I BAMBINI NON DISCRIMINANO, A MENO CHE NON ABBIANO GENITORI CHE GLIELO INSEGNINO (sapevano già tutto: che l’altro esiste, ed è sufficiente)
Ho visto al parco due bambini che non si conoscevano. Uno aveva una pallina, l’altro un sasso che per lui era una rana. Non parlavano la stessa lingua, ma ridevano insieme. Poi si sono scambiati i giochi: il sasso diventava pallina, la pallina sasso. Nessuno ha detto “non vale”, nessuno ha chiesto “da dove vieni?”.
Da dove nasce questa trasparenza? Non dall’innocenza, ma da un’attenzione che gli adulti perdono, distratti dal catasto delle differenze. Il bambino vede il colore della pelle come una variante della luce, la voce, l’accento come dati di un paesaggio senza mappe. La mappa la disegnano i grandi.
I bambini discriminano: distinguono il dolce dal salato, ma senza valore morale. (Ricordo un educatore che, non riuscendo a leggere un nome indiano, disse: “Ma che sò sti nomi complicati… perché nun lo chiami Mario che stàmo in Italia!?”).
Lo impariamo ascoltando: un genitore che arriccia la bocca, ed ecco il virus. È apprendimento sociale, polvere sullo specchio. Se non la togli, diventa l’unica cosa che vedi. Basta chiedere: “Perché dici così?”.
La paura è un racconto narrato con silenzi e smorfie. Poi arriva un catalogo in mano. Ma il miracolo è che basta poco: un altro bambino, un sasso. “Posso giocare anch’io?”. Per questo i grandi temono i bambini: specchi senza polvere, fanno domande che chiedono movimento. “Se il cielo è di tutti, perché il tuo sguardo ha un recinto?”. I bambini non discriminano, a meno che non venga loro insegnato. Ma disimparano in fretta. Basta un altro sguardo. Basta un altro bambino.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Memorie di un bambino, Mip Lab, 7/26. Art by S. Stadif)
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