clinica della mia disintegrazione interiore. Sono cresciuto in una “small town” di provincia, proprio come quella cantata dai Bronski Beat. Un microcosmo claustrofobico dove la diversità è una colpa da espiare. In casa, la trappola aveva due volti: quello di mia madre, un affetto iperprotettivo e soffocante che mi limitava per la paura di vedermi soffrire, e quello di mio padre, che mi demoliva con spietata continuità. Per lui non ero un figlio, ma un "omuncolo" con le "chiappe chiacchierate", un'evirazione simbolica continua che squalificava la mia esistenza. Per sopravvivere ho fatto esattamente come il protagonista del film di Polanski: ho indossato la maschera che gli altri ave...