È una strana estate, quella che stiamo vivendo in campagna. Il silenzio di monte Aguzzo, solitamente interrotto solo dal canto delle cicale e dalle pecore, è stato invaso da un vocabolario che sembra provenire da un altro pianeta, dove la grammatica è un accessorio obsoleto.
Cerco di fare del mio meglio. Mio marito Caio, invece, vive in una beata isola di sordità parziale. Quando i nostri tre nipoti –nove, dieci e dodici anni– iniziano a parlare, Caio inclina la testa, si aggiusta l’apparecchio acustico e mi guarda con l'aria di chi cerca di decifrare un codice Enigma, alzando sovente le spallucce.
"Nonno, hai perso tutta la tua aura," esclama il più piccolo, guardando Caio che inciampa nel tubo dell’irrigazione. Caio, ignaro, sorride. "Che ora ora è? Sono le sette, caro mio."
I ragazzini ridono. Non è una risata maligna, è una risata di chi si sente parte di una loggia segreta. Per loro, la vita si misura in "punti aura": se cadi in modo goffo, perdi punteggio. Se cammini con aria distaccata, sei un "sigma". Se ostenti il nuovo orologio, stai "flexando". Io li ascolto dal portico, con il mio decotto di malva e citronella.
È un linguaggio che taglia corto, che non ha tempo per le subordinate. È la sintesi estrema dell’era digitale. Hanno paura di essere "cringe", che poi è solo un modo moderno per dire che temono il giudizio altrui. Hanno fame di essere "prime", di brillare.
"Nonna," mi dice la grande, dodici anni e una consapevolezza che io alla sua età manco mi sognavo, "non devi slayare per forza. Basta che sei te stessa."
Mi ha fatto quasi tenerezza. In fondo, la società corre così veloce che si è inventata queste etichette per non sentirsi persa. Hanno paura di non avere "rizz", di non saper affascinare, di essere ignorati dalla massa invisibile dei social.
Caio, nel frattempo, è riuscito a capire che "sigma" non è una marca di fertilizzante né il nome del supermercato dove andiamo. Si è seduto accanto a loro, ha preso un biscotto e, con la massima naturalezza, ha detto: "Ragazzi, oggi in giardino ho avuto un momento molto sigma col trattore."
Siamo scoppiati tutti a ridere. Per un istante, il divario si è colmato. Non serviva il dizionario. Bastava sedersi al tavolo, in campagna, e capire che, tra un "cringe" e un' "aura" perduta, siamo tutti uguali. Umani, fragili, e terribilmente bisognosi di sentirci, a modo nostro, dei protagonisti.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Memorie di un bambino, Mip Lab, Tizia e Caio, 7/26)
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