SUL CONCERTO DI ULTIMO: CARO PAPÀ… (Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. Strano, perché il Sistema sembra sempre in splendida forma)
Caro papà, ho cercato di capire il tuo pensiero. Che ti devo dire, sembra il verbale dell'autopsia di un concerto. Tu vai a cercare l'imperialismo tra gli accendini dei cellulari, il neoliberismo tra i cori, il genocidio dentro un bis. Io, invece, ero semplicemente lì. A cantare. Poi su molte cose la penso come te, e lo sai.
Voi avete avuto il Sessantotto (che poi nonno, nemmeno te!). Noi abbiamo TicketOne.
Ci chiedi perché Ultimo non parla delle guerre, del capitalismo, degli algoritmi, delle oligarchie. Io ti rispondo con una domanda: e dopo cinquant'anni di editoriali, manifestazioni, rivoluzioni annunciate, libri, dibattiti, festival dell'impegno, conferenze sulla pace e cortei contro tutto, come siamo arrivati fin qui?
Con più guerre, più disuguaglianze, più precarietà, più sorveglianza e perfino un pianeta che sembra avviato all'Apocalisse.
Forse non siamo noi quelli che devono rendere conto.
Ogni generazione racconta ai figli di aver combattuto il Sistema. Strano, perché il Sistema sembra sempre in splendida forma.
Cambiano gli slogan, cambiano le barbe, cambiano i caratteri tipografici dei manifesti. Il conto corrente del potere, invece, ingrassa.
Magari siamo qualunquisti, hai ragione. A voi piaceva credere che la musica dovesse cambiare il mondo. A noi basta che, per una sera, cambi l'umore. È molto meno ambizioso ma almeno è onesto.
Dici che il concerto è uno sfogatoio. Certo che lo è. Come il cinema o una birra con gli amici. Una risata. Perfino questa tua lettera, se ci pensi. Solo che tu chiami il tuo sfogo "analisi sociologica" e il mio "alienazione". Pare proprio che la dignità cambi nome a seconda dell'età.
Ci rimproveri di rifugiarci nelle emozioni. Ma siete stati voi a costruire un mondo dove una casa costa, neanche lo so quanto costa ma so che è un sogno irrealizzabile. Oggi dobbiamo lavorare di più per comprare meno.
E poi vi stupite se per tre ore vogliamo urlare una canzone invece di discutere dell'ordine multipolare.
Avete distrutto il mondo ed ora ve la prendete con noi e ci fate la morale.
Voi avete avuto il privilegio di credere che il futuro fosse una promessa. E noi?
Papà, lasciaci almeno un concerto. A volte una canzone serve soltanto a ricordarti che sei vivo.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 7/2026, Giulio F., 23 anni)
#MIPLab
#memoriediunamore
#memoriediunadolescente
#memoriediunacanzone
#ULTIMO
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“Sogni appesi" mi piace perché ci parla delle nostre fragilità, paure e fallimenti. Ma anche il coraggio di rialzarsi trasformando le sconfitte in una speranza per il futuro.
Provo a dimenticare, scelte che fanno male. Abbraccio le mie certezze, Provo a darmi da fare Ma ancora non riesco a capire se il mondo un giorno io potrò amarlo se resto chiuso a dormire quando dovrei incontrarlo.
Quello che cerco di dire da quando scappavo da tutto, quando ridevano in gruppo, tornavo e scrivevo distrutto.
È che ho gridato tanto, in classe non ero presente, sognavo di vivere in alto, dimostrare che ero un vincente.
E quando ho incontrato me stesso gli ho urlato di odiarlo contro.
E lui ha diviso le rotte. Ma guarda che strana la sorte, oggi che mi sento bene io lo rincontro per strada, gli chiedo di ridere insieme.
E dimmi che cosa resta se vivi senza memoria.
Perdo la voce, cerco la pace e lascio che la vita viva per me
E dimmi che cosa senti se scopri di avere paura.
Brucio i consigli, alzo il volume, l'ansia nasconde i sorrisi che ho.
E dimmi che cosa vedi quando ripensi al domani:
Quali domande? Quante risposte?
"Forse domani" ripeti, "Forse"
E vivo coi sogni appesi.
Quando ascoltavo la gente parlare mentre dava lezioni, non ho saputo imparare ed ora disegno le delusioni.
È facile avere ambizioni, un po' meno concretizzarle.
Ero un bambino diverso, odiavo chi amava e aspettavo l'inverno, sempre collocato nel gruppo dei perdenti.
Mando avanti la ruota, lascio che giri da sé.
Riesci a capirmi solo se hai sempre voluto qualcosa che non c'è.
E adesso tirando le somme non sto vivendo come volevo ma posso essere fiero di portare avanti quello che credo.
(Niccolò Moriconi, Sogni appesi, Honiro Label & Publishing S.r.l.)
