SE L'È CERCATA (un caso di bullismo adolescenziale. L'importanza di parlare. Il silenzio è il terreno di coltura del bullismo, la paura è un seme annaffiato dall’omertà)
Roma, un pomeriggio qualunque, Edoardo, un ragazzino di dodici anni, capelli lunghi e ricci castano chiaro.
Poco prima, un gruppetto di sei o sette coetanei l’ha preso di mira, non lontano da un circolo con i tappeti elastici.
I bulli arrivano in autobus da zone limitrofe, portano il branco come un accessorio, e scelgono corpi su cui esercitare sopraffazione.
Edoardo ora ha ecchimosi sulla schiena, e dentro qualcosa di più silenzioso: la vergogna di essere stato scelto, il terrore di raccontare, quella ragnatela che dice «se l’è cercata» mentre lui non ha cercato niente, se non tornare a casa.
Il bullismo non potrebbe esistere senza un gruppo che si costruisce un «noi» per annientare qualcun altro.
È un’ebbrezza da branco che dura poco e poi si sgonfia, lasciando gli aggressori vuoti, perché hanno assaggiato l’illusione del potere e ne resteranno dipendenti.
Edoardo però, con la sua innocenza, compie un gesto, parla. Si confida con un adulto che ascolta. Più tardi i genitori lo porteranno al pronto soccorso, poi al commissariato per la denuncia: mettere in parola lo schiacciamento per togliergli linfa.
Più parliamo di queste cose, più possiamo aiutarci.
Il silenzio, al contrario, è il terreno di coltura del bullismo: i ragazzi si intimoriscono, si vergognano, e lì danno forza a chi li bullizza. La paura è un seme annaffiato dall’omertà.
È un circuito che si autoalimenta, e interromperlo richiede la presenza nuda di chi sta, semplicemente, accanto.
Non serve essere eroi. Basta un urlo fortissimo, un gesto che distolga l’attenzione, una telefonata al 112.
Basta non voltarsi dall’altra parte, come se quel corpo preso a spintoni non fosse, per un istante di lucidità, anche il nostro.
Il tappeto elastico del circolo diventa allora una metafora precisa: il rimbalzo è la dinamica del karma, ciò che lanci torna. I bulli si illudono di volare, ma ricadranno nella loro stessa rete.
Edoardo, coi lividi sulla schiena, è già maestro senza saperlo: la sua fragilità svela l’inconsistenza della forza bruta.
Proteggerlo è riconoscere che il futuro del mondo sta in chi non si arma, in chi possiede ancora la capacità di fidarsi.
ECCHIMOSI
Mappe viola sulla schiena.
L’autobus ha portato un piccolo esercito di bulli.
Chi sei quando nessuno ti guarda?
Chi sei quando sei in sette?
La paura è un sasso in bocca.
Raccontare, strapparlo via, sillaba dopo sillaba, fino a sentire solo il sapore dell’acqua.
«Non hai colpa».
Fuori, l’urlo fortissimo di chi non si volta squarcia il pomeriggio, diventa un punto di luce nell'oscurità della paura.
Le ecchimosi si riassorbiranno con il coraggio di parlare sopra il silenzio.
(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Mip Lab, 7/26)
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