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QUANDO L’INQUILINO DEL TERZO PIANO ERO IO (come persi la mia identità e come la ritrovai)

Quando ho visto “L'inquilino del terzo piano” per la prima volta, ho provato un brivido di gelida immedesimazione. Il protagonista, stritolato dall'invisibile e giudicante sguardo dei vicini fino a perdere la propria identità e a lanciarsi dalla finestra, era la trascrizione clinica della mia disintegrazione interiore.

Sono cresciuto in una “small town” di provincia, proprio come quella cantata dai Bronski Beat. Un microcosmo claustrofobico dove la diversità è una colpa da espiare. In casa, la trappola aveva due volti: quello di mia madre, un affetto iperprotettivo e soffocante che mi limitava per la paura di vedermi soffrire, e quello di mio padre, che mi demoliva con spietata continuità. Per lui non ero un figlio, ma un "omuncolo" con le "chiappe chiacchierate", un'evirazione simbolica continua che squalificava la mia esistenza.

Per sopravvivere ho fatto esattamente come il protagonista del film di Polanski: ho indossato la maschera che gli altri avevano progettato per me, diventando l'inquilino abusivo di una vita non mia.

Pensavo che scappare a Brighton avrebbe fatto il miracolo. Credevo che quel luogo avrebbe regalato un'istantanea catarsi. Invece, una volta arrivato, la libertà mi ha schiacciato. Ho capito sulla mia pelle una grande verità: puoi cambiare coordinata geografica, ma l'appartamento claustrofobico te lo porti dentro. Tra le strade aperte di Brighton mi sentivo ancora un intruso paranoico, perseguitato dal giudizio interiorizzato di mio padre e dal senso di colpa instillato da mia madre.

La vera liberazione non è arrivata varcando un confine, ma lavorando sulle macerie del passato. Elaborare il trauma ha significato capire che la voce svalutante di mio padre parlava dei suoi demoni, non della mia identità. Solo disinnescando quel condominio di fantasmi ho smesso di voler "saltare dalla finestra".

Oggi la mia casa non è più un perimetro di mura rigide, ma uno spazio d'intimità: l'ho trovata negli occhi accoglienti del mio compagno. Con lui non devo recitare alcuna metamorfosi: ho finalmente smesso di essere un inquilino provvisorio per diventare il legittimo proprietario della mia vita.

(A. Battantier, Memorie di un amore, Joaquin, Mip Lab, 7/26)

#memoriediunamore
#MIPLab
#RomanPolanski




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