Il corpo tende all’equilibrio, lo sanno i sassi, le pozzanghere, certi acrobati stanchi.
È una questione d’orecchio che capta. Se inclini la testa di scatto, il mondo non cade: si sposta appena, e torna a posto da solo.
Arrivano le interferenze, stress, inciampi, un amore vuoto scambiato per vertigine.
Il corpo annota, trattiene, rilascia: è un allievo diligente.
A volte basta una notte di sonno, un cucchiaino di magnesio, ti svegli e l’asse del mondo è di nuovo perpendicolare al tuo buongiorno. A volte.
Da ammirare, questa ostinazione, questo rammendare la tela mentre la trama cede.
Ma c’è un punto in cui le riparazioni diventano bozze, appunti a margine di un corpo che non smette di chiedere fiducia.
Ciò che era acuto si fa cronico, impara a restare.
Non è ancora resa, intendiamoci: è un accomodamento, un baratto tra il fuoco e l’estintore scarico.
Il corpo, generoso ti concede una tregua in cambio di tutte le tue attenzioni. Lo curi, lo misuri, gli parli come a un vecchio amico in affari di vita.
Lui regge, mentre cambi idea su dio, l'amore, il tempo e altre 1000 cose.
Regge. A volte crolla.
È un calo di pressione del senso, un arrendersi delle giunture, come se l’universo avesse detto “basta” o, come direbbe Paolo Conte, scansati ragazzino, che continuo io.
In quel crollo c'è un errore di calcolo. Il corpo era un vaso? Una gabbia? Che importa?
Ricordati di dimenticare, siamo una parentesi che ha perso la frase principale, ma nel frattempo ha imparato a starsene in equilibrio sul filo del proprio respiro.
Il corpo cadde e finalmente non ebbe più a compensare.
(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 7/26)
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