Tutti abbiamo un ruolo, il mondo è un palcoscenico dove la maschera aderisce al volto così bene che poi non si stacca più.
C’è chi fa l’avvoltoio - e lo fa con dolo, con intenzione- o la jena, ridendo della carcassa altrui. Io no.
Io ho scelto il camaleonte. Non per viltà, ma per un’intuizione chimica: l’identità è un precipitato instabile. Cambio colore, aderisco allo sfondo, divento il ramo, la foglia, la corteccia di chi mi sta accanto. Sparisco. E in questo sparire scopro la libertà di non esserci del tutto.
Proprio il camaleonte, quello che sembra non avere un centro, forse è l’unico che di centri ne ha mille, e li attraversa con la leggerezza di chi sa che ogni ruolo è un prestito. Prendere sul serio una sola maschera è la via più rapida per l’infelicità.
Qual è il nostro ruolo nel mondo? Utile è imparare l’arte di cambiare pelle senza strapparsi.
Sapersi adattare è comprensione profonda che il sé è un’ipotesi, mai una tesi.
Qualcuno lo chiama opportunismo. Il camaleonte mangia insetti vivi, sta fermo, aspetta, non aggredisce: diventa, così poroso da accogliere il mondo.
Poi, certo, viene sera, e il camaleonte, da solo sul ramo, forse non sa più di che colore era all’inizio. Ma è grave? All’alba il sole non chiede mai alle cose di avere un nome.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, Vitto kii, 18 anni, 6/26)
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